Quella rabbia io la capisco
ed è ipocrita non ammetterlo
Benvenutə su “Scrollo, ergo dubito” una newsletter indipendente che prova a decostruire il potere quando si traveste da normalità, quando entra nel linguaggio, nei media, nella politica e nell’intrattenimento e quando si fa passare per semplice buonsenso.
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In questo approfondimento parlerò del ragazzo di 13 anni di Bergamo che ha accoltellato la sua professoressa di francese.
Per chi in questi giorni avesse vissuto sotto un sasso o fosse troppo impegnato a riprendersi dal concerto annullato di Rosalía (io) facciamo un recapito:
mercoledì 25 marzo un ragazzo di tredici anni dell'Istituto comprensivo di Trescore Balneario, in provincia di Bergamo, ha accoltellato la sua professoressa di francese un quarto d'ora prima dell'inizio delle lezioni, trasmettendo in diretta il gesto su un canale Telegram attraverso un dispositivo fissato al corpo, davanti a tre contatti conosciuti online. Prima di farlo, aveva pubblicato sul canale un manifesto in cui spiegava le motivazioni del gesto, alcune ore dopo, una delle persone presenti in chiamata ha reso pubblico quel testo.
L'analisi di questa vicenda, l'unica scritta bene e con cognizione di causa è a firma di Valerio Renzi e Serenadoe___ che copre la memetica, le subculture online, il lookmaxxing, tutto quello che la stampa nazionale ha raccontato in modo così approssimativo da risultare, in alcuni casi, attivamente fuorviante.
Io non avevo nessuna intenzione di aggiungere altro perché quando esiste già un lavoro fatto bene, non c'è molto senso nel riscrivere peggio le stesse cose però per puro sbaglio - ve lo giuro - sono incappata nel Caffè di Gramellini sul Corriere della Sera e ho cambiato idea.
Innanzitutto già solo essere citati o coperti da lui dovrebbe far desistere chiunque a commettere un tentato omicidio.
Io non ci credo nemmeno con le prove alla mano che Gramellini a 13 anni non avesse mai anche solo pensato di voler uccidere il proprio professore per un trattamento ingiusto (che sia o meno fattuale). Certamente: un conto è pensarlo, un conto è dirlo, l’altro è farlo. Ciò che per me è incomprensibile non è il gesto del ragazzo ma come ci siamo dimenticati che la scuola italiana è il più delle volte un covo di incapaci emotivamente più immaturi dei ragazzi stessi che per chi se lo fosse dimenticato, stanno frequentando le medie.
Gramellini apre citando il manifesto del ragazzo “l’unica cosa che conta sono io, nessun’altra vita ha importanza all’infuori della mia” e si affretta a precisare che non sa se quelle parole del manifesto siano farina del suo sacco, dell’intelligenza artificiale o di qualche “lucignolo conosciuto sui social” (qualsiasi cosa significhi, chissà che voleva intendere). Il problema non è che Gramellini abbia torto su tutto (vabbè io sono sempre fin troppo gentile), secondo me il problema è che questo tipo di pezzo che è morbido, empatico in superficie, fondamentalmente rassicurante, produce l’effetto opposto a quello che dichiara di voler ottenere. Dire “gli adolescenti sono sempre stati così” è un modo elegante per non dire niente (ma è Gramellini dai…che dovrebbe dire?) per assolvere se stessi dall’obbligo di guardare cosa sta succedendo davvero. È la versione colta e ben scritta dello stesso riflesso che porta Valditara a proporre i metal detector alle porte delle scuole medie: rendere il problema contenibile, circoscrivibile, gestibile con uno strumento (che sia una colonna sul Corriere o un decreto sicurezza poco importa) senza mai chiedersi cosa lo ha generato.
Ignorare la grammatica di un tredicenne non è solo incompetenza giornalistica: è una scelta. Perché capirla obbligherebbe a prenderlo sul serio e prenderlo sul serio è scomodo, perché a quel punto non puoi più chiamarti fuori. Il titolo di questo pezzo è una provocazione e lo so ma è anche una cosa che penso davvero e che trovo ipocrita non ammettere: quella rabbia la capisco.
