L'élite culturale italiana piange i palestinesi solo quando conviene
David Grossman: ospite al salone del libro 2026 di Torino
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David Grossman, tra gli scrittori israeliani più celebrati al mondo, ha impiegato quasi due anni per pronunciare pubblicamente la parola "genocidio" su ciò che sta avvenendo a Gaza e lo ha fatto solo nell'agosto 2025, dicendo a Repubblica: "Per anni ho rifiutato di utilizzare questa parola, ma adesso non posso trattenermi dall'usarla." Dice: non posso trattenermi, il che significa che prima poteva e sceglieva di farlo.
Grossman non è un caso isolato perché buona parte dell'élite culturale che si dichiara di sinistra, quando viene interpellata, nella migliore delle ipotesi quando gli si chiede di posizionarsi contro il genocidio ed il governo d’Israele ti risponde a suon di unghie sugli specchi.
A maggio lo scrittore sarà uno degli ospiti di punta del Salone del Libro di Torino, invitato per la pubblicazione del suo Meridiano Mondadori, ma il punto qui non è invitare uno scrittore israeliano. Il punto è celebrare qualcuno che per due anni ha scelto di trattenere l’unica parola che descrive ciò che è il passato ed il presente del popolo palestinese e non c’entra da dove viene, c’entra cosa legittima la sua presenza all’interno del Salone del libro.
E poi c'è Chiara Valerio, direttrice di Più Libri Più Liberi onnipresente nel circuito delle fiere letterarie italiane (ma non solo purtroppo) che al Salone presenterà con Edoardo Prati il Risveglio di primavera di Wedekind per Adelphi. La sua traiettoria sulla questione palestinese mi sfugge, perché tra chi dice e chi tace lei ha scelto sempre il non posizionarsi mai per davvero.
C'è anche da chiedersi quanto il Salone del Libro di Torino rappresenti davvero il polo culturale italiano e quanto invece sia diventato una delle tante occasioni per fare relazioni pubbliche, stringere accordi, coltivare amicizie, farsi vedere. Quanto conta l'editoria contemporanea al Salone e quanto conta il Salone come palcoscenico simbolico per chi ci sale sopra, quanto questa kermesse serva ai lettori e quanto serva esclusivamente a chi nell'editoria ci lavora, ci guadagna, ci si posiziona e ci sta comoda.
Nel 2022, quando il romanzo di Chiara Valerio viene pubblicato in Israele, scrive pubblicamente che "negare non è la mia soluzione", rifiutando il boicottaggio culturale, dopo il 7 ottobre sceglie la posizione della “complessità” come un ombrello durante la tempesta perché basta con il tifo da stadio, basta con la riduzione a macchietta, noi non discutiamo più. Nell'agosto 2025, quando Grossman pronuncia finalmente quella parola che tanto viene costretto e quasi si sente strozzare, Valerio ne condivide l'intervista sui social senza aggiungere nulla di suo e semplicemente lo rilancia. L'intellettuale che di fronte a sessantamila morti invoca il dialogo, che rifiuta il boicottaggio in nome della letteratura che attraversa i confini, che condivide Grossman senza un pensiero proprio. Eppure di parole da dire pare ne abbia fin troppe monopolizzando in maniera immotivata giornali, podcast, panel, televisione, ci manca davvero che venga a casa mia ad occuparmi il citofono parlando delle ricette di nonna papera (questa è per pochi). Quindi, presentare Wedekind al Salone del Libro nel maggio 2026, un testo sulla violenza che gli adulti esercitano sui giovani attraverso il silenzio e l'omissione, mentre si tace su un'altra violenza esercitata attraverso lo stesso identico meccanismo è una coincidenza che vale la pena di nominare e di chiederci l’opportunità di creare l’ennesima bolla dove si fa finta che fuori da Lingotto Fiera tutto vada bene, che non ci sia appena stato un atto di pirateria, che ad oggi mentre scrivo restano in carcere Thiago de Avila e Saif Abukeshek, i due attivisti della Global Sumud Flotilla rapiti dal governo di Israele durante l’abbordaggio delle 22 barche della missione diretta a Gaza mentre navigavano al largo di Creta.
Mi auguro che la vostra memoria sia più lunga di una stories, quindi vale la pena ricordare che le due precedenti edizioni del Salone, quella del 2024 e quella del 2025, sono state estremamente ostili nei confronti dei manifestanti che nel polo della cultura italiana cercavano di portare il dibattito esattamente dove dovrebbe stare, nei luoghi in cui il genocidio del popolo palestinese ancora in corso andrebbe non solo discusso ma nominato, senza tremori e senza trattenersi. Due anni consecutivi in cui chi ha provato a entrare con una bandiera palestinese è stato respinto con cordoni di polizia, scudi e cariche di alleggerimento, mentre dentro si presentavano libri e si celebrava il dialogo. Due anni in cui la libertà di dissenso che riempie le piazze italiane e che da settembre a oggi è diventata un movimento osteggiato in modo compatto dalle istituzioni, è stato trattato come un problema di ordine pubblico alle porte di una fiera del libro. E qui non mi trattengo mica: represso a manganellate e lacrimogeni. Eppure ad oggi il popolo palestinese è nelle piazze ma non nel dibattito pubblico e questo racconta fin troppo bene quanto il mondo culturale sia distante dai propri lettori.
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