Manuale di sopravvivenza per chi pensava che fosse solo un passatempo
La tragedia maschile del 2025: non il trauma delle vittime, ma l’incubo dei log conservati troppo a lungo.
“Nelle puntate precedenti” ho scritto queste cose:
Il 30 Aprile “Tu che leggi: i tuoi nudes potrebbero essere già online”
Il 5 Maggio “Ti stanno spiando mentre ti spogli? Probabile”
Il 23 Agosto “Chiudono un gruppo e ne aprono tre: La grande illusione delle lotte transfemministe sui social”
Il 2 Settembre “Dopo vent’anni di Phica, la Carfagna vuole salvarci con lo SPID”
C’è chi si preoccupa del caro-bollette, chi della crisi climatica, chi del mutuo.
E poi ci sono loro: gli ex frequentatori di un sito rimasto aperto per vent’anni senza che nessuno muovesse un dito, improvvisamente in panico per la parola più temuta del 2025: log. Non “giustizia”, non “trauma”, non “violenza”. Log. Quei maledetti registri che forse, chissà, potrebbero ricordare a posteriori le loro sessioni notturne di navigazione.
Mentre le donne che lì dentro venivano spogliate due volte – prima dai partner, poi da un pubblico famelico – non hanno avuto mai il privilegio di vedere le loro ferite considerate “una tragedia nazionale”, la cronaca si concentra su un altro dramma: l’angoscia maschile di non essere stati così anonimi come credevano. Il tono è quasi comico: l’ansia collettiva da “oddio, e se hanno salvato proprio la mia cronologia?”.
Nel frattempo, su Reddit, avvocati e praticanti provano a rimettere i piedi per terra. Ricordano che il diritto non funziona a colpi di hashtag, che non tutto ciò che disgusta diventa automaticamente reato, che ci sono termini, fattispecie precise, procedibilità a querela. Un lavoro certosino che stride con il teatrino degli utenti preoccupati. Gente che fino a ieri rideva sotto ai post di spycam, e che oggi piange perché scopre che l’anonimato non è una polizza assicurativa.
Cuccioli, vi abbraccio tutti.
Questo post vuole partire da lì: mettere in fila il quadro giuridico vero, smontare la narrativa del “tutti colpevoli”, e insieme ridicolizzare l’altra faccia del fenomeno, quella degli uomini che si sentono perseguitati non per ciò che hanno visto o commentato, ma perché la legge, forse, potrebbe ricordarsi di loro.
Partiamo da una verità che sembra banale, ma che evidentemente va ripetuta a voce alta perché non entri nelle teste sudate di certi utenti: iscriversi a un sito non è un reato. Non ti mettono le manette solo perché hai cliccato “registrati”. È come aprire un account su Facebook: se poi lo usi per diffondere minacce o materiale illegale, il problema nasce lì, non nell’aver digitato nome utente e password.
Lo stesso vale per la mera visione di contenuti di maggiorenni. Guardare non è di per sé punibile. Giuridicamente, non basta dire “c’era un sacco di gente iscritta” per trasformare in delinquenti 800.000 profili. Perché il diritto, a differenza dei talk show, non lavora a colpi di indignazione collettiva.
E qui arriviamo al punto che fa più male a chi si sta strappando i capelli in queste settimane: la differenza tra ciò che è moralmente disgustoso e ciò che è giuridicamente perseguibile. Sì, il tuo ridacchiare davanti a un video rubato è stato miserabile, ma non per questo automaticamente un reato. Ti senti sollevato? Non dovresti: perché ciò che emerge è ancora più squallido. Il sistema legale non si occupa della tua coscienza, non misura la tua vigliaccheria (purtroppo). Ti salva solo perché non può fare altrimenti.
Il caso diverso è quello dell’accesso involontario a materiale pedopornografico. La legge parla chiaro: senza dolo, cioè senza intenzione, non c’è responsabilità penale. Tradotto: se sei inciampato in quelle immagini senza cercarle, la norma non ti colpisce. Ma attenzione: non basta “non volevo” detto dopo; serve poter dimostrare che non c’era volontà. E come si dimostra l’assenza di volontà? Non basta scrollare le spalle, bisogna spiegare cosa stavi cercando, dove ti trovavi, come ci sei finito. E più la tua giustificazione suona patetica, più diventa un boomerang. E comunque: davvero il tuo problema è dimostrare di non aver guardato con gusto le peggiori cose dell’internet?
