L'Italia ha un problema con l'amore?
pt.1: come raccontiamo le relazioni e quanto questo ci può influenzare (forse)
Benvenutə su “Scrollo, ergo dubito” una newsletter indipendente che prova a decostruire il potere quando si traveste da normalità, quando entra nel linguaggio, nei media, nella politica e nell’intrattenimento e quando si fa passare per semplice buonsenso.
Qui troverai analisi, articoli sui loro meccanismi, interessi e cornici narrative e come mai certe cose finiscono per diventare accettabili, inevitabili, perfino desiderabili.
È un progetto portato avanti da una persona sola, senza sponsor, redazioni o finanziatori nascosti.
Questa parte del blog resterà sempre gratuita e se vuoi sostenere il mio lavoro puoi farlo tramite Backstage, la sezione sul dietro le quinte, oppure offrirmi un caffè.
Sono cresciuta senza guardare la televisione generalista perché i miei genitori sono comunisti. Il massimo che potevo vedere, o che loro riuscivano a tollerare, erano alcuni programmi di Rai3 e qualcosa, davvero poco, di La7. Da quando non vivo più con loro, ormai da dodici anni, non ho mai sentito il bisogno di avere una televisione, in parte per banali problemi di spazio nelle case in cui ho abitato, in parte perché non sono semplicemente abituata a usarla, non la associo a uno schermo su cui guardare serie o film delle piattaforme di streaming, che ho sempre visto dal computer
-scaricati da Emule ovviamente - ma a quella cosa specifica chiamata “televisione italiana” che i miei genitori trova(va)no raccapricciante. Non vedetemi come la bambina del bosco né tantomeno del nuraghe, semplicemente mi portavano spesso al cinema o noleggiavamo due videocassette nel fine settimana e così sono cresciuta guardando soprattutto cartoni animati e tanti (troppi) musical. Non saprei dire se sono o meno grata di questa scelta educativa, è andata così, senza un grande disegno dietro e senza bisogno di giustificarla a posteriori.
Infatti la maggior parte delle citazioni dei meme mi sfugge, perché spesso non ho proprio idea di chi siano alcuni personaggi che hanno fatto parte della cosiddetta storia della televisione italiana contemporanea, e a questo va aggiunto un ultimo pezzo del mio scarso background culturale. Quando è esploso YouTube avevo circa 14 anni e per quanto sulla carta dovrei rientrare nella macro area dei Millennial, in realtà è difficile inserirmi davvero nella stessa annata di mio fratello che ha sette anni più di me, sì è vero ho un fratello anche se tutti dicono che sembro figlia unica. Allo stesso tempo non sono nemmeno “nata” con i social network come parte integrante della quotidianità come invece è successo ai Gen Z che hanno vissuto lo scoppio dei social in Italia intorno ai dodici o tredici anni. Facebook esisteva già quando ne avevo 14, ma di fatto non lo usava nessuno, è diventato qualcosa di più o meno quotidiano solo verso i miei 18 anni - tenendo conto che vengo dal nord della Sardegna - mentre l’uso di Instagram come diario personale, almeno per come l’ho vissuto io, ha iniziato a essere preso sul serio intorno ai miei 21. Per questo rientro in quella che viene definita la generazione Zillennial: una microgenerazione di transizione tra Millennial e Generazione Z, collocata indicativamente tra il 1992 e il 2002, che ha fatto in tempo a vivere l’infanzia prima dell’ubiquità di internet e dei social, ma è cresciuta insieme alla tecnologia, ricordando un mondo pre-11 settembre e attraversando la pandemia durante l’università o l’ingresso nel lavoro.
Tutta questa digressione, che può sembrare fuori tema, in realtà è centrale, perché spiegare il mio background significa darvi la chiave di lettura attraverso cui vivo e interiorizzo le narrazioni televisive mainstream, che ho iniziato a guardare solo da due anni, al massimo tre. Prima di allora non ho ignorato programmi considerati trash come Il Grande Fratello, Temptation Island, Uomini e donne o affini per snobismo, ma perché semplicemente non facevano parte della mia quotidianità e non ne vedevo un motivo reale di fruizione, fino a quando mi sono resa conto che nella mia bolla culturale quasi tutti, dico quasi per educazione, sono ossessionati dal guardarli e commentarli, giustificando questa pratica con formule come “serve per staccare la testa” oppure “bisogna studiare il nemico”, salvo poi produrre caroselli, stories infinite o addirittura articoli per giornali, con analisi fintamente sofisticate spacciate per profondissime, come se il mondo contemporaneo avesse davvero bisogno dell’analisi di una puntata di X Factor in dodici cartelle.
