Natale dove puoi
Come trasformare una festa di famiglia in un privilegio di classe.
Ogni Natale si aprono gli stessi due noiosi format: da una parte il solito spettacolo del presepe, quella gara ridicola a chi difende meglio qualcosa che nessuno ha mai messo davvero in discussione e dall’altra c’è il tema che nessuno vuole toccare, perché farebbe crollare tutta la scenografia: quanto costa tornare da chi ami.
Il prezzo dei biglietti non è un fenomeno passeggero, è una struttura.
È il modo in cui questo paese ti ricorda che puoi essere italiana finché vuoi, ma se vivi lontano da casa a Dicembre devi prepararti a pagare una tassa sugli affetti ed infatti al ministro dei trasporti e a tutti quelli che hanno occupato quella poltrona prima di lui, questo discorso non ha mai avuto un portavoce perché non conviene.
Non fa audience, non genera consenso, non offre la possibilità di farsi fotografare davanti a un Frecciarossa nuovo.
Il ritorno a casa dei fuori-sede è una faccenda scomoda: costa, pesa e smonta la retorica paternalista del governo che ogni dicembre si riempie la bocca di tradizione, presepi, famiglia, identità nazionale, radici. Tutte parole stupende, peccato che si dimentichino la parte essenziale, quella parte del discorso si dimentica che per rivedere la propria famiglia bisogna poterselo permettere.
Io posso parlarvi solo della mia esperienza, ma so bene che è l’esperienza di tanti, perché siamo la generazione che dovrebbe difendere la famiglia tradizionale secondo chi governa e che però non può neanche raggiungerla senza svuotare il conto. Il mito del “Natale è dove c’è la famiglia” funziona solo nei discorsi dei politici e nelle pubblicità dei panettoni mentre nella vita reale Natale è dove ti puoi permettere di andare ed il viaggio verso casa non è un rito emotivo, è una verifica del reddito.
Ed è una porta di imbarco che decide chi può sedersi a tavola con i propri genitori e chi resta a chilometri di distanza perché lo Stato non ha ritenuto interessante occuparsi del costo dei trasporti, ma ha trovato il tempo di fare polemica sulla disposizione delle statuine nella capanna.
C’è un’ipocrisia gigantesca in questo: si invoca la famiglia soltanto quando serve a disciplinare qualcuno mentre quando si tratta di metterla nelle condizioni di vedersi, di esistere davvero, spariscono tutti ed improvvisamente non è competenza del governo ma è “libero mercato”. È solo il problema dei fuorisede che “potevano anche restare nella loro regione” ma peccato che il paese intero viva della mobilità di quella stessa generazione, dove anche quando non si vuole si è costretti ad andarsene via.
E allora succede questo: a Natale le famiglie si ritrovano, sì, ma solo quelle che possono pagare il pedaggio.
C’è poi quella retorica paternalista che ritorna ogni anno appena si apre il discorso del tornare in famiglia, recitata da chi non ha mai dovuto incastrare tre lavori, una precarietà cronica e un affitto che mangia metà stipendio: “basta organizzarsi un anno prima”.
Questa è la frase perfetta per deresponsabilizzare tutti e scaricare la colpa su chi già paga il prezzo più alto. Come se tornare a casa a Natale fosse l’equivalente di pianificare un viaggio in Giappone e non un tragitto elementare dentro lo stesso paese, è un argomento ridicolo, soprattutto perché presuppone un privilegio che molti non hanno quello della possibilità di sapere con un anno di anticipo se avranno un lavoro, un contratto, una salute stabile, un padrone di casa che non li sfratta a marzo, o semplicemente abbastanza soldi da immobilizzare in un biglietto che magari non potranno nemmeno usare.
Dire “organizzati prima” a un fuorisede è come dire a un naufrago “potevi imparare a nuotare meglio” e non solo è crudele, è totalmente scollegato dalla realtà.
Dopodiché non sposta di un millimetro la questione centrale: non dovrebbe essere necessario prenotare con dodici mesi di anticipo per permettersi un viaggio che, in un paese serio, costerebbe quanto un weekend fuori porta, non quanto una rata del mutuo.
Io vi parlo della mia esperienza, che non è straordinaria, è semplicemente la mia quotidianità.
Sono nata e cresciuta a Sassari e oggi vivo a Torino, l’aeroporto più vicino a me non collega Torino ad Alghero, ma solo ad Olbia e qui qualcuno dirà “vabbè, che ti cambia” ma a me cambia eccome, perché qui stiamo parlando di privilegi di classe, non di geografia.
Atterrare a Olbia significa mobilitare un familiare che deve farsi andata e ritorno per venirmi a prendere, significa sottrarre ore di lavoro, tempo, energie, benzina, significa trasformare il mio ritorno a casa in un costo anche per chi mi aspetta e non tutte le famiglie possono permettersi questo sforzo, il problema dei trasporti interni in Sardegna è talmente grave che meriterebbe un capitolo a parte.
