This is the end...?
E' la scelta più difficile che abbia preso negli ultimi tempi, ma devo.
Questo testo è scritto abbastanza di getto ed è urgente perché devo salvarmi.
Andrò dritta al punto, quindi iniziamo dalla fine: seppur con tantissimi sensi di colpa, sindrome dell’impostore, questo spazio da adesso in poi sarà a pagamento, completamente.
Si, ho fatto tantissimi discorsi sull’accessibilità della cultura, perché io sono la prima il più delle volte a non potersi permettere di comprarsi i libri che vorrebbe o di abbonarsi ai giornali che mi servono per fare quello che è il mio lavoro (si, continuo a sentirmi le voci in testa - tutte con il tono del mio ex professore di Holden - che mi dicono “non è vero, tu non sai scrivere”) ma il punto è che a me la precarietà mi sta togliendo il sonno, la tranquillità, la lucidità e soprattutto tanti, tantissimi soldi in farmaci, in visite e terapie.
Potrei stare qui tutto il giorno a doxxare i nomi di grandi artisti, giornalisti, scrittori, case editrici, festival, lavoratori del mondo culturale e dello spettacolo che mi hanno chiesto di lavorare per loro non retribuita e voi che non siete dentro questo sistema a sentire certe realtà che amate vi sorprendereste. Io non lo faccio non per paura di una diffida (si vabbè come no, io paura? figurati) ma perché finirei per dirvi che sono quasi tutti così e ci ho messo questo quasi perché sono gentile.
Ma qui non voglio parlare di loro, perché loro mi hanno rovinato la vita per troppo tempo ed io non voglio morire perché sì, il rischio l’ho avuto in passato e ho paura che ritorni ed il motivo è sempre lo stesso: l’autodeterminazione in questo mondo passa anche e soprattutto da quanto riesci ad auto-sostenerti. Chiunque io conosca in questo ambiente prende psicofarmaci che dovrebbero essere prescritti per non più di 2-3 mesi e invece sento storie di rapporti decennali, di ricoveri, di psicoterapia, per poi mettersi il vestito migliore e prendere il badge di quello o quell’altro festival per salire su un palco con un enorme pubblico pagante davanti.
Io non voglio diventare un brand, questo è sicuro, perché io non sono un prodotto.
Io sono Giulia e da quando ho memoria nella vita voglio scrivere e scrivo e la notizia della giornalista di 42 anni suicida (anche) per la sua instabilità lavorativa è stato il terzo campanello d’allarme.
Il primo è stato quando a Luglio ho perso il sonno per il lavoro, ne ho parlato abbastanza spesso, fino ad avere una serie di sintomatologie legate principalmente al controllo e alla paura che se io mi addormento muoio, perché non sono sicura che il mio cuore continui a battere se non ne controllo il ritmo, perché non sono sicura che i polmoni respirino senza che io senta il movimento del costato. Il secondo campanello d’allarme è stato ieri, durante una discussione famigliare di cui non voglio entrare nei dettagli, ma cercando di riassumere ciò che posso dirvi senza esporre i miei affetti (perché anche se si hanno visioni diverse, volersi bene è una scelta), se per sopravvivere hai bisogno di costanti cure mediche - costose tra l’altro - e non puoi permettertele qualcuno dovrà pur aiutarti.
La mia famiglia mi è sempre stata al mio fianco, non è un problema per loro aiutarmi, hanno solo paura per la mia salute. Purtroppo questa va di pari passo con la famosa RAL, va di pari passo quando “Mamma mi ha scritto X perché vorrebbe che scrivessi Y” e lei “Ma ti pagano?” e la risposta è sempre: no. Come tutte quelle volte che scrivo qualcosa e i giornali non riportano mai e dico mai che quella è la mia inchiesta o la mia riflessione, a volte divento pure plurale “online le persone dicono…”.
Mi rubano il lavoro, altroché l’intelligenza artificiale che fa il lavoro al posto loro, lo faccio tutto io.
Allora cosa mi chiamate a fare? Perché mi scrivete? Perché mi chiedete di scrivere questo o quell’altra cosa per questo o quell’altro posto?
Perché io vi assicuro che i soldi ci sono e non sono pochi ma sono pochi quelli che ne guadagnano perché si prendono tutti. Eppure la gente continua a leggere libri, ad andare al cinema, ad abbonarsi a questo o a quest’altro, andare ai concerti.
Io ho un orrendo rapporto con il denaro: per me è una convenzione che dovrebbe sparire il lavoro salariale perché se anche solo tassassimo i più ricchi del pianeta del 5% del loro patrimonio e lo investissimo in un welfare di sostentamento, comprassimo a tutti una casa, non ci sarebbe bisogno di lavorare anche perché è notizia di poco tempo fa che siamo davvero avanti con l’intelligenza artificiale al punto che ad oggi potrà sostituire qualsiasi tipo di lavoro, anche il mio, anche il tuo - e siamo tecnologicamente 5 anni in anticipo secondo i tempi che si erano prefissati.
Me lo ricordo molto bene quando finita la Holden da un anno, nonostante i colloqui e aver cambiato città, nonostante il mio curriculum, io stavo a letto sdraiata per ore e per giorni interi alzandomi a malapena dal letto per andare a pisciare. Mi ricordo perfettamente il giorno in cui ho visto tutte le pastiglie e ho chiamato una mia amica dicendole che se rimanevo da sola sarebbe accaduto qualcosa di davvero brutto.
Ricordo che poi ho scritto a mamma e si è precipitata a Roma, la visita con lo psichiatra, l’ennesima, l’ennesimo cambio terapeutico, ricordo perfettamente quando la depressione era talmente invalidante che mi proposero il sostegno domiciliare ed io non ho mai provato così tanta vergogna nella mia vita.
Ecco, sono sopravvissuta a tantissime cose brutte nella mia vita, di alcune non ne ho mai parlato nemmeno alle persone che ho di più care e ho seriamente paura che mi sto avvicinando ad una stanza che conosco benissimo e dalla quale non sempre riesci ad uscirne. Io questo lo so, perché io penso ancora a Sole che non c’è più da più di quattro anni e aveva poco più di vent’anni e continuo a piangere all’idea che non la vedrò mai invecchiare.
Quindi tornando a noi: l’industria mi richiede, mi annusa, mi tocca, mi dice che mi ama, mi dice che mi vuole ma non se la sente di impegnarsi con me e allo stesso tempo ha questo controllo economico nei miei riguardi che è agghiacciante.
Allo stesso tempo ci sono io: quella Giulia che dice che la cultura deve essere accessibile a tutti e gratis, che tutti dovrebbero fare ciò che amano, dovrebbero guardarsi i film la sera e bere i gintonic con gli amici ai concerti, ci sono sempre io e i miei amici che non vedo più perché stanno sempre lavorando in non uno o due lavori ma a volte addirittura a cinque contemporaneamente e quando non stanno lavorando devono - giustamente - riposarsi. Ci sono sempre io, perché questa è la mia vita, che cerco di sconfiggere il capitalismo cercando di ridurre e ridurmi ai minimi termini: se io chiedo ai miei lettori (tu) di farmi pagare, sono un mostro.
Eppure, non dev’essere così ma mica solo per me, ma per tutti e tutte.
Mi dispiace, ma io devo proteggermi perché se non sono la prima a farlo, non vedo perché gli altri dovrebbero.
Se potrai supportarmi te ne sarò grata a vita, ma sappi che non sto vivendo giornate facili in termini fisici e che quindi per ristabilirmi mi ci vorrà ancora un po’ di tempo - spero poco eh sia mai perché stare male fa schifo e gli ospedali mi fanno paura - e ti chiedo non solo di supportare me abbonandoti, ma ti chiedo di non abbandonare nessuna voce indipendente, nessun lavoratore e lavoratrice che il mondo culturale sfrutta, ti chiedo di supportare la cultura, l’arte, la salute.
Probabilmente mi vergogno troppo a rileggere ciò che ho scritto, sarà pieno di errori e ripetizioni, ma va bene così - a volte bisogna solo vomitare, togliere tutto quanto, svuotarsi, togliere il veleno, riposarsi e poi passo dopo passo, capire come diventare grandi.
Questo sarà l’unico post pubblico per chi non sa chi sono e giustamente dice “ma chi cazzo è questa che piagne alle 7.45 del mattino?”.
Giulia


Rivedo in tutto quello che hai scritto un po' di me e un po' delle persone che mi stanno attorno - in modo un po' diverso perché apparteniamo a generazioni diverse - ma ci sta. I periodi neri, gli psicofarmaci, il non alzarsi dal letto. È dura e fai bene a proteggerti più che puoi. Ti auguro il meglio e spero di incontrarti presto dal vivo. Ovviamente il discorso è un po' così per tutti, io ho il mio stipendiuccio da dipendente pubblico che se ne va tutto in mutui assicurazioni, visite mediche continue per me e i miei familiari e vabbè, si sta a galla come si può. Non mi vergogno a dire che vengo da una generazione per cui The Pirate Bay era la strada, e ancora oggi 2/3 dei libri che leggo o dei film che vedo arrivano da luoghi loschi. Ma a un certo punto, si fa di necessità virtù.
Giulia, non so quanto ti serva, ma sei enormemente brava a scrivere. Non devi chiedere scusa di passare agli articoli a pagamento. Anzi, sono io a doverti chiedere scusa per non potermi abbonare.
Purtroppo, come te e come troppi nel settore cultura, vivo in condizioni economiche veramente deprimenti; roba che Paperone dovrebbe prendere lezioni da me per oculatezza delle spese. E poi, non ti devi vergognare nemmeno della scrittura veloce senza rileggere — magari mi uscissero bozze così ben scritte alla prima botta!
Per tutto il resto, ti mando un abbraccio e un sincero augurio che le cose per te vadano meglio — e anche per noi.