A un certo punto ho fatto quello che per me è stato un piccolo e doloroso passo indietro, perché se tutti guardano questi programmi e se sono diventati un rituale condiviso, ognuno con le proprie motivazioni più o meno ipocrite, un motivo deve pur esserci, e così mi sono detta che tanto valeva provarci.
Da qui nasce la riflessione che vorrei sviluppare:“l’Italia ha un problema con l’amore” un’analisi di alcuni programmi televisivi (e non) filtrata dal mio punto di vista, che come ho già anticipato può avere delle lacune, ma che proprio per questo credo sia interessante da attraversare.
Vorrei iniziare da Love Is Blind Italia semplicemente perché è l’ultimo programma che ho visto e perché è uscito su Netflix. Mi dilungherò il meno possibile nello spiegare il meccanismo, anche perché ne hanno già parlato in troppi: dodici persone che non si conoscono, si innamorano senza vedersi, formano delle coppie, si incontrano e devono decidere se sposarsi, il tutto concentrato in circa tre settimane.
E’ un franchising, quindi ogni paese ha la propria versione del programma con stesse regole, la più longeva è quella USA con 9 stagioni ma possiamo trovare molti altri paesi:
Visto che non ho alcuna intenzione di passare per illuminata, metto subito le carte in tavola: quando ho visto Love Is Blind Italia (che per praticità chiamerò LIB) non sono rimasta particolarmente stupita dalle dinamiche e non le ho trovate così tossiche, al massimo appena noisette e c’era anche un ragazzo che per carattere e aspetto era inquietantemente simile a un mio ex (a voi capire quale dei protagonisti).
Il punto è che me ne sono accorta davvero solo quando mi sono imbattuta in diversi post e video sui social, dove il pubblico internazionale commentava in modo piuttosto insistente la tossicità del programma ed è stato lì che mi sono fatta una domanda che non è per niente comoda: non è che ho normalizzato la violenza?
Mi interessa parlarne non tanto dal punto di vista di un’analisi codificata, quanto per il fatto che ciò che vediamo oggi in televisione, che lo si voglia o no, ci influenza.
Se pensi di esserne esente può essere vero (in parte), ma resta il fatto che sei una minoranza, perché la televisione generalista si chiama così proprio perché la guarda la maggioranza delle persone e quindi sì, forse dovremmo chiederci se questo produce conseguenze su come interiorizziamo certe codifiche dei rapporti.
La televisione, come medium, ha una capacità enorme di plasmare e far interiorizzare messaggi e codici di comportamento perché agisce per accumulo, non per argomentazione.
Non ti chiede di concentrarti, non ti chiede di scegliere, non ti chiede nemmeno di essere davvero presente, è lì mentre mangi, mentre scorri il telefono, mentre parli con qualcun altro, e proprio per questo entra sotto pelle. Non lavora sulla persuasione esplicita ma sulla familiarità, sulla ripetizione, sul rendere certi schemi così ricorrenti da smettere di sembrarti costruiti.
Le dinamiche relazionali che mostra non vengono assorbite perché sono convincenti, ma perché diventano riconoscibili, quindi normali, quindi accettabili, quando una certa idea di amore, di conflitto, di gelosia o di sopraffazione viene riproposta puntata dopo puntata, stagione dopo stagione, smette di sembrare una scelta narrativa e inizia a sembrare una fotografia del reale, anche quando è palesemente una messinscena.
La televisione generalista, poi, si rivolge a un pubblico vasto e trasversale, quindi: semplifica, esaspera, riduce le complessità a ruoli leggibili, a buoni e cattivi, a vittime e carnefici, costruendo una sorta di grammatica emotiva condivisa.
