Tu che leggi: i tuoi nudes potrebbero essere già online
E no, non sto scherzando
Benvenutə su “Scrollo, ergo dubito” una newsletter indipendente che prova a decostruire il potere quando si traveste da normalità, quando entra nel linguaggio, nei media, nella politica e nell’intrattenimento e quando si fa passare per semplice buonsenso.
Qui troverai analisi, articoli sui loro meccanismi, interessi e cornici narrative e come mai certe cose finiscono per diventare accettabili, inevitabili, perfino desiderabili.
È un progetto portato avanti da una persona sola, senza sponsor, redazioni o finanziatori nascosti.
La divulgazione non consensuale di materiale sessuale non è un effetto collaterale di internet: è una forma di violenza. Non riguarda solo l’intimità violata, ma il controllo. Significa sottrarre alle persone la possibilità di decidere come e con chi mostrarsi.
Le conseguenze di questa violenza non si limitano all’imbarazzo o alla perdita di privacy. Distruggono reputazioni, relazioni, vite. L’Italia lo sa da anni, da quando il caso di Tiziana Cantone mostrò con ferocia cosa significa vedere la propria intimità trasformata in meme, barzelletta, intrattenimento per sconosciuti. Tiziana non è sopravvissuta a quella gogna. Ma il sistema che l’ha distrutta è ancora qui, solo più veloce, più raffinato, più invisibile.
Aggiornamento 27 Agosto 2025:
Questa è la prima parte dell’approfondimento che ho fatto su Phica.Eu
Qui puoi trovare la seconda parte “Ti stanno spiando mentre ti spogli? Probabile”
Qui puoi trovare la terza parte “Chiudono un gruppo e ne aprono tre.”
TW: Revenge porn, condivisione non consensuale di materiale sessuale, linguaggio esplicito e sessista.
Questo post contiene screenshot reali tratti da un sito attivo che ospita contenuti intimi pubblicati senza consenso.
Le immagini sono oscurate, ma i testi possono risultare disturbanti.
Leggi con cautela.
Ma perchè dico che anche i tuoi contenuti, inviati ad un ex partner, potrebbero essere online?
Perché esistono siti come Phica.eu. Un forum italiano, attivo e facilmente accessibile, dove utenti anonimi caricano e richiedono foto intime di donne comuni: ex fidanzate, ragazze viste su Instagram, conoscenti di paese. Non serve essere famose, non serve aver dato il consenso. Basta che qualcuno abbia salvato un tuo contenuto — anche anni fa — e oggi lo voglia condividere. Su Phica.eu i thread sono organizzati per nome, per città, per scuola. I corpi diventano file, le identità tag, gli insulti parte del pacchetto.
Phica.eu è un forum strutturato come i vecchi imageboard: ogni utente può aprire un thread e caricare foto, video o commenti. Non serve iscriversi, non c'è moderazione reale, e l'anonimato è garantito. Viene usato principalmente per pubblicare e richiedere materiale sessuale non consensuale, spesso corredato da nomi, cognomi, link ai social.
Tecnicamente, è difficile buttarlo giù perché il sito è ospitato su server esteri, probabilmente in Paesi dove le leggi sulla privacy e sulla pornografia non sono severe, o non collaborano con le autorità italiane.
In più, può cambiare dominio in poche ore: se phica.eu viene oscurato, può diventare phica.net, phica.cc, o qualsiasi altro mirror.
Usa una struttura leggera e replicabile, che può essere ricostruita altrove con una copia del database in pochi clic.
Il sito poi si appoggia a servizi di hosting di file esterni, quindi anche se venisse chiuso, i contenuti resterebbero online, pronti a essere ricaricati.
È un sistema pensato per restare in piedi, per sopravvivere alla censura, e per continuare a fare danno senza mai mostrare la faccia.
Sul sito Phica.eu esiste una sezione chiamata “pornocittà”, una sorta di archivio geografico della violenza digitale. Ogni thread è dedicato a una città o regione italiana — da Torino a Napoli, passando per Livorno, Cagliari, Pavia — e dentro ogni sottosezione gli utenti pubblicano e scambiano fotografie intime e private di donne del territorio, spesso accompagnate da frasi volgari, identificative e minacciose.
Non si tratta solo di materiale sottratto da ex partner, ma anche di immagini rubate dai social, da WhatsApp, da cartelle condivise, spesso richieste da altri utenti con post tipo “qualcuno ha foto di questa?”, fornendo nomi, profili o numeri di telefono.
È un meccanismo sistematico, strutturato per la diffusione non consensuale e l’umiliazione pubblica localizzata.
All’interno dei forum come Phica.eu, i contenuti non vengono sempre caricati direttamente sul sito: spesso gli utenti usano piattaforme di file hosting esterne come MEGA (ex MegaUpload) per aggirare limiti tecnici e responsabilità legali. Caricano interi archivi di foto e video — cartelle con nomi, province, a volte date — e poi condividono il link nel forum.
