La scuola che alcuni vorrebbero
non è quella che vediamo sui social e nemmeno in televisione
Benvenutə su “Scrollo, ergo dubito” una newsletter indipendente che prova a decostruire il potere quando si traveste da normalità, quando entra nel linguaggio, nei media, nella politica e nell’intrattenimento e quando si fa passare per semplice buonsenso.
Qui troverai analisi, articoli sui loro meccanismi, interessi e cornici narrative e come mai certe cose finiscono per diventare accettabili, inevitabili, perfino desiderabili.
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Non ho nessuna competenza per parlare in modo coscienzioso della formazione pre-universitaria e quindi qui questo non è un approfondimento del caso gravissimo che coinvolge Vincenzo Schettini - conosciuto sui social come LaFisicaCheCiPiace - perché ciò che si doveva dire è stato già detto da Dario Alì (autore e esperto in formazione docenti, pedagogia e studi di genere) che da tempo monitora il fenomeno dei teachtoker.
Ma per quale ragione gli studenti dovrebbero diventare il tramite di una figura che, sfruttando il suo ruolo e la sua autorità, lavora parallelamente per curare interessi del tutto personali e che nulla hanno a che vedere con l’attività prevista dalla sua funzione?
“Vincenzo Schettini e il problema dei maestri-influencer”
Se per sbaglio vi siete persi qualcosa, il riassunto è questo:
Vincenzo Schettini ha dichiarato in una intervista al BSMT che durante i suoi primi periodi su YouTube costringeva i suoi studenti al pomeriggio ad interagire all’interno delle sue live ed in cambio gli studenti avevano agevolazioni durante le interrogazioni. Secondo le testimonianze se non volevi farlo il massimo di voto a cui potevi ambire era 8 su 10.
Questo non è un semplice gossip o aver pestato un merdone, è una situazione gravissima e ha delle implicazioni penali che tutti vorrebbero ignorare ma la vicenda viene declassata a “lo stanno attaccando perché è gay”. Vi posso assicurare che stranamente a questo giro di ruota non c’è stata nessuna omofobia ma solamente critiche e analisi alla quale il professore Vincenzo Schettini non ha risposto.
Della vicenda ne ho parlato con mio babbo, ex professore di indirizzo in un istituto tecnico industriale che però non è rimasto tanto colpito dal fatto che questo è un coglione (l’ha detto lui e non io) ma dal fenomeno dei teachtoker di cui lui ignorava l’esistenza. Sarà che mio padre ha 75 anni e quando è andato in pensione ancora si chiama Musical.ly e si facevano solo balletti e lip sync, poi si lamenta sempre che il suo algoritmo non algoritma, quindi non aveva assolutamente idea che esistono professori che durante le ore di lezione retribuiti dallo Stato (pagati da me e da te sia ben chiaro) creano un set semi-cinematografico con l’esposizione di minori.
Gli ho passato dei video di alcuni creator italiani (non divulgatori): gente comune che vlogga la sua giornata come se fosse un video ricordo di una vacanza in un luogo esotico “Ecco vedi lì ci sono le scimmie, qui invece le matite, qui i pennarelli…”insomma, lui trova assurda la sovraesposizione in generale delle vite sui social come se fosse un eterno Grande Fratello, però mi ha fatto detto una cosa: in realtà quelle scuole, quei docenti, quelle classi che vediamo, non esistono davvero.
Mi ha fatto notare guardando quei video che sono tutti “fashion” (si ha usato questa parola…), simpatici e belli ma che purtroppo la verità è che la scuola è al 90% noiosa e spesso lugubre, gli insegnant@ (non sa usare la ə con il suo telefono) sono molto trasandati e un po’ scoppiati, “mica hanno l’aria vispa come nei video”.
Secondo mio padre questi video vogliono far vedere la scuola che vorrebbero piuttosto che quella che hanno, essere su un palcoscenico e fare la bella vita invece di frequentare la loro noiosa scuola media piena di precari, bulli e gente brutta. Insomma: quella che noi vediamo in questi video non è davvero la scuola italiana, è la versione Disney Channel. Babbo ha definito Schettini “un pornografo dell’insegnamento che produce contenuti didatticamente eccitanti, dove però nessuno si domanda a che prezzo sia ottenuta questa eccitazione”.
Allora mi è ritornato in mente un docu-reality estremamente popolare in Italia dove tutti i ragazzi dagli 11 anni ai 17 sognano di farvi parte: Il Collegio.
Sia ben chiaro che non tutte le situazioni moralmente discutibili anche quelle più deprecabili sono illegali, detto questo: Il Collegio è un basato sul format britannico That'll Teach 'Em, trasmesso tra il 2003 e il 2006 ed esportato in varie nazioni, in Italia è stata prodotta da Rai e Magnolia-Banijay Italia ed è andata in onda su Rai 2 dal 2 gennaio 2017 al 17 ottobre 2017, dal 12 febbraio 2019 al 5 novembre 2023 e nuovamente dal 23 ottobre 2025 su RaiPlay, quindi 10 anni dopo il format britannico durato solo 3 stagioni, noi ne abbiamo fatte addirittura 9 mentre le altre nazioni 1 massimo 2. Il programma parte dalla premessa che “i giovani di oggi sono da rimettere in riga con i metodi educativi del passato che erano migliori” (altro che Schettini e la scuola part-time smart e tutti gli inglesismi correlati) quindi per circa poco più di un mese vivono in un Collegio e a seconda della stagione in epoche diverse che variano dal secondo dopo guerra al 2001. I partecipanti del programma hanno tutti e tutte una età compresa tra i 14 e i 17 anni (quindi diciotto non ancora compiuti), viene registrato tra Luglio e Agosto e sono gli unici non attori professionisti.
I professori sono dei veri professori di ruolo nella vita privata ma anche con velleità attoriali, i sorveglianti sono attori in tutto e per tutto e anche il famoso preside che tutti chiamano “il pelatone” è un attore. Fun fact: ci ha fatto una comparsata persino Barbascura X, famoso e stimatissimo divulgatore scientifico
Il collegio ed il periodo storico sono figure di sfondo, un escamotage narrativo, perché in realtà ciò che fa audience e che conta sono le dinamiche tra professori e ragazzi e tra compagni di classe.
Noi spiamo la loro vita: li guardiamo mentre si innamorano, mentre piangono e a volte hanno delle pesanti crisi di nervi o attacchi di panico, li guardiamo mentre prendono un brutto voto all’interrogazione, li guardiamo mentre fanno atti di bullismo, li guardiamo sognanti mentre il professore o professoressa di turno impartiscono storie di vita partendo da nozioni più o meno vaghe su argomenti del programma di terza media, vediamo i loro confessionali mentre commentano gli accadimenti della giornata, abbiamo cliffhanger su primi baci o espulsioni o crisi di rabbia o confidenze sulle loro rispettive famiglie.
Tutto questo in prima serata, lo share medio di Il Collegio su Rai 2 è intorno al 2,6% per l'edizione 9 (2025-2026) quindi in media 444.000 spettatori guardano in prima serata il programma ed è un dato davvero al ribasso perché non stiamo considerando chi invece lo guarda in differita da RaiPlay e si stimano oltre le 14 milioni di visualizzazioni, considerate che la messa in onda di quest’ultima stagione è stata tra le più basse di tutto il programma, in genere il programma fa uno share del 11% quindi poco più di 3 milioni di spettatori connessi contemporaneamente a puntata.
Prima dicevo che non tutto ciò che è deplorevole moralmente è illegale.
Allora mi chiedo: quanto è opportuno esporre dei minori ad una platea così ampia in un periodo estremamente fragile della loro vita? E’ opportuno vederli sbagliare l’ortografia e i verbi, le addizioni, la geografia, vederli avere effusioni tra di loro, litigate ed umiliazioni a volte anche estremamente pesanti? Questa dinamica ha avuto o avrà delle ripercussioni successive durante la loro vita adulta?
Il Collegio è la scuola che vorremo tutti perché i professori sono affascinanti, motivati, ematici e culturalmente eccellenti. Essendoci dei casting (che vengono messi come extra di puntata su RaiPlay) è anche abbastanza plausibile che i ragazzi del programma vengono scelti perché rispettano involontariamente un archetipo adolescenziale anche esteticamente, quindi è altresì plausibile pensare ad una previsione degli autori rispetto a “cosa può accadere se metti questi determinati 20 adolescenti a vivere insieme ventiquattro ore su ventiquattro” contemplano nella scelta del “cast” determinate caratteristiche, allo stesso tempo è abbastanza plausibile che durante i confessionali e durante le lezioni che una buona parte della trama venga pilotata dagli autori. Con questo voglio essere precisa: il collegio è recitato dagli adulti, non dai ragazzi, quindi è evidente che per la creazione di un prodotto con un impatto così importante qualcosa dev’essere in qualche modo sceneggiata precedentemente affinché i ragazzi e le ragazze esasperano involontariamente i loro comportamenti, in più bisogna aggiungere che il montaggio togliendo i tempi morti, potenzia il dramma psicoemotivo adolescenziale che già è tremendo senza le telecamere che guardano ogni cosa che fai o non fai. Il Collegio è un prodotto d’intrattenimento e quindi se non è interessante ed emotivamente coinvolgente, non farebbe questi numeri estremamente alti.