Non è tanto che la gente imiti quello che vede, è che si abitua a vederlo, e l’abitudine abbassa la soglia di allarme e quindi a forza di esposizione continua, certe dinamiche smettono di sembrare discutibili e iniziano a sembrare inevitabili, naturali, persino giustificabili. È così che la televisione non si limita a raccontare il mondo, ma contribuisce a definirne i confini simbolici, stabilendo cosa è normale, cosa è tollerabile e cosa no, anche per chi è convinto di guardarla con distacco critico e di essere, in fondo, immune.
Dal punto di vista psicologico e sociologico la televisione funziona come una palestra di apprendimento implicito, dove non ti viene mai spiegato cosa pensare ma ti viene mostrato cosa è frequente, cosa è premiato, cosa è tollerato. A livello psicologico entra in gioco la normalizzazione, l’esposizione ripetuta a certi comportamenti abbassa progressivamente la soglia di reazione emotiva: quello che all’inizio appare disturbante col tempo diventa solo un’altra dinamica possibile. A livello sociologico, invece, la televisione costruisce immaginari condivisi: offre copioni relazionali pronti all’uso che permettono alle persone di riconoscersi dentro storie semplici, ripetibili, rassicuranti proprio perché già viste.
Questi copioni funzionano come scorciatoie culturali perché ti dicono come ci si innamora, come si litiga, come si perdona, come si soffre, riducendo la complessità dell’esperienza umana a modelli facilmente consumabili. Il problema non è che questi modelli vengano presi come verità assolute ma che diventino il riferimento implicito rispetto a cui misuriamo tutto il resto, ciò che ci sembra strano, eccessivo o al contrario accettabile. In questo senso la televisione non crea i comportamenti, ma contribuisce a renderli socialmente intelligibili, legittimi, raccontabili, e quando certi schemi vengono reiterati da un medium così pervasivo finiscono per incidere sul modo in cui interpretiamo noi stessi e gli altri, spesso senza che ce ne rendiamo conto.
Quando mi sono chiesta se avessi interiorizzato così tanto la violenza, invece di fermarmi alla mia percezione ho guardato cosa ne pensasse il pubblico internazionale di LIB. L’ho fatto per capire se la mia reazione fosse isolata o frutto di una normalizzazione più ampia, e lì è emerso un dato interessante: l’edizione italiana era tra le più attese e seguite su Netflix, anche se in Italia non c’è stata una vera febbre collettiva. Una discrepanza che rende la domanda ancora più legittima e che apre a una riflessione su come le stesse dinamiche vengano lette in modo diverso a seconda del contesto culturale.
Quindi ho fatto la cosa più ovvia per una persona che non si fida solo della propria bolla, ho aperto diversi thread su Reddit, alcuni in subreddit internazionali, altri più circoscritti al panorama italiano, per vedere cosa emergesse fuori dal mio sguardo. Non per cercare una verità oggettiva, ma per osservare le reazioni, il lessico usato, il livello di tolleranza, ciò che veniva percepito come problematico e ciò che invece passava inosservato. Quello che ne è venuto fuori è stato abbastanza netto da meritare di essere raccontato, perché non parla solo di LIB Italia, ma del modo in cui leggiamo, giustifichiamo o rimuoviamo certe dinamiche a seconda del contesto in cui siamo immersi.
Nei thread internazionali ho chiesto fin dall’inizio a chi commentava di dichiarare età, genere con cui si identifica e provenienza, specificando quando possibile se viveva nel paese d’origine o all’estero, perché non mi interessava raccogliere opinioni astratte o reazioni decontestualizzate, ma capire da dove parlavano le persone mentre guardavano il programma.
Questo dettaglio ha fatto una differenza enorme, perché ha trasformato la discussione da un generico “mi piace o non mi piace” a qualcosa di molto più utile: una mappa comparata delle soglie culturali di tolleranza rispetto a conflitto, controllo, gelosia e ruoli di genere.
È emerso con una certa chiarezza che le reazioni più forti, spesso di vero e proprio allarme, arrivavano in prevalenza da donne tra i trenta e i quarant’anni, provenienti dal Nord Europa, dal Nord America o da contesti migratori misti e anche da persone che avevano vissuto in più paesi e che quindi avevano interiorizzato modelli relazionali diversi.
