Non eravamo lì per Askatasuna
o meglio: non solo per quello.
Benvenutə su “Scrollo, ergo dubito” una newsletter indipendente che prova a decostruire il potere quando si traveste da normalità, quando entra nel linguaggio, nei media, nella politica e nell’intrattenimento e quando si fa passare per semplice buonsenso.
Qui troverai analisi, articoli sui loro meccanismi, interessi e cornici narrative e come mai certe cose finiscono per diventare accettabili, inevitabili, perfino desiderabili.
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Ci tengo a chiarire una cosa prima di tutto: questo testo non è una cronaca dei fatti della manifestazione di Torino del 31 gennaio. Non sono una giornalista, e a dire il vero non ho nessuna intenzione di diventarlo, anche solo guardando lo schifo con cui stanno raccontando “noi”, come se quelle 60.000 persone fossero una massa indistinta buona solo per farci stare dentro due etichette e un titolo clickbait.
Eravamo lì per Askatasuna, sì, ma anche per qualcosa che viene prima e va oltre che è l’idea di un altro mondo e un’altra Italia siano ancora immaginabili e che valga la pena difenderli con un corpo in piazza, non con un commento.
La controinformazione, per me, comincia da qui, dal dire chi siamo e perché siamo scesi, prima che qualcun altro lo riscriva al posto nostro, più comodo, più vendibile, più falso. Quindi te lo chiedo, anzi te lo imploro: racconta cos’è stato per te questo giorno, cosa ti ha portato lì, cosa hai visto, cosa ti sei portata a casa, perché se non lo facciamo noi, lo faranno loro, e la verità non è un dettaglio opzionale.
Iniziamo con il dire chi eravamo, questo è l’elenco di tutti i firmatari di questo sciopero nazionale:







Sono scesa in piazza perché ho un’idea di mondo incompatibile con il capitalismo degli affetti e della socialità, quello che trasforma lo stare insieme in un servizio e la relazione in una transazione. I centri sociali nascono come luoghi di aggregazione che non si esauriscono nella politica in senso stretto, esistono perché tengono in piedi una comunità, perché offrono sostegno concreto, perché aprono spazi dove ci si incontra, ci si organizza, ci si aiuta senza dover passare ogni volta da una cassa.
Chiudere i centri sociali significa esattamente questo, mettere un prezzo alla nostra vita sociale, capitalizzare il tempo condiviso, costringerci a pagare per stare con i nostri amici, per fare cultura, per vivere esperienze, come se la socialità fosse un lusso invece di una cosa normale, accessibile, nostra. Questo sta avvenendo in tutta Italia da qualche anno e Torino è il suo laboratorio di repressione perfetto a partire dallo sgombero di Cavallerizza.
Da metà dicembre il quartiere è stato militarizzato in modo arbitrario, con checkpoint e camionette come se fosse normale vivere in una zona trattata da “problema di ordine pubblico” e di questa cosa, curiosamente, tanti giornalisti non hanno avuto la voglia di parlarne. Eppure è la parte più concreta, quella che riguarda persone che non hanno scelto di finire dentro un copione: bambini che dal 6 Gennaio si sono trovati l’anti sommossa davanti a scuola, nel posto che dovrebbe essere il loro spazio sicuro; madri che, dopo aver accompagnato i figli, si sono sentite dire che non potevano sostare nella zona; residenti fermati durante le feste con controlli infiniti, domande ripetute, sospetti automatici, quel “davvero abiti lì?” detto come se la vita quotidiana dovesse essere autorizzata; anziani che si sono trovati ostacoli e ritardi proprio mentre c’era bisogno di assistenza, cura, normalità.
Se non vivi qui magari sembra una scena lontana, una questione “da altri”, ma prova a immaginare cosa vuol dire fare la spesa, portare tuo figlio a scuola, tornare a casa la sera e sentirti osservato, rallentato, interrogato, come se la tua presenza fosse sospetta per definizione. Oggi stare a Vanchiglia è diventato un problema e non perché il quartiere sia improvvisamente cambiato, ma perché lo hanno trasformato in un set permanente di tensione, con la polizia e le camionette piazzate dove non dovrebbero stare, a produrre paura e disagio più di quanto pretendano di “gestire”.
