Zerocalcare-gate: due spicci?
I giornali al solito non sanno lavorare quindi c'è bisogno di fare ordine...
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Zerocalcare è un autore e fumettista politicamente impegnato, più di quanto lo sia la maggior parte di chi occupa lo stesso spazio pubblico. Il suo lavoro si muove tra autorialità personale e racconto politico: uno degli esempi più riusciti del primo versante è "Dimentica il mio nome", storia della sua famiglia materna, che nel 2014 ha vinto il premio Libro dell'anno assegnato dagli ascoltatori di Radio 3 Fahrenheit, prima volta in assoluto che il riconoscimento andava a un fumetto, mentre nel 2015 il libro è arrivato secondo al Premio Strega Giovani, e nel 2018 ha ottenuto la prima candidatura estera per Zerocalcare, come finalista al Prix des libraires du Québec nella categoria "bandes dessinées".
Il lato politico del suo lavoro affonda le radici nella militanza nei centri sociali romani, dove Zerocalcare ha costruito nel tempo un ruolo riconoscibile come autore visivo dei movimenti: manifesti, grafiche, illustrazioni per le battaglie di volta in volta più urgenti, dal movimento No TAV fino alla solidarietà con il centro sociale Askatasuna, passando per le lotte del popolo curdo, il tema del carcere, il precariato, il movimento antifascista. Una parte consistente di questo lavoro parallelo, comprese le illustrazioni per band della scena hardcore italiana, è raccolta nel catalogo della mostra ospitata al MAXXI di Roma tra novembre 2018 e marzo 2019.
La prima pubblicazione ufficiale risale al 2002 ed è già interamente politica: sei tavole in bianco e nero realizzate con il collettivo SupportoLegale per raccogliere fondi a favore dei manifestanti sotto processo dopo il G8 di Genova del 2001, distribuita da GevsG8 per NDA Press. Il fumetto rifiutava la distinzione tra manifestanti buoni e cattivi e documentava i procedimenti giudiziari in corso, in un momento in cui quella distinzione era invece il frame dominante nel racconto pubblico dei fatti.
La visibilità internazionale è arrivata con le serie animate prodotte per Netflix, dove il suo universo narrativo, costruito in decenni di fumetti, ha raggiunto un pubblico molto più largo di quello che avrebbe potuto raggiungere sulla carta. Le serie sono state tradotte in decine di lingue ed il fandom più affezionato si è consolidato soprattutto in Francia e nei paesi di lingua spagnola, circostanza che Zerocalcare ha riconosciuto pubblicamente in più interviste.
Zerocalcare non è un fumettista che ha simpatie di “sinistra”: è uno dei pochi autori del suo contesto che ha fatto della coerenza politica la sua identità editoriale e autoriale, prima e indipendentemente dalla fama. Il che rende particolarmente difficile da ignorare quello che è emerso in questi ultimi giorni e che culmina con la dichiarazione di Gasparri. Ma ci arriviamo.
Un.it.a è una piccola pagina Instagram indipendente nata nel 2025, gestita da animatori italiani. Rientra in un tipo di iniziativa abbastanza diffusa tra i lavoratori dell'industria culturale: pagine autonome che nascono dalla necessità di fare rete in un settore inflazionato, sottopagato e strutturalmente precario, condividono consigli pratici, informazioni contrattuali, strumenti di tutela, perché in assenza di protezioni solide l'unica risorsa concreta che resta è la comunità orizzontale tra chi lavora nello stesso campo.
Il mondo dell’animazione italiana è strutturalmente precario e per ragioni precise perché chi entra in questo settore si trova spesso davanti a una scelta che è in realtà un’imposizione: aprire la partita IVA o restare fuori. Il problema è che in molti casi quella partita IVA è falsa, ovvero copre un rapporto di lavoro che per modalità, orari e dipendenza gerarchica è a tutti gli effetti subordinato, con la differenza che i costi di ferie, malattia, contributi e TFR ricadono interamente sul lavoratore. È un risparmio che le aziende fanno sulle spalle di chi produce. Questo tipo di mitologia non è appannaggio solo del mondo dell’animazione ma è uno standard di tutti gli ambienti dell’industria culturale.