Moltissime leggevano le dinamiche viste nello show come esplicitamente manipolatorie, aggressive o emotivamente violente, e non di rado collegavano quello che stavano guardando a esperienze personali passate, dicendo apertamente che alcune scene avevano riattivato ricordi di relazioni che oggi definirebbero tossiche, ma che all’epoca erano state vissute come normali, romantiche o semplicemente inevitabili. In diversi commenti tornava lo stesso concetto, declinato in modi leggermente diversi ma riassumibili in “mi fa paura pensare che questo venga percepito come accettabile”.
Parallelamente, una parte consistente del pubblico maschile e di alcuni commentatori italiani o italofoni tendeva invece a interpretare le stesse dinamiche come espressione di intensità emotiva, passionalità o comunicazione diretta, leggendo l’edizione italiana come “più autentica” rispetto ad altre versioni considerate fredde, evasive o eccessivamente filtrate dal linguaggio terapeutico. In questo gruppo compariva spesso l’idea che il conflitto fosse parte integrante dell’intimità, che alzare la voce o essere duri non equivalesse necessariamente a essere violenti, e che una certa dose di caos emotivo fosse persino indice di coinvolgimento reale. È interessante notare come questa lettura fosse più frequente tra persone che vivevano fuori dall’Italia da anni o che avevano un rapporto nostalgico, a volte idealizzato, con la cultura italiana, mentre chi dichiarava di vivere attualmente in Italia, o di aver lasciato il paese anche per ragioni legate alle relazioni o al lavoro, mostrava una soglia di tolleranza più bassa e una stanchezza più evidente verso questi copioni.
Un altro elemento che emerge con forza è la ripetizione quasi ossessiva di alcuni temi trasversali, indipendentemente dal giudizio finale sul programma: il patriarcato viene citato apertamente, insieme alla rigidità dei ruoli di genere, alla centralità della famiglia di origine nelle scelte di coppia, all’aspettativa che le donne assorbano il lavoro emotivo e fungano da regolatrici del conflitto, e alla difficoltà maschile nel prendersi responsabilità senza scivolare nella difensiva o nell’aggressività.
A questo si aggiungono osservazioni molto nette sul razzismo, sia esplicito che normalizzato, e su come l’appartenenza etnica o culturale diventi rapidamente un terreno di sospetto o di giudizio dentro le dinamiche affettive. Alcuni commentatori hanno sottolineato come certi comportamenti che, nel contesto italiano, passano quasi inosservati, risultino invece immediatamente problematici per chi proviene da culture dove il confronto è meno urlato o dove il rispetto dei confini individuali è più esplicitamente codificato e socialmente sorvegliato.
Quello che rende questa raccolta di reazioni particolarmente interessante non è arrivare a un verdetto su LIB Italia né tantomeno sull’Italia come paese, ma osservare il cortocircuito che si crea tra riconoscimento interno e sguardo esterno: molti italiani, soprattutto donne, hanno scritto di aver provato un disagio retroattivo, una presa di coscienza tardiva del fatto che ciò che avevano sempre considerato normale o inevitabile in una relazione forse non lo è affatto.
Allo stesso tempo, per chi guarda da fuori, quelle stesse dinamiche diventano immediatamente leggibili come problema, senza il filtro della familiarità o della giustificazione culturale. È in questo scarto che si apre lo spazio più fertile di analisi, perché mostra come certi modelli relazionali non siano universali né neutri, ma appresi, interiorizzati e spesso difesi proprio perché ripetuti, narrati e legittimati nel tempo.
In altre parole, ciò che emerge dai subreddit internazionali non è una condanna unanime né un’assoluzione collettiva, ma la prova che la normalizzazione funziona soprattutto finché resta interna a una bolla culturale. Quando quella bolla viene bucata da sguardi esterni, da esperienze migratorie, da confronti transnazionali, ciò che prima era invisibile diventa nominabile. Ed è forse proprio questo il dato più politico, il fatto che molte persone, italiane comprese, arrivino a dire “l’ho vissuto anch’io” solo dopo aver visto qualcun altro chiamarlo con il suo nome.
Mettendo a confronto le reazioni italiane con quelle internazionali si vede uno scarto netto, non tanto nei contenuti quanto nel modo in cui il problema viene accolto, respinto o riformulato. Nei thread italiani, a differenza di quelli internazionali, la discussione si frammenta quasi subito e tende a difendersi da sola.