Sono scesa in piazza anche per dire che non mi va più di far finta di niente davanti a quello che succede a Gaza e davanti al ruolo che l’Italia, per interesse economico e politico, continua ad avere nel tenere quella terra in una condizione di instabilità permanente, mentre la violenza diventa la sola cosa “stabile”. Ci ripetono che è finita, che l’emergenza è rientrata, che si può archiviare tutto come un capitolo chiuso: ma non è così. Continuano a morire persone anche adesso e se a forza di sentirlo questa frase rischia di diventare rumore, allora provo a dirla in modo più semplice e più brutale perché negli ultimi tempi sono morti anche bambini di ipotermia, non per una tragedia inevitabile ma perché quando distruggi case, ospedali, infrastrutture, poi arriva l’inverno e il freddo diventa un’arma, silenziosa e “normale”.
E in mezzo a questo, si restringe anche lo spazio per chi prova a curare, a soccorrere, a portare aiuti, con restrizioni, divieti, ostacoli che rendono tutto più lento e più difficile, come se la sopravvivenza dovesse passare attraverso un permesso sempre revocabile. Io non riesco ad accettare che questa cosa venga trattata come inevitabile, o come una faccenda lontana che riguarda solo chi è nato dall’altra parte del mare, perché non è lontana quando i nostri soldi finiscono dentro scelte politiche, accordi, forniture, armamenti, complicità. Davvero vogliamo che le tasse che paghiamo diventino carburante per un sistema che ha contribuito a trasformare Gaza in una prigione a cielo aperto e poi pretendere di lavarci la coscienza dicendo che tanto ormai è tutto finito?
Sono scesa in piazza anche per il diritto dei lavoratori e delle lavoratrici che oggi vengono pagati troppo poco per chiamarla vita, in un paese dove uno stipendio non basta, dove lavori e comunque resti in bilico, dove arrivi a trentacinque o quarant’anni e la casa “tua” è una barzelletta, e l’affitto divora tutto il resto. Sono scesa anche per il diritto allo studio, perché l’università sta diventando un percorso a ostacoli economici, con risorse pubbliche che finiscono risucchiate da interessi privati e con l’idea, sempre più esplicita, che studiare sia un privilegio da meritarsi, o da comprarsi, invece di un diritto che dovrebbe allargare possibilità, non restringerle.
E ci sono scesa anche per una ragione più semplice e più personale, prima di me in piazza ci sono andati i miei genitori, per conquistare diritti che non sono mai caduti dal cielo, sono stati strappati con fatica, difesi, tenuti vivi. Ora li vedo erodere un pezzo alla volta, con la stessa calma con cui si normalizza qualsiasi arretramento, finché ti svegli e ti accorgi che ciò che davi per scontato non c’è più.
Sono scesa perché non voglio arrivare a domani a dire che non avevamo capito, o che non potevamo fare niente, quando la verità è che possiamo ancora almeno provarci.
Eravamo in 60.000 e dentro c’era davvero di tutto, studenti, genitori con i figli, anziani, persone che qualcuno liquida ancora come “immigrati”, c’ero io, potevi esserci tu, c’erano perfino i giornalisti che poi ci chiamano antagonisti come se fosse una categoria zoologica. Sapete che c’è? Va bene chiamatemi antagonista, perché sì, sono in opposizione, sono contraria al mondo che ci stanno costruendo addosso e alla normalità che vorrebbero farci ingoiare come inevitabile.
E dentro quella folla io non ho mai visto, in vita mia, così tanti infiltrati, così tante presenze fuori posto che non erano lì per manifestare ma per controllare, provocare, isolare, creare il pretesto perfetto. Molte persone sono state fermate ancora prima di arrivare, perquisite, trattenute, portate in cella, e poi lasciate andare con un foglio di via che di fatto dice, sparisci, non tornare a Torino. Questo non è “gestione dell’ordine pubblico” ma è intimidazione, è abuso, è un messaggio mandato a tutti gli altri, se scendi in piazza ti facciamo capire che possiamo rovinarti la giornata, e se vogliamo anche molto di più.
E poi c’è il racconto, quello che fa ancora più danni perché entra nelle case e si spaccia per verità, un mezzo stampa che riduce 60.000 persone a una caricatura utile, che sceglie una cornice e ci infila dentro tutto, così la piazza smette di essere fatta di corpi e motivazioni e diventa una parola sola, antagonisti, violenti, facinorosi, quello che serve. A me sembra chiaro l’obiettivo: togliere legittimità al dissenso e trasformarlo in un problema da schiacciare, perché è così che governi una società, non convincendo, ma delegittimando e spaventando.
Sono scesa in piazza anche per una questione ambientale che non riesco più a separare da tutto il resto, perché la crisi ecologica non è un disastro naturale, è una scelta politica che pagano sempre le stesse persone. Viviamo in un sistema che continua a parlare di transizione mentre difende modelli di produzione e consumo che distruggono territori, aria, acqua, salute, e poi si stupisce quando arrivano alluvioni, incendi, siccità, quando interi quartieri finiscono sott’acqua o diventano invivibili. L’ambiente viene trattato come una risorsa da spremere fino all’ultimo, non come lo spazio comune che rende possibile la vita, e quando qualcosa si rompe la colpa viene scaricata sui singoli, sulle “abitudini sbagliate”, mai su chi prende decisioni, firma accordi, autorizza grandi opere inutili, cementifica, privatizza, inquina.
Essere in piazza per me significa anche rifiutare questa narrazione comoda, che separa l’ecologia dal lavoro, dalla casa, dalla salute, come se fossero temi diversi.
Non lo sono, perché chi vive in zone più esposte all’inquinamento è quasi sempre chi ha meno tutele, chi non può scegliere dove abitare, chi lavora in condizioni precarie, chi paga sulla propria pelle decisioni prese altrove.
Difendere l’ambiente non è una moda né un lusso ma è difendere il diritto a respirare, a non ammalarsi, a non dover emigrare perché il territorio è stato sacrificato al profitto, lo sto facendo per te e lo sto facendo per i tuoi figli e per i tuoi nipoti. Anche per questo sono scesa in piazza: perché continuare a chiamare inevitabile ciò che è frutto di scelte precise è il modo più rapido per non assumersi mai responsabilità.
Durante la manifestazione, dopo l’arrivo in piazza Vittorio e la svolta in corso San Maurizio, quando abbiamo superato lo snodo con corso Regina e ci stavamo muovendo verso Regio Parco, alcune persone si sono staccate per capire cosa stesse succedendo su corso Regina. E qui voglio essere chiarissima, non eravamo davanti ad Askatasuna, tutt’altro, eravamo a distanza, parliamo di quasi mezz’ora a piedi.
Io mi sono avvicinata fino alla zona del Caffè Rossini, poco più avanti, verso la fermata del tram che taglia il corso.
A un certo punto ho visto la folla venirmi addosso perché hanno iniziato a lanciare lacrimogeni ad altezza uomo. Non sto parlando di un’azione di contenimento dopo un’escalation, sto parlando di una scelta che ha trasformato in panico una situazione che, fino a quel momento, era semplicemente presenza. Il messaggio era chiaro: quelle poche centinaia di persone non potevano stare lì, punto. E quando spari lacrimogeni così, la gente non si disperde, scappa per non farsi male, quindi siamo corsi via, chi passando dal ponte di Rossini che porta alle Panche, chi rientrando nella traversa dove stava il corteo.
E la cosa che mi resta addosso, più di tutto, è il contrasto con il clima che c’era da ore. Da ben prima delle 14, ognuno nel segmento che preferiva (io per esempio ero partita da Porta Susa con i sindacati) eravamo insieme e stavamo bene. C’era musica, ci si incontrava, si parlava, ci si riconosceva, c’era quella felicità rara di essere tanti con un’idea di mondo diversa da quella che ci viene venduta come unica possibile. E posso dirlo senza romanticismi, in quel pezzo di giornata non c’è stata ostilità da parte nostra, non c’era un’intenzione di scontro, c’era una piazza viva che stava facendo quello che una piazza dovrebbe poter fare, esistere.
Sì, sta girando il video del poliziotto picchiato dai manifestanti e quello che viene quasi sempre omesso è tutto ciò che è successo prima.
Quell’episodio arriva dopo che erano stati sparati così tanti lacrimogeni che, anche una volta superato il ponte, tutte le vie parallele alle Panche erano sature, l’aria era irrespirabile, attraversarle era impossibile.
Non voglio fare illazioni, e lo dico con attenzione, ma quella scena mi lascia perplessa: questo episodio di violenza isolata, di un gruppo di manifestanti contro un singolo carabiniere, quando per tutta la giornata ho visto gli agenti muoversi sempre in gruppo, mai meno di sette o otto persone insieme, mai da soli, e il corso era pieno, pieno di gente, pieno di polizia. Da qui nasce una domanda legittima, com’è possibile che sia successo così? Può darsi che mi manchino informazioni, può darsi che non abbia visto tutto, ma una cosa la so ovvero che non mi fido del racconto semplificato e selettivo che stanno facendo i giornali, perché prende un frammento e lo usa per riscrivere l’intera giornata.
Dopodiché, ed è importante dirlo senza ingigantire né minimizzare, una manciata di persone, davvero poche, ha iniziato quella che viene chiamata “guerriglia”, con sassi e bastoni, contro centinaia di agenti in assetto antisommossa con maschere anti-gas che continuavano a lanciare lacrimogeni e a usare gli idranti (che peggiorano il bruciore e la difficoltà a respirare) ed in mezzo a tutto questo, un signore anziano è rimasto ferito e invece di essere soccorso è stato trascinato da una parte e buttato a terra, senza che venissero chiamati i soccorsi. Non lo dico per sentito dire, esistono video girati dai manifestanti che lo mostrano chiaramente, sono loro ad averlo aiutato, bendato, e a chiedere agli agenti di chiamare un’ambulanza. È anche questo che manca nel racconto ufficiale, non solo cosa è successo, ma chi ha fatto cosa quando c’era davvero bisogno di proteggere qualcuno.
Io oggi volevo dire qual è la mia idea di mondo e chiudere questa giornata con la sensazione potente di non essere sola, di essere in tante e tanti a pensarla così, a riconoscerci, a stare insieme senza chiedere il permesso. Essere uniti non è uno slogan vuoto ed è l’unica cosa che rende più difficile ignorarci, farci ridurre a una caricatura, riscriverci addosso una storia che non è la nostra, ma loro.
Adesso però la parola passa a voi: raccontate cos’è stato per voi questo giorno, cosa vi ha portati lì, cosa avete visto, cosa vi è rimasto addosso, perché il silenzio è lo spazio in cui altri decidono al posto nostro. Raccontare significa difendere la propria esperienza prima che venga manipolata da chi ha tutto l’interesse a sopraffarci e a smontare, uno alla volta, diritti che qualcun altro prima di noi ha conquistato con fatica.
Tenetelo a mente fino in fondo: ciò che oggi non è normale domani può diventarlo e ciò che oggi sembra scontato può sparire, dipende solo da chi continua a parlare e da chi sceglie di non farlo.




Io sono classe 84 e l'Aska l'ho visto nascere. Andavo a scuola li di fianco e quindi, per tutta una serie di motivi, l'Aska per me fa parte della storia di Torino e di una parte della mia adolescenza. Lo sgombero, così come " l'amministrazione controllata " non sono accettabili. Il dissenso e la protesta sono sacrosanti. Il 20 dicembre, due giorni dopo lo sgombero, ero presente, e la polizia aveva già oltrepassato il limite con idranti e lacrimogeni, nonostante tutto fosse pacifico. Ieri c'ero, entro poco nel merito, ma la narrazione è come sempre la stessa. Solo una faccia della medaglia, quella che i media vogliono mostrare, tralasciando tante altre cose, e tralasciando soprattutto una cosa importante. Che chi reprime e toglie spazi e dissenso con la forza e la violenza, non potrà mai asepttarsi una colomba della pace come risposta. E poi, sarebbe ora che i giornalisti si facessero più furbi. Non siamo più come a Genova 2001, dove filmare e documentare era più macchinoso. Oggi, tuttə bene o male riusciamo a farlo. Le loro immagini mostrate a metà, valgono zero. Chi vuole sapere lo può fare, e loro possono raccontare tutte le cazzate che vogliono...
Grazie