Poi c’è la questione dei voli, proprio pratica perché la tratta Torino–Olbia esiste, sì, ma è risicata, stagionale, in certi mesi quasi simbolica e non è un collegamento quotidiano, è un terno al lotto che si incastra solo se la tua vita coincide con il calendario delle compagnie. L’altro aeroporto “vicino” a Torino sarebbe Cuneo, che però collega solo Cuneo a Cagliari e indovinate? Nessuno di questi aeroporti rientra nella continuità territoriale.
Tradotto: paghi il prezzo pieno, il prezzo di mercato, il prezzo che decide l’algoritmo quando capisce che sei una sarda che vuole tornare a casa.
Prendiamo un volo qualunque sulla tratta Alghero–Linate, quella famosa “continuità territoriale” niente di eroico, solo il gesto elementare di passare il Natale con i tuoi genitori a mangiare il maialetto (no non lo mangio era per dire…).
Se sei residente, in continuità, il biglietto A/R ti costa circa 159 euro ed è già un salasso, ma almeno rimani nella vita civile, ora guarda cosa succede se la stessa tratta la vuole fare un non residente: 420 euro l’A/R se ti dice bene e nei giorni a ridosso tocchi 500–600 euro. Stesso velivolo, stessa fila, stesso sedile e cambia solo la voce “categoria passeggero”.
È il modo in cui l’Italia assegna un prezzo agli affetti come se fossero derivati finanziari: oscillano con la domanda, la stagione e la tua posizione nel sistema.
Poi c’è il dettaglio che nessuno considera, perché tanto nei talk show il mondo finisce a Milano città: ma mica viviamo tutti a Milano.
Per arrivare a Linate il percorso è un pellegrinaggio a tappe obbligate, da Torino, per esempio, devo scegliere cosa sacrificare per amore: o un rene per un Frecciarossa da cinquanta minuti, oppure quasi due ore di regionale stipato, pregando che il treno non accumuli i soliti ritardi cronici e una volta arrivata a Milano non è finita, perché Linate non è attaccata alla stazione: c’è da pagare il transfer, altro budget, altro tempo.
Quindi il prezzo reale del ritorno a casa non è mai solo il biglietto dell’aereo, è una somma di pedaggi impliciti che si aggiungono uno all’altro come se l’intero ecosistema dei trasporti fosse progettato per ricordarti che la tua famiglia è lontana e che la distanza non è geografica, è economica.
Il risultato è impietoso: due persone sullo stesso volo vivono due versioni opposte del Natale, perché una paga tanto ma ce la fa, l’altra viene trattata come se rivedere i propri genitori fosse un capriccio da élite e nel frattempo lo Stato predica la sacralità della famiglia, ma non è disposto a garantirti nemmeno il viaggio di ritorno senza chiederti un sacrificio economico che in qualunque altro contesto chiameremmo per quello che è: una barriera sociale.
Se questo non è un indicatore di disuguaglianza, allora non esiste più nemmeno il concetto stesso.
E per chi pensa che questo discorso riguardi “solo la Sardegna” ho una notizia spiacevole: questo non è un problema isolano, è un modello nazionale.
Una sorta di tassa sugli affetti che cambia geografia ma non cambia natura, basta spostarsi di qualche centinaio di chilometri perché lo schema si ripeta identico, solo con cifre ancora più grottesche.
In Sicilia, per esempio, un Milano–Catania sotto Natale può costare 800–841 euro A/R. È un importo che ha più in comune con un volo verso il Nord America che con un semplice rientro in famiglia, le tratte “normali”, quelle che non fanno notizia, stanno comunque tra i 392 e i 406 euro A/R per Palermo o Catania. L’unico motivo per cui non è scoppiata una protesta di massa è che la Regione Sicilia ha dovuto introdurre un bonus per rimborsare metà del biglietto a chi vive fuori, altrimenti la generazione dei fuorisede sarebbe condannata a passare il Natale in autostazione.In Puglia la musica non cambia, perché una Milano–Bari può andare da 127 a 419 euro solo andata, Milano–Brindisi arriva a 700 euro A/R, e Roma–Bari tocca tranquillamente i 500–1000 euro. È il Sud come lusso e non come origine, è l’idea che tornare dai genitori sia una forma di turismo di fascia alta.
È questo il punto: non importa da quale regione provieni: la storia è identica ovunque.
La distanza familiare non si misura più in chilometri, ma in potere d’acquisto.
Il ritorno a casa è diventato un bene di lusso, e ogni dicembre ci ricordiamo che l’Italia è bravissima a parlare di tradizione, ma incapace di renderla accessibile a chi dovrebbe viverla.
Ora che abbiamo chiaro il quadro nazionale, possiamo tornare alla Sardegna senza raccontarci favole.
La continuità territoriale viene sempre presentata come un grande gesto di equità, una specie di mano tesa dello Stato verso gli isolani ma nella realtà è molto meno romantica perché non è uno sconto, è un argine, una diga contro una speculazione che altrimenti esploderebbe del tutto.