Una parte consistente dei commenti non entra nel merito delle dinamiche relazionali, ma sposta il focus altrove, “è solo un reality” e questa è una strategia di disinnesco ricorrente, che evita di rispondere alla domanda centrale: l’effetto fanno quelle narrazioni e perché a molti di noi non risultano immediatamente allarmanti.
In questo senso il confronto con l’estero è impietoso perché mentre il pubblico internazionale tende a partire dalla reazione emotiva, disagio, rabbia, allarme, quello italiano parte spesso da una presa di distanza identitaria “non mi rappresenta” come se il problema fosse sempre altrove, in una nicchia di casi umani, in un target ignorante, in un Sud ridotto a caricatura, in una televisione che riguarda sempre qualcun altro.
Ogni tentativo di parlare di normalizzazione viene letto come un’accusa collettiva o come un giudizio morale, e questo scatena scherno, aggressività, mansplaining, delegittimazione personale, fino all’attacco diretto alla mia “vera” identità.
È come se la domanda “ci siamo abituati a certe dinamiche?” venisse automaticamente interpretata da chi ascolta in “state dicendo che siamo tutti tossici”, cosa che nei thread internazionali accade molto meno. Lì la discussione rimane più spesso sul piano strutturale e culturale, mentre in Italia scivola rapidamente sul piano individuale e difensivo come se l’esperienza personale potesse bastare a neutralizzare l’esistenza di un fenomeno più ampio.
Ricorre anche l’argomento della cultura mediterranea, della passionalità, della gelosia “naturale”, come se certi comportamenti fossero un tratto identitario inevitabile, oppure come se criticarli significasse adottare uno sguardo moralista, anglosassone o nordico. Questa giustificazione culturale è molto meno presente nei thread internazionali, dove gelosia e controllo vengono separati più nettamente dall’idea di intensità emotiva e dove l’argomento “è fatto così” viene visto come parte del problema, non come una spiegazione neutra. In Italia, invece, la linea di confine tra emozione e agito tende a sfumare, e questo rende più difficile nominare certe dinamiche come violente o problematiche senza essere accusati di esagerare o di essere “esagerata”. Quando ribadisco: io non ho mai dato un giudizio sul programma, ho chiesto a loro di giudicarlo.
Allo stesso tempo, nei thread italiani emergono anche molte voci che confermano in modo esplicito la tua intuizione, soprattutto da parte di donne, persone straniere che vivono in Italia, italiani che hanno vissuto a lungo all’estero, o persone che dichiarano di provare un disagio reale davanti a questi programmi. Parlano di normalizzazione, di vissuti personali, di esperienze di controllo e abuso che nella quotidianità vengono minimizzate o giustificate come carattere, amore, preoccupazione. La differenza è che queste voci, nei thread italiani, convivono con un rumore di fondo più alto fatto di negazione, sarcasmo, relativismo e rifiuto del tema, mentre nei thread internazionali tendono più spesso a diventare il nucleo della discussione.
Quindi il confronto suggerisce che la differenza non sta tanto nel fatto che in Italia esistano più o meno dinamiche tossiche rispetto ad altri paesi, quanto nel modo in cui vengono lette e discusse. Fuori dall’Italia lo shock nasce dal non riconoscere quei comportamenti come accettabili, dentro l’Italia lo shock nasce dal fatto che qualcuno li stia problematizzando. Ed è forse questo il dato più rivelatore, perché indica che lo scarto non è tra culture più o meno evolute, ma tra soglie diverse di abitudine.
Dove lo sguardo esterno vede un problema, lo sguardo interno vede qualcosa di già visto ed proprio quel “già visto” è il punto su cui vale la pena fermarsi, più che sul reality in sé. Ed è questa secondo me la parte interessante.
Grazie per avermi letta.
Io sono Giulia e dal 2026 lavoro come blogger indipendente, con partita IVA e tutto quello che comporta quando scrivere smette di essere un hobby e diventa un lavoro. Questo è uno spazio personale e pubblico insieme, dove scrivo di cultura, politica e società, cercando di capire come funzionano le narrazioni del potere, chi le costruisce e perché continuano a reggere anche quando fanno acqua da tutte le parti.
Questa parte del blog resterà sempre gratuita.
Se vuoi sostenere il mio lavoro puoi farlo attraverso Backstage, la sezione sul dietro le quinte, oppure offrirmi un caffè.
Continua a leggere:



