Spillando con Sondiaze
Il corpo come tempio del profano
Benvenutə su “Scrollo, ergo dubito” una newsletter indipendente che prova a decostruire il potere quando si traveste da normalità, quando entra nel linguaggio, nei media, nella politica e nell’intrattenimento e quando si fa passare per semplice buonsenso.
Qui troverai analisi, articoli sui loro meccanismi, interessi e cornici narrative e come mai certe cose finiscono per diventare accettabili, inevitabili, perfino desiderabili.
È un progetto portato avanti da una persona sola, senza sponsor, redazioni o finanziatori nascosti.
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Joe il nome se lo sceglie, perché quello all’anagrafe non ha voglia di regalarlo in pasto a chi confonde la sua identità con la morbosità, quindi resta “Joe”, un alias che funziona anche come prima presa di posizione.
Ha vent’anni e la sua formazione passa fuori dalle accademie, perché l’idea stessa di scuola per lei coincide con qualcosa di più brutale e più concreto, lo studio da autodidatta, certo, però soprattutto un’infanzia in cui la creatività veniva trattata come un’inutile deviazione ed il “lavoro vero” come unica religione ammissibile, con genitori che non credevano nelle sue capacità, un’esuberanza scambiata per maleducazione, una pressione continua a essere in tiro, precisa, conforme ed una madre che non diceva sono fiera di te e non diceva ti voglio bene, non diceva che bella che sei oggi. La calma è già parte della sua estetica, perché quando dice che attinge a ciò che le è successo sin da piccolissima e che ha trasformato i traumi nei suoi migliori amici, non sta facendo la scena della sopravvissuta: sta dichiarando un metodo, entrare nel materiale, starci dentro, governarlo, usarlo come fonte per poi costruire immagini che hanno il corpo come campo principale e la vergogna come materia prima.
Attingo, in poche parole, a tutto quello che mi è successo sin da piccolissima: dalle violenze sessuali fino a quelle fisiche, dal bullismo ai problemi alimentari, dall’ansia sociale fino agli sbalzi d’umore. Tutto questo ti fa sentire sporca, senza alcun diritto all’amore, traumatizzata.
Vivevo i miei pensieri come una grande “vergogna” e mi sentivo particolarmente sbagliata. Anni fa ero costantemente bersagliata dal giudizio degli altri e che i pensieri immorali dovessero restare dentro di me: se li avessi esposti sarei stata identificata come problematica o sociopatica. Oggi, potendogli dare una forte voce attraverso le mie creazioni ho addosso una specie di protezione, è il mio VERO ed UNICO spazio personale, solo io so cosa voglio esprimere gli altri possono supporre. Ora sento quasi di poter essere intoccabile in un certo senso.
All’inizio Instagram ha inciso sulle scelte perché era il posto dove far circolare i video, quindi il lavoro si è formato anche dentro un formato, una durata, una fruizione rapida, una grammatica fatta di scroll e attenzione corta. Cibo trattato come materia, ambientazioni scomode, alcool, provocazione come motore, solo che il feed le ha dato una direzione pratica, cosa pubblico, come lo pubblico, quanto si può spingere.
Joe rifiuta l’etichetta influencer e l’idea di intrattenimento e di arte mainstream, perché non sta facendo contenuti, i suoi social sono uno spazio espositivo, una galleria e con tutte le sue regole implicite, le sue censure, i suoi fraintendimenti, e con la possibilità, per lei centrale, di trasformare lo sguardo degli altri in parte della scena.
Non so che etichetta attribuire al mio lavoro, molti dicono “trashy aesthetic “ altri mi definiscono “kitsch” altri ancora “kinky”. Onestamente non saprei bene dove collocarmi, ma sicuramente eviterei definizioni tipo “influencer” oppure “intrattenimento leggero”: la mia pratica è espressiva, provocatoria, e nasce da un’esperienza molto personale e intensa.
Nel lavoro di Joe l’idea arriva prima di tutto come impulso, e l’impulso resta visibile anche quando l’immagine è finita. Non c’è la sensazione di una scena costruita per risultare “bella” o ordinata, c’è piuttosto il bisogno di portare un gesto fino al punto in cui diventa scomodo. Il corpo entra in spazi che di solito vengono tenuti fuori dal racconto estetico, rifiuti, plastica, bagno, cucina, pavimenti, e ci entra senza chiedere permesso, come se la prima regola fosse togliere di mezzo l’educazione dello sguardo.
Poi però succede l’altra metà del processo, quella in cui l’istinto viene messo in forma. La tecnica qui non serve a pulire, serve a rendere la scena più netta. Flash diretto, inquadrature ravvicinate, colori saturi, tutto spinge verso una resa cruda che ricorda la fotografia di inizio Duemila, il videoclip low budget, certe immagini amatoriali che sembrano casuali e invece sono esattamente dove devono essere. L’eccesso non è un incidente, è una scelta.
Il lavoro cresce per accostamenti semplici, oggetto, cibo, superficie, accessorio pop, e intorno il corpo che recita una postura tra provocazione e caricatura. Stivali di gomma, bikini, utensili domestici, alimenti buttati, tutto diventa materiale scenico, e il punto non è raccontare una storia lineare, è costruire una sensazione precisa. Quando entra il montaggio, o quando entra la selezione di una singola immagine, la regia fa una cosa chiara, spinge la scena un passo oltre, fino a far scattare la reazione, riso, fastidio, attrazione, disgusto.
Il risultato è questo equilibrio strano tra abbandono e controllo. Sembra che tutto succeda di getto, però torna sempre una grammatica riconoscibile, il corpo come campo, il cibo come ambiguità, lo sporco come elemento da maneggiare, il pop come cornice che rende tutto ancora più disturbante, perché mette la provocazione dentro una forma familiare, quasi giocosa. In pratica l’istinto produce la materia, la tecnica decide dove piazzare il coltello.
L’idea di sporcizia appiccicata addosso è stata solo il primo input che ha indirizzato le mie scelte artistiche, per il resto ammetto che il “vedere chi resta e chi scappa” mi fa molta gola, lo sperimento, anche e soprattutto nella vita reale. A volte il mio istinto di esagerare parla: testo le reazioni dell’altra persona e capisco se effettivamente passarci del tempo assieme o meno. Le mie amicizie le ho costruite così, ci aiutiamo a vicenda, mi danno spesso una mano, c’è molta curiosità reciproca.
Nel suo discorso torna sempre la parola controllo, e torna nel modo più scomodo possibile, perché non la usa per rassicurare chi guarda, la usa per rivendicare. Il punto è che la scena può sembrare perdita di misura, sbandamento, degrado, e invece lei la vive come un luogo in cui resta lucida, presente, cosciente. Questo ribalta la lettura più facile, quella che ti viene servita da chi guarda lavori così e conclude che dietro ci sia confusione, fragilità, auto-sabotaggio. Lei dice l’opposto, qui io comando.
Il paradosso arriva subito dopo, perché dentro quella rivendicazione c’è anche l’idea di annientare il controllo, come se la riconciliazione passasse proprio dal mettere in scena la sua distruzione. È un cortocircuito interessante, perché non è “mi lascio andare” nel senso romantico, è una scelta attiva di andare verso una zona in cui il controllo viene sospeso, sbriciolato, esagerato, e proprio lì, dentro quell’eccesso, lei si sente più intera. Chi guarda scambia l’eccesso per perdita, mentre per lei è un modo per rimettere ordine, solo che l’ordine non coincide con il decoro, coincide con la possibilità di scegliere fin dove spingersi.
Questo rende il suo lavoro difficile da incasellare, perché non chiede empatia, chiede precisione. Ti mette davanti un corpo che sembra disponibile alla lettura altrui, e invece usa la lettura altrui come rumore di fondo, quasi come prova che la scena sta funzionando. Il controllo, in questo senso, non è contenersi, è gestire la soglia, decidere la quantità di esposizione, decidere la quantità di disgusto, decidere l’esatto punto in cui lo spettatore inizia a chiedersi se sta guardando un crollo o una regia, e si accorge che la domanda dice più di lui che di lei.
Per me la creazione non ha limiti. Anche il rischio di creare ulteriori danni può essere identificato come libertà creativa in un certo senso, probabilmente senza invadere il prossimo. Non ho mai provato nessun segnale di dovermi fermare perché sentivo disagio o ferite riemergere, neanche lontanamente. Riesco ad essere vicina ai miei traumi senza farmi necessariamente del male. Sono miei amici non li disprezzo.
Joe viene bannata da OnlyFans per contenuti legati ai liquidi corporei, il pissing, pratica consensuale, esplicita, dichiarata. Questo è l’esempio di come una piattaforma privata definisca il confine tra ciò che è tollerabile e ciò che va escluso, anche quando si parla di adulti consenzienti che producono e consumano contenuti con piena consapevolezza.