MEGA, essendo criptato end-to-end, rende difficile il tracciamento del contenuto fino alla rimozione o all’identificazione dell’utente. Questo sistema permette ai file di circolare senza essere immediatamente bloccati, offrendo uno spazio "esterno" apparentemente neutro, ma essenziale per alimentare la rete di scambio.
Questa sezione del sito si intitola "Social" ma in realtà è una vera e propria bacheca di caccia.
Nei thread dedicati a OnlyFans vengono caricati e scambiati media rubati da account a pagamento, violando sia il consenso delle creator che i termini d’uso della piattaforma.
Nei thread su Instagram, invece, si pubblicano richieste dirette di foto intime di utenti comuni (anche minorenni), screenshot dei loro profili, nomi, città, e qualsiasi informazione utile a identificarle o rintracciarle. Un sistema tossico che traveste da “community” quello che è a tutti gli effetti un archivio di stalking e violenza digitale.
Telegram è uno degli snodi principali della diffusione di materiale non consensuale: ogni giorno nascono nuovi canali, gruppi e bot automatici che archiviano, scambiano e rilanciano contenuti raccolti da siti come Phica o direttamente rubati dai profili privati di ragazze e donne.
Esistono canali tematici con nomi e categorie inquietanti, dove si incitano gli utenti a contribuire con nuovi file, preferibilmente “inediti”, magari presi dai backup di vecchi telefoni o dal cloud di ex partner. Spesso i contenuti sono organizzati per cartelle, nomi, città, scuole, e vengono caricati su piattaforme come Mega o simili, per poi essere condivisi tramite link all’interno delle chat. Tutto questo avviene con estrema rapidità, complice la struttura stessa di Telegram: un sistema decentralizzato, con server in Paesi difficilmente raggiungibili da leggi europee, che non impone alcuna verifica d’identità e permette la creazione di account con numeri anonimi o virtuali. Le persone coinvolte, quindi, possono agire nella più totale invisibilità. Anche quando si riesce a segnalare un canale o un utente, è spesso troppo tardi: i contenuti sono già stati copiati, redistribuiti, messi in backup automatici, archiviati altrove. La cancellazione totale è tecnicamente quasi impossibile.
E qui entra in gioco l’aspetto più tossico di questo ecosistema: l’impunità. La sensazione diffusa, tra chi partecipa a questi canali, è che nessuno potrà mai individuarli né punirli. Questo alimenta una cultura della condivisione predatoria, dove il corpo altrui diventa una merce replicabile all’infinito, spogliata di identità, volontà e diritti.
Telegram è progettato per garantire un elevato livello di anonimato e protezione della privacy degli utenti, ed è proprio questo a renderlo uno strumento perfetto per chi condivide materiale non consensuale.
Non richiede l’associazione obbligatoria a un’identità reale: basta un numero di telefono, spesso virtuale o temporaneo, per creare un account. Non c’è alcun obbligo di nome, cognome, né un sistema di verifica dell’identità. I canali possono essere pubblici o privati, ma anche in quelli pubblici l’identità di chi pubblica può essere facilmente mascherata. I messaggi possono essere inoltrati senza mostrare l’autore originale, i file possono essere caricati e scaricati senza traccia visibile, e i contenuti possono essere automatizzati tramite bot che nascondono del tutto l’intervento umano. Inoltre, Telegram conserva i dati su server criptati distribuiti in varie nazioni e non collabora facilmente con le autorità giudiziarie di molti Paesi, rendendo le indagini più complesse. In pratica, chi pubblica può farlo in modo difficilmente rintracciabile, e chi consuma lo fa in un ambiente che gli garantisce totale impunità.
Ad oggi il gruppo Telegram di Picha.eu contiene come membri iscritti oltre 15.000 persone. Si può visionare il canale senza necessariamente unirsi, allo stesso tempo si possono salvare i media e accedervi.
Se una donna in Italia scopre che materiale sessuale che la riguarda è stato pubblicato senza consenso su piattaforme come Phica.eu o Telegram, può agire legalmente. Dal 2019, grazie alla legge n. 69 conosciuta come "Codice Rosso", la diffusione non consensuale di contenuti sessualmente espliciti è un reato: l’articolo 612-ter del codice penale punisce il colpevole con pene da uno a sei anni di carcere e multe fino a 15.000 euro.
La vittima può presentare querela entro sei mesi dalla scoperta, oppure la denuncia può partire d’ufficio. Il primo passo è rivolgersi alla Polizia Postale, raccogliere prove (screenshot, link, dati) e far partire la segnalazione. È anche possibile contattare il Garante della Privacy per richiedere la rimozione dei contenuti. I tempi sono lenti e i contenuti difficili da cancellare, ma ogni segnalazione rompe il silenzio e può portare a procedimenti concreti.
Fonti:
1. Wired 03.04.2020
2. Secolo 3.05.2020
3. Corriere 28.05.2021
4. Camera dei deputati pdf









