"Maranza" è la scusa ma il bersaglio sono i poveri e gli immigrati
Frank Mascia, addestramento militare, ronde e magliette.
Tutte le informazioni, i link e i video citati sono pubblici e liberamente accessibili (profili social aperti, siti ufficiali, testate etc…).
Ne parlo per finalità di cronaca e critica e per i fatti oggetto d’indagine vale la presunzione d’innocenza, rettifiche documentate saranno integrate qualora fosse esplicitamente richiesto.
Milano, marzo 2025: un video di 51 secondi girato in Darsena mostra un pestaggio “anti-maranza” e diventa il detonatore mediatico e così nasce “Articolo 52”, che usa Instagram per la propaganda e Telegram per l’operatività, spacciando la “legittima difesa” per licenza di aggressione di gruppo. L’inchiesta di VDNews documenta l’avvenimento ed in 48 ore oltre 1.700 iscritti nelle chat e la retorica della “bonifica” dei quartieri.
Il termine “maranza” non è una categoria giuridica ma uno slang risemantizzato, comodo per razzializzare e colpevolizzare.
La legge è chiara: l’art. 52 c.p. è una scriminante reattiva e proporzionata. Il Viminale consente solo osservazione e segnalazione ai volontari, non ronde punitive, il resto è giustizia privata e questo è un quadro legale richiamato nelle ricostruzioni giornalistiche e nelle note istituzionali collegate alle indagini.
Le istituzioni prendono posizione: il sindaco Beppe Sala condanna le ronde ricordando che la giustizia spetta alle forze dell’ordine e la società civile scende in piazza con presidi a San Siro promossi dalla CGIL. Sul piano giudiziario, tra il 9 e il 10 luglio 2025 la Polizia di Stato esegue 9 perquisizioni in Lombardia e iscrive 9 persone nel registro degli indagati per associazione a delinquere e istigazione a delinquere legate a “ronde punitive” attribuite al gruppo “Articolo 52”. La Questura segnala anche partecipazioni a presidi dell’estrema destra e la cronaca conferma legami e modalità operative.
Chiamarle “ronde” non le rende civili, chiamarle “difesa” non le rende legali.
È il copione classico dell’ultra-destra di strada ma la risposta democratica è diritti, servizi e monopolio pubblico della forza, non pestaggi a beneficio dei reel.
Per capire come il copione delle ronde si rilanci dai reel alla piazza e poi rientri nella politica ufficiale, basta guardare ai profili satellite degli stessi account che convocano giuramenti, allenamenti e merchandising “difensivo” rilanciano anche contenuti elettorali. In questo flusso ibrido compare con regolarità Stefano Bandecchi.
Un imprenditore che ha trasformato un marchio dell’istruzione privata online in un personaggio politico-mediatico a tutto campo. La notorietà costruita con l’Università Niccolò Cusano si è saldata negli anni alla visibilità sportiva e poi a ruoli istituzionali: quale sindaco di Terni, quindi presidente della Provincia. A questo si affianca la guida di Alternativa Popolare e la candidatura regionale in Campania con un percorso cucito sul personalismo, con una comunicazione continua, aggressiva, pensata per il ciclo breve dei social. Il formato è sempre lo stesso: clip verticali, slogan semplici, posizionamento “di rottura”, presenza costante nei talk e nei feed.
La figura pubblica si alimenta anche di controversie e contenziosi che generano ulteriore attenzione, questa è la logica della campagna permanente, non si spegne mai il microfono.
Dentro questo quadro, Bandecchi funziona da snodo che rende leggibile il passaggio dal racconto di “ordine” alla sua messa in scena. L’ibridazione tra intrattenimento e politica, tra sport e amministrazione, tra dirette social e piazze, normalizza un certo immaginario quello della città come luogo da “rimettere in riga”, la comunità come corpo da disciplinare. Identità forte, rituali, allenamenti, divise, merch.
Pagine satellite di Stefano Bandecchi promuovono personaggi come Frank Mascia e il suo format piemontese rilanciano con cadenza regolare contenuti pro-Bandecchi. La sovrapposizione è tematica e di stile: parole d’ordine su ordine, disciplina, patria, estetica muscolare, chiamate all’azione che trasformano l’indignazione in presenza fisica, uso degli stessi imbuti digitali (reel, chat, call al contatto diretto).
Non è prova di una filiera politica unica, ma segnala una convergenza funzionale ovvero la narrazione securitaria e identitaria scorre lungo gli stessi canali che fabbricano consenso rapido, mobilitazione e monetizzazione.
La differenza è di scala, non di linguaggio.
Nel passaggio da Milano al Piemonte non cambia il copione, cambia il palcoscenico.
La matrice è quella della Darsena: allarme sociale confezionato in clip verticali, retorica dell’“autodifesa”, invito a scendere in strada.
In Piemonte il format si replica con minore visibilità metropolitana e maggiore permeabilità di cintura: perché si passa dal frame “anti-maranza” alla parola d’ordine “patrioti”, si aggiungono giuramenti alla bandiera, si promette “ordine e disciplina”, si pianificano allenamenti settimanali presentati come addestramento.
Le piazze non sono i Navigli ma i nodi secondari della cintura torinese e del Canavese e l’obiettivo comunicativo è identico, quello di trasformare paura e risentimento in militanza, poi in comunità uniforme, poi in mercato.
Il dispositivo è lo stesso, pezzo per pezzo: reel che enfatizzano degrado e minaccia, profili satellite che amplificano e ripubblicano, chat che canalizzano adesioni, convocazioni fisiche, merchandising “difensivo” a costruire la divisa, rituali identitari a cementare il gruppo.
Frank Mascia non è un “volontario della sicurezza”: è un imprenditore dell’ansia pubblica che usa i social per costruire un personaggio muscolare.
Vive nell’area di Settimo Torinese nel 2024 si affaccia alle comunali e, soprattutto, trasforma il proprio profilo in palcoscenico per “passeggiate” anti-spaccio: video notturni, fermate esibite davanti alla camera, tono da supplenza della polizia.
Quella stagione non resta impunita sul piano amministrativo-giudiziario.
Ad agosto 2024 la Procura di Torino apre un fascicolo ipotizzando usurpazione di funzioni pubbliche per i “controlli” improvvisati e filmati ed a settembre la Questura gli notifica un foglio di via dal capoluogo per dodici mesi.
Nel 2025 re-brandizza tutto in “Patrioti Italiani”, aggiunge giuramenti alla bandiera, convoca piazze commemorative e annuncia allenamenti settimanali presentati come “addestramento militare”.
La cornice resta identica: identificare un nemico interno, sfilare in branco, performare autorità.
Il progetto prende forma tra cintura torinese e Canavese come rebranding delle “passeggiate” in chiave identitaria: nuovo nome, nuovo stemma, motto latineggiante, stessi contenuti. Il manifesto circola in reel, locandine e chat: “prendere in mano il potere”, “più mezzi e più libertà alle forze dell’ordine”, “più Italia, meno Europa”, “rimpatrio per chi offende l’Italia”, e soprattutto la creazione di “gruppi di cittadini dotati di abbigliamento e oggettistica di sicurezza per effettuare controlli di quartiere da far riconoscere dallo Stato”. Accanto al testo compaiono rituali di appartenenza, come il “giuramento alla bandiera”, presìdi commemorativi e l’annuncio di allenamenti settimanali presentati come addestramento.
Qui si convocano presìdi e “giuramenti alla bandiera”, con richiami memoriali espliciti a Sergio Ramelli che non sono folclore ma genealogia politica: servono a rivendicare una tradizione militante dell’estrema destra e a vestirla da “ordine pubblico dal basso”.
Le chiamate arrivano in serie tramite reel e chat: luogo, ora, parole d’ordine, e un dress code implicito che rende riconoscibile il gruppo. Ogni presenza fisica diventa contenuto, ogni contenuto innesca la convocazione successiva.
La promessa è esplicita: aprire “sezioni in tutta Italia”, replicando il format con un kit minimo fatto di simboli, parole d’ordine e dotazioni acquistabili nello shop.
È un franchising del vigilantismo: identità forte, divisa, calendario di riti, imbuto digitale che porta dalla clip alla chat, dalla chat alla piazza. La retorica parla di “ordine” e “disciplina”, ma il dispositivo è un altro: normalizzare la supplenza della legge, confondere il volontariato di osservazione con ronde organizzate, spingere un immaginario marziale che trasforma la città in campo da raddrizzare.
La moltiplicazione delle “sezioni” non serve a rafforzare la coesione sociale ma serve a industrializzare un modello politico-commerciale che monetizza l’ansia e la traduce in corpo collettivo.
Il copione è riconoscibile e replicato, dalla estetica marziale low-cost, slogan su ordine e disciplina, uniformi di fatto costruite con merch “difensivo” e dispositivi presentati come “autodifesa”.
Non è sicurezza partecipata, è vigilantismo travestito da volontariato civico, con l’inevitabile scivolamento dalla propaganda alla coercizione simbolica sul territorio. Per i procedimenti citati vale la presunzione d’innocenza; qui si documentano atti, provvedimenti e contenuti pubblici. Il giudizio politico, invece, è netto: questa messa in scena sposta il confine della legalità e normalizza pratiche di piazza che con lo Stato di diritto non hanno nulla a che fare.
Da questo sabato si aggiungono gli allenamenti a Leinì, presentati come “addestramento militare”.
La cadenza settimanale produce appartenenza e routine, legittima l’idea che il territorio si “metta in riga” con pratiche di gruppo e che il confine tra propaganda, esercitazione e controllo sociale sia mobile. In assenza di un progetto civile concreto, restano liturgie, merchandising e un calendario di riti che trasforma la paura in identità e l’identità in presenza organizzata.
Il canale e-commerce è il centro del meccanismo.
La vendita passa dal catalogo WhatsApp linkato in bio e da uno store esterno che replica gli stessi articoli; la chat serve a chiudere in privato, lo shop a dare una patina professionale.
Non è un e-commerce neutro, è la cassa di un’identità politica che conosciamo molto bene.
In vetrina non ci sono souvenir ma ruoli. Le “pile” telescopiche e “strong” sono il pezzo forte, affiancate dalla versione “baby”. Poi arrivano i DPI antitaglio travestiti da moda, con guanti e maglie “antilama”, e l’abbigliamento brandizzato fino alle scarpe. Presi insieme, questi oggetti costruiscono una divisa: riconoscibilità visiva, postura muscolare, messaggio di appartenenza.
Qui si aprono i rischi. La legge 110/1975 vieta il porto di armi proprie come sfollagenti e affini: chiamarle “pile” non cambia la sostanza e tenerle in auto non le rende lecite. La normativa sugli osservatori volontari consente solo osservazione e segnalazione, non ronde attrezzate. Il Codice del Consumo considera ingannevoli le pratiche che fanno credere lecita una condotta o un uso che non lo sono, quando la promozione confonde ciò che puoi comprare con ciò che puoi legalmente portare o fare, c’è un problema giuridico e uno commerciale.
Il modello economico è semplice e cinico.
Si monetizza un’identità: merch “difensivo” che diventa uniforme, eventi e allenamenti che producono contenuti e appartenenza, community che garantisce domanda ricorrente. Il ciclo è chiuso e autoalimentato: reel che vendono il mito, chat che vendono i pezzi, piazze che vendono l’illusione di potere. Per gli aspetti eventualmente oggetto di indagine vale la presunzione di innocenza; qui contano i fatti pubblici: un commercio costruito su un immaginario marziale e presentato come servizio civico.
Concludo così:
Il modello d’ispirazione fascista non è mai uscito dalla testa di troppi e troppe italiane: non basta l’assenza di statue del Duce o dei cori dei camerati per dire che va tutto bene. Le numerose inchieste raccontano l’opposto.
A Torino, negli ultimi anni, quando compagne e compagni scendono in piazza per dissentire vengono etichettati come “terroristi” e caricati dalla celere e nel frattempo i licei sono invasi da volantini di reclutamento dell’estrema destra, regolarmente scortati, perché i fascisti brandiscono la parola “democrazia” come un lasciapassare, infilano le crepe e le piegano a loro piacimento.
Hanno persino bollato i manifestanti pro-Palestina come “fascisti rossi”, mentre i fascisti veri sono questi personaggi che proliferano e trovano sponde politiche e perfino difese istituzionali e noi disarmati continuiamo a scendere in strada per chiedere pace. È sempre la stessa storia.
Il fascismo non è mai andato via dalla testa degli italiani e se davvero non vogliamo rivedere il Ventennio, muoviamoci adesso: ieri era già troppo tardi.











Queste cose non sono nuove; prima venivano marginalizzate.
La normalizzazione dell'odio le ha rese tollerabili e condivisibili.
Mi ero perso quest’altro personaggio dell’orrore… però credo che il suo omologo romano Cicalone sia più pericoloso perché più intelligente e meno macchiettistico: è stato molto abile a costruirsi nel tempo una certa fama come narratore delle periferie degradate, e da lì a ergersi a paladino della “gente che si è stancata dell’assenza delle forze dell’ordine” il passo è stato brevissimo. E nessuno che riesca a riflettere su come sia lui stesso a creare situazioni di pericolo in metropolitana con sul atteggiamento perennemente provocatorio: Cicalone SPERA che qualcuno reagisca, così da poter fare ulteriormente la vittima; e infatti. Poi vabbè, di tanto in tanto se la prende con qualche povero disgraziato, sempre attorniato da un branco di fascisti molto grossi e molto minacciosi. Boh, io vivo a Roma da tanti anni, e se incontro Cicalone ed i suoi amici mi sento molto più a disagio che se passo accanto a un paio di disgraziati.