La legge su questo è chiara da tempo: il D.Lgs. 81/2015 stabilisce che se una collaborazione è organizzata dal committente, con orari e luoghi di lavoro definiti dall’azienda, si tratta di subordinazione indipendentemente da come viene chiamata sul contratto. Nel settore audiovisivo esiste anche un accordo specifico, firmato nel 2018 da ANICA e dai principali sindacati, che introduce soglie precise, ovvero che sotto i 33.000 euro lordi annui, o con meno di tre committenti diversi nello stesso anno, o con più di trenta settimane consecutive per lo stesso datore, l’inquadramento come autonomo è illegittimo. L’accordo è vincolante e la sua violazione comporta sanzioni ma è anche, secondo chi lavora nel settore, sistematicamente ignorato.
A complicare ulteriormente la situazione c’è il problema dei contratti collettivi applicati. Il CCNL corretto per chi lavora nell’animazione è il Cineaudiovisivo, che prevede tredicesima, quattordicesima, fondo sanitario integrativo, previdenza complementare, permessi retribuiti e ferie separate dalla retribuzione base. Alcuni studi applicano invece il CCNL Troupes, pensato per i tecnici di ripresa sul set, oppure contratti del commercio o altre soluzioni che con le mansioni effettivamente svolte hanno poco a che fare. Il risultato pratico è che voci come ferie e malattia vengono inglobate in un lordo omnicomprensivo che sulla carta sembra dignitoso e nella realtà erode tutele che il lavoratore spesso ignora di stare perdendo.
È in questo contesto che nascono iniziative come Un.it.a: fare rete dal basso, in un settore dove gli ispettorati del lavoro sono sottorganico, i tempi delle denunce sono lunghi e l’unica pressione che funziona è quella collettiva.
Mercoledì 27 Maggio 2026 la pagina pubblica questa storia su Instagram con la possibilità tramite la piattaforma NGL di rispondere in modo anonimo e vengono subissati di segnalazioni riguardante le due case di animazione a cui si appoggia BAO, Zerocalcare, BANIJAY ITALIA, Netflix: Movimenti Production e Dogheadanimation.
Le segnalazioni arrivano numerose e raccontano tutte variazioni dello stesso schema di animatori freelance che hanno lavorato su ‘Due Spicci’ descrivono compensi sotto qualsiasi soglia di decenza, weekend assorbiti dalla produzione senza riconoscimento aggiuntivo, accordi economici pattuiti e poi ridiscussi all’ultimo verso il basso, con il lavoratore già vincolato ad aver rifiutato altri incarichi nel frattempo. Qualcuno ironizza sul titolo della serie - che in effetti dice tutto - mentre qualcun altro precisa che i 400 e più lavoratori coinvolti erano, nella grande maggioranza, sottopagati. Il pattern della falsa partita IVA torna in più segnalazioni: progetti strutturati come rapporti di dipendenza, gestiti come se i lavoratori fossero autonomi, con tutti i rischi scaricati su di loro e nessuna delle tutele previste dalla legge. Ma ribadiamo che questa pratica è oltremodo diffusa in tutti i campi artistici e culturali da sempre.
I numeri che Un.it.a pubblica a partire da 149 risposte raccolte, su una produzione che secondo fonti pubbliche ha coinvolto circa 400 animatori, sono precisi e difficili da ignorare. La retribuzione media si attesta intorno ai 1.575 euro al mese, con una mediana di 1.430 euro. L’81,2% dei lavoratori ha guadagnato meno del minimo sindacale di sola paga base, fissato a 1.866,36 euro. La percentuale sale al 95,3% se si considerano anche i welfare obbligatori per legge, tredicesima, quattordicesima e TFR, che portano la soglia reale intorno ai 2.540 euro mensili. Vale la pena soffermarsi su questo dato: quasi tutti.