Ecco allora la sproporzione: da un lato centinaia di migliaia di iscritti preoccupati di apparire in un elenco, dall’altro la realtà giuridica che ridimensiona tutto. Non tutti colpevoli, non tutti punibili. Ma questo non li assolve moralmente, semmai li mette a nudo perché la paura non nasce dall’empatia verso le vittime, ma dall’incubo di essere riconosciuti e di perderci qualcosa o tutto.
Che poi anche qui, questa è una mia opinione: fosse per me se usavi attivamente quei siti e per me con “attivamente” si intende anche che ti iscrivi ad un sito pubblico che comunque non aveva bisogno di nessuna iscrizione per visionare i contenuti, dovrebbero toglierti figli, casa e lavoro.
Eccoci al cuore della faccenda. Qui non c’è scappatoia: l’art. 612-ter del codice penale – quello sul cosiddetto revenge porn – parla chiaro. Chi carica o diffonde immagini sessualmente esplicite senza il consenso della persona ritratta commette un reato. Non importa se lo fai per vendetta, per ridere con gli amici, o per collezionare like in un forum: la legge non ti chiede il movente, ti basta l’azione.
E attenzione a un altro dettaglio che gli uomini “preoccupati” fingono di non capire: non si tratta solo di materiale “rubato” in senso stretto. Ci sono le immagini private – scatti intimi condivisi in una chat di coppia e poi esposti al pubblico ludibrio – ma anche il materiale già pubblico, ripreso da un profilo social o da un altro sito, rilanciato però con fini denigratori o umilianti. In quel caso non si parla più solo di revenge porn, ma di diffamazione o addirittura di trattamento illecito di dati personali. Perché sì, anche prendere una foto già online e buttarla in pasto a un forum di derisione (per non dire altro) può diventare un reato.
Il richiamo è all’art. 167 del Codice Privacy, che punisce chi diffonde o tratta dati personali senza consenso arrecando nocumento. Per capirci: il tuo screenshot non autorizzato, caricato con tanto di nome e cognome, non è una “ragazzata digitale”. È carta da tribunale.
E quindi sì, se eri fra quelli che “tanto era già su Instagram”, sappi che la differenza tra scorrere un feed e ricaricare quella foto con commenti sessisti è la stessa che passa tra guardare un coltello in vetrina e piantarlo nella schiena di qualcuno. La lama è la stessa, cambia l’uso che ne fai.
Se il revenge porn è già una ferita aperta, lo spycam è la lama nascosta.
Qui non si parla neppure di “condivisione di materiale privato”: qui il materiale privato viene fabbricato di nascosto, senza che la vittima ne sappia nulla. È l’art. 615-bis del codice penale che entra in gioco: interferenze illecite nella vita privata. Tradotto: se ti infili con una telecamera in un bagno, in uno spogliatoio, in una casa, o usi qualunque dispositivo per riprendere scene della vita privata altrui, stai già violando la legge prima ancora di premere “upload”.
E qui va distinta bene la doppia fase. Primo: l’acquisizione abusiva delle immagini, il momento in cui decidi che il corpo di qualcun’altra non è suo, ma una tua conquista da filmare. Secondo: la diffusione di quel materiale, il rilancio su forum e chat come se fosse merce da barattare. Due condotte separate, entrambe penalmente rilevanti, che possono sommarsi come un aggravio su aggravio.
Chi si difende dicendo “ma io l’ho solo trovato online” dimentica che dietro ogni video c’è stata una violazione a monte. Non sei innocente perché non sei stato tu a piazzare la telecamera: partecipi comunque a un sistema che trasforma un abuso in spettacolo. È la differenza tra chi tiene ferma la vittima e chi preme il tasto rec: non cambia la sostanza, cambia solo il grado di responsabilità.
E allora sì, se la tua ansia da log riguarda proprio i video rubati negli spogliatoi, sappi che non stiamo parlando di “goliardia digitale”, ma di un reato che ti macchia due volte: per la curiosità morbosa e per la complicità nella sua diffusione.
E ripeto: ti meriteresti di perdere tutto quanto.
Perché se una donna può essere licenziata per avere nella sua vita privata un profilo OnlyFans consensuale, tu meriti ben di peggio.
Possiamo discutere tutto il santo giorno sul perché le donne ad un certo punto della loro vita sentono che per guadagnare quanto un uomo devono vendere il proprio corpo (che poi il lavoro è letteralmente vendere il proprio corpo per denaro), vi lascio al post di Ilariaracconta “La favola post-femminista di OnlyFans”
Qui entriamo nella zona grigia, quella degli uomini che oggi alzano le mani e dicono: “Io? Ma io ho solo commentato!”.