Le cifre politiche che leggiamo nei comunicati, quei mitici 30 euro per Roma e 44 per Milano, sono materiale da conferenza stampa, non da carta di credito. Il prezzo vero non lo decide la narrativa istituzionale, lo decide la somma dei soliti balzelli messi uno sopra l’altro: tasse aeroportuali, adeguamenti carburante, oneri non meglio identificati, voci tecniche che nessuno spiega davvero ma che magicamente compaiono ovunque. Il risultato è che anche con la continuità un residente paga 70, 80, 90 euro a tratta. Prezzi fissi, ripetuti, costanti, altroché “tariffa sociale”.
La continuità, insomma, non democratizza il ritorno a casa e non rende accessibile la mobilità, non costruisce ponti affettivi come amano dire i politici quando si commuovono in diretta davanti a un tramonto sulle isole. La continuità si limita a rendere il prezzo meno proibitivo di quello che sarebbe senza di lei, un contenimento, non un diritto, una toppa elegante su un buco enorme nella struttura dei trasporti italiani.
E mentre i governi si vantano ogni anno di aver “garantito ai sardi la possibilità di tornare a casa”, la verità resta identica da vent’anni: non stanno garantendo il diritto alla mobilità, stanno impedendo che il mercato trasformi ogni volo in un’asta al rialzo. Il massimo che riescono a fare è limitare il danno.
Questa è la continuità territoriale.
Il che ci riporta al punto iniziale: l’affetto non diventa un diritto solo perché lo metti in un decreto, diventa un diritto quando puoi esercitarlo senza dover accendere un mutuo, e su questo fronte la continuità, per quanto necessaria, non ha mai spostato davvero l’ago della bilancia.
A questo punto arriva un altro nodo politico, quello che nessuno vuole toccare perché smonta tutta la retorica sulla famiglia tradizionale, ovvero che lo Stato può prevedere agevolazioni solo per alcune categorie, e lo fa con una precisione quasi notarile. Residente sì, residente di rientro forse, familiare fino al terzo grado ok, partner senza certificazioni no, caregiver 104 sì, amori non riconosciuti dal codice civile arrangiatevi, mentre il resto lo fa il mercato, che non ha interesse per gli affetti. Il mercato non conosce la nostalgia, conosce solo la domanda. Se vuoi vedere tua madre il 24 dicembre, paghi e se non puoi pagare, resti dove sei, e pazienza, giuro non è cattiveria, è proprio il modello. Una neutralità che diventa violenza sociale.
Così nasce una geografia degli affetti in cui ogni relazione viene filtrata attraverso un requisito: reddito, residenza, certificazioni, parentele riconosciute e questo serve dimostrare di essere “famiglia abbastanza” per meritare uno sconto che non ha niente di sentimentale.
La domanda diventa grottesca: chi decide se sei davvero parte di una famiglia. La legge? La compagnia aerea? L’algoritmo del dynamic pricing che ti valuta come un pacco da spedire?
Chi resta fuori da queste categorie scopre che il sistema dei trasporti è il vero giudice degli affetti perché stabilisce chi ha diritto a sedersi a tavola con i propri cari e chi deve accontentarsi di una videochiamata traballante, qui lo Stato predica la centralità della famiglia, ma la pratica quotidiana dice altro perché ti riconosce come figlia, parente, partner o sorella solo se puoi esibire il documento giusto e soprattutto il saldo giusto sul conto.
Il resto è rumore di fondo. Una propaganda che celebra la famiglia come valore, mentre rende economicamente difficile esistere dentro quel valore.
Ed è qui che cade l’ultimo velo, quello che la politica preferisce non toccare perché farebbe crollare tutto il presepe istituzionale perché la verità è semplice e brutale: a chi governa non interessa risolvere questo problema.
Non perché sia insolubile, ma perché non conviene a nessuno, troppi interessi economici, troppe rendite, troppe compagnie che vivono di tariffe gonfiate e algoritmi che macinano profitti ogni volta che un fuori-sede apre un motore di ricerca a dicembre.
La politica fa ciò che sa fare meglio: costruire un racconto.
Sventola tradizione, famiglia, radici, identità, tutto pur di non toccare il punto dove le parole si devono trasformare in fatti e dove i fatti costano, disturbano, creano conflitto. Parlano di presepi perché è l’unica cosa su cui possono permettersi di essere coraggiosi mentre sul resto no, sul resto si nascondono dietro la formula passiva “non è competenza nostra”, mentre ogni anno milioni di persone pagano la tassa sugli affetti come fosse un pedaggio obbligatorio.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti e, come sempre, non scandalizza nessuno perché succede da troppo tempo, ogni Natale i telegiornali fanno lo stesso servizio sulla “fuga verso il Sud”, e ogni Natale ignorano il punto: se tornare dai propri genitori costa quanto un volo intercontinentale, il problema non è la distanza geografica, è la distanza tra la politica e la vita reale.


In tutto questo (tutto molto avvilente) da Torinese aggiungo che Caselle è aeroporto che subisce enormi limitazioni sulle tratte a causa della mafia aeroportuale milanese. Anche i famosi "prezzi calmierati" promessi dalla politica non sono mai stati attuati per davvero.
Le contraddizioni sono il “motore” di un Paese e questo il ministro dei trasporti lo sa. E pure l’algoritmo della biglietteria…