Vale anche la pena soffermarsi su un’altra cosa: organizzare una raccolta dati anonima, elaborarla, pubblicarla con grafici e percentuali richiede tempo, competenza e una motivazione precisa. L’ipotesi che qualcuno si sia organizzato in questo modo per infangare gratuitamente due case di produzione che lavorano con Netflix è, a dirla con tutta la franchezza che merita, poco credibile. Le persone che guadagnano 1.430 euro al mese solitamente hanno altro a cui pensare che orchestrare campagne diffamatorie contro industrie multimilionarie.
Quello che emerge con più forza, però, è una domanda semplice e senza risposta soddisfacente: come fa Zerocalcare a non saperlo? Siamo alla terza serie, centinaia di lavoratori, una struttura produttiva che si ripete identica da anni. L’ignoranza, a questo punto, parrebbe essere (forse?) una scelta secondo molti. E il silenzio pubblico su una questione che riguarda direttamente chi produce il suo lavoro, da parte di un autore che ha costruito la sua identità sulla coerenza politica, è una contraddizione che vale la pena nominare.
Corviskiddo è una content creator e youtuber italiana, attiva anche su Twitch e Instagram con circa 15.000 follower, con contenuti che spaziano tra cinema, videogiochi e cultura pop. Non è la prima volta che si occupa delle condizioni di lavoro nel settore dell'animazione italiana: aveva già affrontato il tema parlando del caso PAPmusic. Il 29 maggio 2026 alle 12:00 pubblica un video in cui porta la vicenda fuori dalla bolla di Instagram, raccontando il profilo di Un.it.a e le segnalazioni ricevute sulle produzioni di Zerocalcare. È la prima voce esterna all'ambiente dell'animazione a darle visibilità pubblica. Nel video aggiunge un dettaglio estremamente importante, ovvero che lo studio di animazione coinvolto ha ricevuto 3 milioni di euro in tax credit dal Ministero della Cultura, uno strumento che nella pratica funziona come un credito d'imposta a fondo perduto, ovvero denaro pubblico che non va restituito.
Il giorno dopo, sabato sera, Movimenti Production invia a corviskiddo una diffida con richiesta di cancellazione del video entro poche ore dalla sua pubblicazione.
Lo stesso trattamento è stato riservato a Jematria, content creator e youtuber, per un contenuto pubblicato successivamente, a venti minuti dalla pubblicazione.
Sempre sabato sera, Movimenti Production e Doghead Animation pubblicano un comunicato congiunto sui rispettivi profili Instagram. Definiscono quanto sta accadendo un attacco inaccettabile partito da persone che si celano dietro l'anonimato, respingono le accuse come prive di attendibilità e affermano di aver sempre tutelato il lavoro e i lavoratori del mondo dell'animazione, di non aver mai proposto condizioni contrattuali fuori legge e di essersi sempre comportate nel pieno rispetto della normativa vigente. Aggiungono che fino a quel momento nessuna lamentela era mai arrivata attraverso le associazioni di categoria, con le quali dichiarano di essere in costante dialogo. Chiudono annunciando di aver dato mandato ai propri avvocati per procedere per vie legali, e rinnovando la propria apertura al confronto costruttivo attraverso le stesse associazioni di categoria. Peculiare scelta, per chi invita al dialogo, pubblicare il tutto con i commenti bloccati.
A chiudere il cerchio, domenica Gasparri presenta un’interrogazione parlamentare al Ministero del Lavoro, chiedendo alla ministra Marina Elvira Calderone di verificare le condizioni contrattuali degli animatori che hanno lavorato su Due Spicci. Dichiara di averla presentata dopo aver letto l’articolo de Il Giornale e aggiunge, con quella precisione retorica che contraddistingue certe mosse politiche, che sarebbe paradossale che una serie dedicata al contrasto dello sfruttamento desse luogo agli stessi fenomeni che denuncia. Osservazione tecnicamente corretta, per quanto proveniente da una fonte che con la tutela dei lavoratori dell’audiovisivo ha avuto storicamente poco a che fare.