Su Fansly racconta un’esperienza diversa, più flessibile, più dialogica, meno moralizzante nella gestione delle policy. E qui la domanda diventa inevitabile: chi decide dove finisce l’arte e dove inizia la pornografia? E ancora, perché una pratica kinky consensuale tra adulti dovrebbe essere considerata automaticamente degradante o illegittima? Il consenso non è forse il primo criterio etico? Se due adulti scelgono di produrre e guardare un contenuto estremo, quale principio morale viene violato, e da chi?
La separazione arriva dall’esterno, dalle piattaforme e dal pubblico che pretende una classificazione rassicurante. E allora la questione si sposta: il problema è davvero l’estremo, o è il fatto che l’estremo sia visibile, monetizzato, rivendicato?
Le piattaforme che ospitano sex worker si muovono su un terreno ambiguo. Da un lato offrono autonomia economica e controllo, dall’altro impongono regolamenti che stabiliscono quali fantasie siano accettabili e quali no. È un sistema che tollera il desiderio finché resta entro parametri precisi. Joe, attraversando quel limite, mette in luce la fragilità di quei confini. Se l’estremo è consensuale, se il corpo è gestito in autonomia, se l’intenzione è dichiarata, la censura risponde a una tutela o a un residuo moralismo travestito da policy?
Fansly per me è mille volte meglio di OnlyFans, molto più intuitivo ed è particolarmente legato ai suoi utenti, l’assistenza è sempre a disposizione cosa che su OnlyFans manca brutalmente. L’erotico / porno ed arte vanno tranquillamente a braccetto, su instagram pubblicherei molto più liberamente rispetto al mio standard se solo ci fosse occasione, non ho bisogno di dividere le cose, anche perché su Fansly le uguaglio. Non mi reputo ne content creator ne content creator per adulti, pubblico e basta.
Quando le chiedi come sta oggi, dopo tutto quello che ha raccontato, Joe risponde con una frase che chiude molte discussioni prima ancora che inizino: si sente una favola. È una risposta netta, quasi irritante per chi cerca per forza una chiave drammatica, e però è anche una posizione. Lei dice di stare bene, di essere consapevole di ciò che fa, di usare la pratica artistica come spazio personale, e di sentirsi in equilibrio dentro quella scelta.
A questo punto la domanda utile cambia bersaglio. Se chi produce è lucido, se il contesto è consensuale, se l’intenzione è dichiarata, perché tanta gente reagisce come se dovesse intervenire, spiegare, mettere un’etichetta, o peggio ancora “preoccuparsi” al posto suo. Spesso quella preoccupazione è una forma elegante di controllo, travestita da buon senso, perché sottintende che un corpo che sceglie l’eccesso stia per forza sbagliando qualcosa, e che quindi vada ricondotto a una cornice più accettabile.
Il punto è che la reazione dello spettatore entra nel lavoro, lo completa. Non come approvazione, come rivelazione. L’indignazione, il fastidio, la risata nervosa, il bisogno di liquidare tutto come “non arte”, sono modi di difendere una certa idea di dignità, una certa idea di gusto, una certa idea di cosa un corpo, soprattutto un corpo femminile, dovrebbe fare in pubblico. E in quel momento il lavoro smette di parlare solo di Joe e inizia a parlare di chi lo guarda, di cosa tollera, di cosa finge di tollerare, di quali ipocrisie tiene in piedi per sentirsi a posto.
Se lei dice che sta bene, che è felice dentro la sua pratica, la domanda non è “quanto è giusto”, la domanda è “perché mi dà così fastidio”. E quella risposta, spesso, non riguarda lei.
I pregiudizi non mancano, è normale quando si vede il personaggio di qualcuno sui social e poi nella vita reale, avrai un pensiero precoce formato in testa senza neanche accorgertene. Questo però non mi intacca minimamente. Ho imparato, dopo tempo, a circondarmi da persone con forte empatia e caratteristiche molto simili alle mie. Nonostante questo però ho ricevuto critiche e affrontato discorsi scomodi, non tutto quello che faccio viene difeso a spada tratta ed il bello è che se ne proprio parli, senza puntare il dito o giudicare. Ho pochi amici intimi, me li tengo ben stretti. Ah e l’amore si l’ho trovato, e devo dire che la persona che sono viene ben accolta, lavoriamo insieme, c’è quasi sempre lui dietro i miei scatti.








