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Avatar di Maurizio Giordano

Oltre che un educatore, un docente è un attore. E spesso, nelle nuove indicazioni nazionali - il piano Cips, Cinema e immagini per la Scuola, stanzia fondi affinché tutte le istituzioni sul territorio nazionale spronino le classi a creare film, storie e partecipazioni collettive alle riprese, con compiti diversi - si suggerisce l'analogia tra palco e cattedra, con i dovuto distinguo. Fatta questa premessa, su Schettini c'erano già dubbi e ciò che sta emergendo adesso non fa che confermarlo. Ma va anche precisato che "al pomeriggio", come leggo nell'articolo, s'intende "fuori orario scolastico", utilizzando cioè gli ambienti e gli studenti, laddove fossero d'accordo, per costruire video in tal caso di natura scientifica (ovviamente, il prof non poteva fare tutto da solo). Mi va di fare solo un appunto: la scuola è cambiata. Gli insegnanti non sono più trasandati (almeno non come avveniva una 20na di anni fa) e nelle aule si cerca, tra gli studenti, sia bimbi che adulti (io, dopo una vita passata "ai margini" del cinema, seppur con qualche bel risultato, ho iniziato a lavorare in una scuola ed insegno agli adulti) il "fashion" c'è, magari non così esclusivo ma si percepisce. Poi, certo, ci sono le realtà territoriali, tutte difficili, con cui confrontarsi. Ove volessi approfondire, questo è il film (più di qualche premio l'ha preso...) che abbiamo girato, lavorando mesi nelle nostre sedi a Napoli, nei territori - e contesti - più difficili, prima della mia malattia. https://www.youtube.com/watch?v=7z-YjSMUof0

Avatar di Daniele Bagaglini

Il problema di fondo non è nemmeno l’opportunità dei programmi, ma il fatto che non impariamo niente da essi. Perché uno studente che vuole prendere un bel voto guarderà la clip online del teachtoker sapendo di poter contare su un bonus praticamente gratuito in partenza e quindi lo studio stesso diventa *scenografia* che mostrerà soltanto ciò che torna utile all’occasione.

La scuola che auspicano gli Schettini è una sceneggiata in cui ognuno recita il suo ruolo secondo regole di momentanea convenienza.

Lo stesso avviene per il collegio. Se l’esplorazione emotiva dei ragazzi servisse ai genitori e alla platea per comprenderli meglio allora, forse, l’esposizione su un “palco scenico” avrebbe un suo senso, ma in quel contesto ognuno si sta servendo della trasmissione per assecondare i propri interessi. I ragazzi aspirano a diventare personaggi, i genitori scalpitano per assecondarne le ambizioni e/o vivere di riflesso l’effimera notorietà dei figli, il pubblico cerca solo l’intrattenimento che nasce dal conflitto umano e generazionale perché assuefatto ad una formula ben precisa che funziona sempre.

E diventa oggettivamente difficile per tutti, poi, capire dove finisce la finzione televisiva (pilotata, certo, dagli sceneggiatori, ma forse assecondata persino dagli interpreti in commedia, ragazzi compresi) e inizia il disagio vero.

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