Non il gesto, quello è indefendibile (lo sto ribadendo talmente tante volte che ad un certo punto direi basta) e non è questo il punto, perché quello che capisco è la logica emotiva che ci sta sotto del sentirti invisibile in un ambiente che ti valuta costantemente senza mai vederti, cercare riconoscimento dove lo trovi, costruire un’identità a partire dai materiali che hai a disposizione, anche quando quei materiali sono tre sconosciuti su Telegram e una sottocultura online che ti offre un linguaggio e una comunità in cambio di niente. Non è una traiettoria patologica o almeno, non lo è all’origine. ma è quello che succede quando un ragazzo di tredici anni non trova nessun adulto disposto a reggere il peso di quello che sta attraversando.
Non ci credo nemmeno con le prove alla mano che Gramellini a tredici anni non abbia mai pensato di voler fare del male a qualcuno che lo aveva trattato ingiustamente e non ci credo perché lo pensa quasi chiunque a quell’età e fingere il contrario è esattamente il tipo di ipocrisia che vorrei cercare di smontare.
La differenza tra pensarlo, dirlo e farlo è enorme ed è una differenza che conta, che va tenuta ferma però cancellare il primo gradino dalla sequenza non è compostezza, è rimozione emotiva ed è una rimozione conveniente e per molti convincente, perché se ammettiamo che quella rabbia è comprensibile, dobbiamo anche chiederci perché non abbiamo trovato il modo di intercettarla prima che diventasse un coltello.
La scuola italiana è, nella maggior parte dei casi, un ambiente emotivamente inadeguato.
Lo dico sapendo che suona come un’accusa ai singoli insegnanti e non è quello che intendo (o almeno, non solo quello, certo che ho conosciuto insegnanti validi ma in una percentuale ridicola - not all teachers), intendo che il sistema mette gli adulti di riferimento in una posizione in cui la relazione emotiva con gli studenti è strutturalmente quasi impossibile: classi sovraffollate, organico ridotto, retribuzioni tra le più basse d’Europa, nessuna formazione seria all’intelligenza emotiva, e dal prossimo anno scolastico anche le ore di potenziamento (che sono quelle destinate agli studenti più fragili, all’affiancamento, al supporto individuale) verranno usate per coprire le supplenze. Il risultato è che un bambino (perché di questo parliamo) che sta esplodendo interiormente diventa, nel migliore dei casi, un “caso difficile” da gestire nell’intervallo tra una verifica e l’altra e nel peggiore, non viene visto affatto.
Questo è il contesto in cui un qualsiasi adolescente italiano, che secondo i dati Istat cresce in una famiglia monogenitoriale con un rischio di povertà aumentato di quattro punti percentuali negli ultimi tre anni, si ritrova tre persone sconosciute disposte ad ascoltarlo su Roblox o piattaforme ibride tra il chatting ed i videogames.
Serenadoe___ lo ha scritto con una chiarezza che vale più di dieci editoriali: che siano Roblox, Discord o qualsiasi altra piattaforma non social, se questi ragazzi hanno bisogno di parlarsi lo fanno comunque, perché il bisogno non sparisce insieme all’app. Questo sparisce, forse, se qualcuno nell’ambiente fisico in cui vivono impara a reggere quel peso e per farlo ci vogliono risorse, formazione, tempo. Quindi, tutto quello che stiamo sistematicamente togliendo alla scuola pubblica mentre discutiamo di metal detector.
Valditara, dal canto suo, offre la perfetta risposta di uno Stato che davanti a un problema umano sceglie sempre la scorciatoia poliziesca. Perché il repertorio di questo governo è sempre lo stesso: sorvegliare i corpi, limitare gli accessi, colpire gli adulti formalmente responsabili, produrre l’impressione che qualcosa sia stato fatto.
È una politica che confonde la prevenzione con la vigilanza e la cura con il controllo, perché non sa immaginare altro che una società da presidiare invece che da capire.
Il punto in fondo è semplice: ad un problema di relazione, di solitudine, di analfabetismo emotivo diffuso, di adulti assenti o inadeguati, la risposta istituzionale è più controllo, più sorveglianza, più punizione. Nessun investimento serio sulla scuola come ecosistema, nessuna riflessione credibile sulla miseria materiale in cui vivono molte famiglie, nessun discorso all’altezza del collasso educativo che abbiamo sotto gli occhi, solo il solito riflesso da Stato impaurito, trasformare un fallimento collettivo in una questione di disciplina.
Ed è qui che Valditara e Gramellini, per quanto parlino linguaggi diversi e si rivolgano a pubblici diversi, finiscono per assomigliarsi parecchio.
Il primo lo fa con gli strumenti del ministro, il secondo con quelli del commentatore morale ma il movimento (intestinale nel mio caso) è identico che è quello di addomesticare il fatto, ricondurlo a una cornice rassicurante, renderlo gestibile, contenibile, nominabile senza esserne davvero disturbati. Uno mette il metal detector, l’altro mette la cornice sentimentale ma nessuno dei due vuole stare davvero dentro la domanda che questa vicenda apre, perché interrogarla sul serio significherebbe ammettere che il problema non è un ragazzo fuori controllo, ma un mondo adulto che ha già perso il controllo da anni e adesso cerca di nasconderlo dietro un decreto.
Finché il rispetto continuerà a voler dire obbedienza, disciplina, postura corretta, tono giusto, silenzio al momento giusto, e finché la comprensione resterà quella roba molle da terza pagina, il sospiro dell’adulto civile che si commuove davanti al disastro purché il disastro non gli chieda di cambiare niente, questi ragazzi non troveranno nessuno che parli davvero la loro lingua. Troveranno adulti che li giudicano, che li classificano, che li compattono dentro categorie rassicuranti, che li piangono quando diventano casi, che li studiano quando diventano statistiche, che li puniscono quando diventano ingestibili. Ma non troveranno quasi mai qualcuno disposto a reggere il rumore che hanno dentro prima che quel rumore prenda una forma irreparabile.
Il punto più intollerabile per me è proprio questo: tutti dicono di voler capire i ragazzi, ma quasi nessuno è disposto a sopportare quello che capire comporta davvero, perché capire un tredicenne oggi non significa guardarlo con indulgenza paternalista e ricordarsi che anche noi, da giovani, eravamo un po’ arrabbiati.
Questo comporterebbe accettare che quella rabbia oggi cresce in un ambiente più povero, più saturo, più umiliante, più isolato, più competitivo. Soprattutto più abitato da adulti che hanno smesso da tempo di essere credibili, adulti che chiedono rispetto mentre tagliano risorse, adulti che parlano di ascolto mentre non hanno tempo, strumenti o volontà per ascoltare niente che esca dal seminato, adulti che si scandalizzano per il linguaggio violento dei ragazzi dopo aver passato anni a normalizzare la violenza sociale, economica e simbolica con cui li allevano.
E allora sì, quei ragazzi continueranno a cercare altrove e continueranno a trovare su Telegram, su Discord, su Roblox, nelle chat chiuse, nei forum, nelle sottoculture, nelle zone opache del web, non necessariamente delle risposte giuste, ma almeno una lingua e soprattutto, dell’affetto. Continueranno a preferire tre sconosciuti online a un intero mondo adulto che li guarda senza vederli ma non perché internet sia magico, non perché lì esista una verità più autentica, ma perché anche la peggiore forma di riconoscimento, per chi si sente invisibile, può sembrare meglio del vuoto. E finché non avremo il coraggio di dirci che il problema non è soltanto ciò che quei ragazzi trovano online, ma tutto quello che non trovano offline, continueremo a raccontarci favole consolatorie mentre il resto marcisce.
A quel punto il copione lo conosciamo già, perché è sempre lo stesso film facendo finta di non averlo già visto e di non conoscerne il finale: il ragazzo esplode, la stampa si indigna, il ministro promette controlli, il commentatore invita all’ascolto, l’opinione pubblica si divide tra mostro e vittima, e nel frattempo nessuno tocca davvero il nodo. Nessuno dice che una società che sa solo sorvegliare e punire i propri figli, o al massimo commuoversi davanti alle loro macerie, è una società adulta fallita, nessuno dice che la pretesa di educare al rispetto dentro istituzioni sempre più impoverite e svuotate è una barzelletta sinistra, nessuno dice che il problema non è la devianza di un singolo, ma la normalità del deserto che gli cresce intorno.
Per questo la vera domanda non è come impedire ai ragazzi di finire su Telegram ma la vera domanda è perché Telegram (o qualunque altro posto simile) continui a sembrare più abitabile del mondo costruito per loro dagli adulti.