Come se la tastiera fosse un salvacondotto morale, come se scrivere “guarda questa puttana le sfonderei la figa con un pugno finché non urla di smetterla” sotto un video rubato non contribuisse a niente.
Giuridicamente la distinzione è chiara: i commenti volgari restano sul piano dell’osceno e dell’odioso, ma raramente bastano da soli a trasformarsi in un reato. Non c’è un articolo del codice che punisca la pochezza intellettuale, per ora.
Diverso è il caso dei commenti che svelano dati identificativi: nome, cognome, indirizzo, profilo social. Qui si entra nell’area della diffamazione aggravata o addirittura del trattamento illecito di dati personali (art. 167 Codice Privacy). In altre parole: se hai fatto lo “sborone digitale” incollando dettagli di una persona reale accanto a un video intimo, non sei più un semplice spettatore molesto. Sei diventato parte attiva della macchina dello sputtanamento.
E poi c’è l’ultima categoria: i commenti che incitano o istigano. Da soli non bastano quasi mai a far scattare un reato, ma restano indizi: servono a ricostruire il clima, a dimostrare che quel forum non era un “archivio neutro” ma un’arena di violenza digitale. Il tuo “link pls” è piccolo, insignificante, eppure contribuisce a consolidare il rituale collettivo dello stupro virtuale.
Ed è qui che il diritto lascia spazio alla riflessione etica. Perché se la legge non ti punisce, il linguaggio ti inchioda lo stesso: ogni parola aggiunta a quei thread era una pietra sul corpo delle vittime. E adesso che temi i log, forse la paura più grande dovrebbe essere guardarti allo specchio e scoprire che il reato non c’è, ma la vigliaccheria resta.
Spoiler: non esiste nessun plotone pronto a bussare a tutte le porte dei “lurker”. La giustizia, per quanto lenta e imperfetta, sa fare i conti con la realtà: le priorità saranno gli amministratori, i moderatori, gli utenti più attivi nella pubblicazione e nella gestione del sito. Chi ha tenuto in piedi la macchina, non chi ha premuto “mi piace” due volte.
Per i semplici visitatori la probabilità di finire in un’aula di tribunale è quasi nulla. E non perché siano “innocenti”, ma per un motivo molto più prosaico: non si possono aprire centinaia di migliaia di fascicoli sfortunatamente. Sarebbe come arrestare tutto lo stadio perché qualcuno ha lanciato una bottiglia: impossibile, ingestibile e giuridicamente insensato.
C’è poi il nodo tecnico: i log non sono eterni, non si conservano vent’anni come se fossero reliquie sacre. In molti casi vengono sovrascritti, cancellati, o sono inutilizzabili senza una denuncia specifica. L’idea che esista un “archivio segreto” pronto a sputtanare ogni click dal 2005 è la fantasia oscena di chi ha sempre creduto nell’anonimato come scudo.
Il risultato è quasi comico: gli uomini che hanno passato anni a ridere delle vittime ora tremano all’idea che la giustizia possa selezionare qualcuno di loro. E la loro vera paura non è la condanna, ma la perdita della maschera dell’invisibilità. Perché scoprire che dietro il nickname “Anon123” c’era davvero il tuo volto è una punizione peggiore di qualunque sentenza, almeno me lo auguro.
E qui arriviamo a un’altra parola che manda in tilt i maschi ansiosi: querela. Non basta che il reato esista, serve che la persona offesa lo denunci entro i termini. Nel caso del revenge porn, la querela va presentata entro sei mesi dalla scoperta. Nel caso della diffamazione, il termine scende a tre mesi.
E subito parte la paranoia collettiva: “Ma quando inizia a decorrere il tempo? Se lei lo sapeva da prima? Se lo ha scoperto un anno dopo?”. Risposta semplice: la legge prende per buona la dichiarazione della vittima sulla data della scoperta, salvo prove contrarie. Vuol dire che, a meno che non si trovi un messaggio o un post che dimostri che lei ne era consapevole molto prima, vale la sua parola.
Tradotto: non sei tu, povero utente in ansia, a stabilire quando scatta il cronometro. Non puoi presentarti in tribunale a dire “eh ma secondo me lei lo sapeva già”. Non funziona così.