Quello che è difficile da ignorare però è la tempistica perché l’articolo de Il Giornale e il comunicato di Adnkronos erano, in quel momento, gli unici contenuti della stampa tradizionale sulla vicenda. La storia era ancora confinata in una bolla social, con una visibilità limitata fuori dall’ambiente dell’animazione. Eppure l’interrogazione arriva a poche ore dalla pubblicazione, che un senatore di Forza Italia monitori con tale solerzia le segnalazioni anonime degli animatori italiani su Instagram è, diciamo, una novità bizzarra.
Un’interrogazione parlamentare è uno strumento con cui un parlamentare chiede formalmente al governo chiarimenti su un fatto specifico, uno strumento privo di potere coercitivo che lascia il governo libero di rispondere, prendere tempo, o fornire una risposta puramente formale, e che in teoria serve la trasparenza democratica ma nella pratica serve molto più spesso la visibilità politica di chi la presenta, permettendogli di associare il proprio nome a un tema, di risultare reattivo, di fare notizia senza dover fare nulla di sostanziale.
Maurizio Gasparri è senatore di Forza Italia, partito che con la tutela strutturale dei lavoratori precari ha avuto storicamente un rapporto distante e la sua carriera politica si è sviluppata nell’orbita del centrodestra italiano senza che la difesa dei diritti contrattuali degli animatori freelance figurasse tra le sue battaglie riconoscibili, il che rende difficile leggere questa mossa come un gesto di genuina preoccupazione per le condizioni di chi ha lavorato su Due Spicci piuttosto che come un’occasione per colpire un autore politicamente identificabile con l’altra parte.
Il fatto che l’interrogazione abbia generato una copertura mediatica immediata su testate come Il Fatto Quotidiano, Open e AGI, mentre le segnalazioni degli animatori erano rimaste per giorni confinate a Instagram, dice già tutto su come funziona il meccanismo: i lavoratori che hanno raccontato di guadagnare 6 euro lordi all’ora avevano lasciato i media tradizionali completamente indifferenti, mentre Gasparri che presenta un’interrogazione su quegli stessi lavoratori è diventato notizia nel giro di ore, con la stessa sostanza ma un amplificatore diverso, un amplificatore che ha i suoi interessi e che trova in Zerocalcare un bersaglio politicamente conveniente che i suoi animatori, da soli, non sarebbero mai riusciti ad essere.
Per concludere c’è la reazione del pubblico che ho notato sotto il video di Charlotte Matteini, giornalista specializzata in inchieste sul mondo del lavoro, autrice di “Gli italiani non hanno più voglia di lavorare (e hanno ragione)” pubblicato da Cairo Editore, con anni di lavoro documentato su precariato, false partite IVA e sfruttamento contrattuale per testate come Il Fatto Quotidiano e Today. Quando pubblica un video sulla vicenda degli animatori di Due Spicci, inquadrandola come una storia di lavoro che vale la pena verificare indipendentemente da chi ci sia coinvolto e invitando chi ha mandato le segnalazioni a contattarla per un fact-checking, i commenti sotto il video restituiscono un quadro che dice molto più sulla natura del dibattito che sulla vicenda stessa.
C’è chi parla di macchina del fango, chi sostiene che le testimonianze anonime siano per definizione false, chi riduce tutto a un attacco orchestrato contro Zerocalcare, chi si indigna che se ne parli proprio adesso, a ridosso del lancio della serie, come se il tempismo delle segnalazioni le rendesse meno credibili invece di renderle più comprensibili, visto che le produzioni si denunciano quando finiscono e ci si ritrova con un compenso che non copre l’affitto. La soglia di scetticismo che il pubblico di Zerocalcare applica a questa vicenda è la stessa che di solito viene invocata per smontare le denunce di sfruttamento in qualsiasi altro settore, con la differenza che in questo caso il meccanismo è invertito: il riflesso protettivo scatta non verso i lavoratori ma verso l’autore, e le segnalazioni di chi ha guadagnato sei euro lordi all’ora diventano improvvisamente meno urgenti perché toccano qualcuno che si ama. È lecito chiedersi se, senza il nome di Zerocalcare in mezzo, la stessa storia avrebbe ricevuto la stessa resistenza o risonanza.
Siamo solo all’inizio di una lunga e faticosa storia, ma questo è giusto darvi le basi per poterla seguire.
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