Ed è proprio qui che emerge l’incertezza strutturale: spesso è impossibile provare con certezza la “conoscenza anteriore”. E questa incertezza, che per le vittime è un ostacolo doloroso (perché rischiano di vedersi contestare la tempestività della querela), per gli uomini preoccupati diventa invece un incubo: l’idea che la parola della donna conti più delle loro ipotesi. Una novità insopportabile per chi era abituato a dettare le regole anche sulla pelle altrui.
Se c’è una parola che ha tolto il sonno a migliaia di uomini, è questa: log.
Nei forum e nei commenti li evocano come se fossero pergamene magiche, in grado di custodire ogni click compiuto negli ultimi vent’anni. E invece no: i log non sono eterni. Non si conservano come reliquie, non stanno chiusi in un caveau segreto pronti a sputtanare ogni singolo accesso dal 2005. Nella maggior parte dei casi vengono sovrascritti, cancellati, resi inutilizzabili. Certo, esistono dati recenti e soprattutto ci sono account già segnalati o sequestrati che possono essere tracciati con maggiore facilità. Ma immaginare un’inchiesta capace di risalire a centinaia di migliaia di identità remote è fantascienza. Non ci sono le risorse, non ci sono i mezzi tecnici, non c’è la volontà politica.
E questo non significa che il sistema sia indulgente: significa che è strutturalmente limitato. La giustizia digitale funziona a campione, colpisce i casi più gravi, i profili più esposti, chi ha lasciato più tracce. Non è un aspirapolvere che raccoglie tutto, è un setaccio che lascia passare la massa e trattiene solo alcuni.
Il paradosso è che la vera paura maschile non nasce tanto dalla condanna in sé, quanto dalla perdita dell’anonimato. Il terrore che il nickname scelto una sera ubriaca diventi improvvisamente riconducibile a un volto reale. Più che la prigione, li spaventa lo specchio: scoprire che non erano spettatori invisibili, ma complici visibili di un crimine collettivo.
Alla fine, il nodo è questo: no, non sono tutti giuridicamente colpevoli.
E no, non verranno aperti processi a tappeto per centinaia di migliaia di utenti. La narrativa semplificata “chi c’era dentro è un criminale” funziona bene nei titoli dei giornali, ma crolla appena incontra il diritto. Il diritto, con tutta la sua lentezza e i suoi cavilli, ci ricorda che esiste una differenza netta tra ciò che è moralmente riprovevole e ciò che è penalmente perseguibile. Guardare non è reato, commentare in modo squallido quasi mai lo è, iscriversi men che meno (mannaggia). Il reato scatta altrove: nella produzione, nella diffusione, nell’umiliazione sistematica.
E allora il paradosso diventa evidente: un clamore mediatico enorme, che fa pensare a un terremoto giudiziario, e invece un’inchiesta che potrà realisticamente colpire solo una minoranza di soggetti. Gli altri, i più, continueranno a vivere con la loro ansia da log e con la certezza che il tribunale non li chiamerà mai.
Dal mio punto di vista fanno benissimo ad avere paura: perché se io in quanto donna o persona socializzata come donna, devo avere paura di andare da sola a fare un ECG in ospedale perché nella stanza c’è solamente il medico uomo ed essendo io in una posizione di vulnerabilità “chissà che può succedermi” perché i casi di cronaca non sono leggende mitologiche, ma solide realtà, loro (gli uomini) per una volta tanto devono provare anche solo per un giorno la mia stessa paura.
Ma la vera domanda resta sospesa: è sufficiente la legge italiana per affrontare fenomeni di massa come questo? Possiamo davvero pensare di arginare vent’anni di violenza digitale con strumenti concepiti per casi individuali? O stiamo solo inseguendo i fantasmi di un archivio infinito, lasciando che la sostanza – le vite rovinate, le donne violate due volte – resti in secondo piano?
E forse è questa la vera tragedia: che la giustizia, così com’è, non riesca a restituire nulla alle vittime molto spesso, mentre gli uomini che hanno popolato quei forum possono perfino consolarsi con un pensiero: “almeno non era illegale”.
Ultima nota a margine:
I media martellano continuamente verso i corpi di alcune donne, pochissime, quelle donne di potere politico ed economico. Questa cosa mi fa schifo. Sono tutte vittime e le vittime sono anche quando sono donne che non hanno i soldi, il tempo, la rete di supporto emotiva e sociale, per essere aiutate e sostenute.


Sul subreddit “Avvocati” non solo è pieno dei post che hai citato, ma addirittura molti altri sostengono che la chiusura di Phica sia un complotto per far approvare Chat Control.
Non ci arrivano proprio.
Onorata anche di aver potuto far parte del discorso. ❤️