Questo è un commento di Mario Tricca, un ragazzo che ha partecipato alla 4a edizione del programma, sotto il post di Selvaggia Lucarelli su Instagram mentre parla di Vincenzo Schettini.
Mario Tricca durante quell’edizione ambientata nel 1982 reincarna l’archetipo del ragazzo magrolino, quello del “fin troppo intelligente” e che non riesce ad integrarsi nel gruppo. Vediamo Mario che nell’arco di 6 puntate tutte da un’ora viene escluso dai compagni nonostante tutti i suoi tentativi, lo vediamo in preda a fortissime crisi di panico e di nervi, bullizzato e fondamentalmente triste - cosa che dice lui stesso durante i confessionali fronte camera - e ribadisco che in quel momento Mario aveva una età compresa tra i 14 e i 17 anni.
Certamente una buona parte della generazione che ha ad oggi sopra i 30 anni si chiede come mai questi ragazzi vogliono a tutti i costi superare i provini del Collegio per essere esposti e ridotti a “meme” dalla televisione nazionale. Quello che posso supporre guardando il programma è che lì c’è una volontà “in prospettiva” di diventare famosi da parte dei ragazzi e ragazze che dovrebbero essere protetti dagli adulti e non esposti.
Perché si, usciti da questo programma hanno un bacino di followers invidiabile da qualsiasi influencer. Per questi ragazzi diventare famosi non è questione economica - che comunque esiste quando escono dal programma sia ben chiaro e non è indifferente per niente tra sponsor adv e regali - ma è questione di rivalsa sociale, perché il mondo funziona in questo momento soprattutto quello dei giovani.
I ragazzi che ribadiamolo non sono attori e non vengono retribuiti se non con un gettone di presenza settimanale (parliamo di una cifra irrisoria) durante il programma, mettono davanti a decine di telecamere gli anni più difficili della loro vita e noi li guardiamo crescere e li ricorderemo sempre come “quello o quella che ha fatto il Collegio”. Se certi attori famosi non riescono a staccarsi dal personaggio che hanno interpretato in gioventù e finiscono nel baratro del burnout da adulti per via della sovraesposizione, cosa potrà mai succedere a questi ragazzi e ragazze quando si rendono conto che verranno per sempre ricordati in un determinato modo a seconda delle loro interazioni? L’adolescenza è un periodo dove si deve sbagliare ed io personalmente mai e poi mai avrei voluto o vorrei che esistessero sul web filmati di me a sedici anni vestita emo che litigo con i miei professori o piango per il cuore spezzato.
Quindi, il fenomeno dei teachtoker non esiste solamente nei social, perché esiste un enorme mercato che spreme gli ormoni e gli odori adolescenziali per puro scopo commerciale e di intrattenimento, che è crossmediale ed è anche uno dei più redditizi insieme ai contenuti legati all’infanzia ed il problema è proprio morale: quanto è opportuno che i minori vengano monetizzati dagli adulti?
Per me non lo è, infatti questo approfondimento come potete vedere non contiene nessuna clip e nessun video del programma pur essendo accessibili e on demand su RaiPlay gratuitamente, perché non trovo corretto mostrare minori che piangono perché si sentono non apprezzati, non amati, non compresi, nonostante non sia illegale. Sarò ridondante: non tutto ciò che è deplorevole moralmente è illegale, per ora.
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Oltre che un educatore, un docente è un attore. E spesso, nelle nuove indicazioni nazionali - il piano Cips, Cinema e immagini per la Scuola, stanzia fondi affinché tutte le istituzioni sul territorio nazionale spronino le classi a creare film, storie e partecipazioni collettive alle riprese, con compiti diversi - si suggerisce l'analogia tra palco e cattedra, con i dovuto distinguo. Fatta questa premessa, su Schettini c'erano già dubbi e ciò che sta emergendo adesso non fa che confermarlo. Ma va anche precisato che "al pomeriggio", come leggo nell'articolo, s'intende "fuori orario scolastico", utilizzando cioè gli ambienti e gli studenti, laddove fossero d'accordo, per costruire video in tal caso di natura scientifica (ovviamente, il prof non poteva fare tutto da solo). Mi va di fare solo un appunto: la scuola è cambiata. Gli insegnanti non sono più trasandati (almeno non come avveniva una 20na di anni fa) e nelle aule si cerca, tra gli studenti, sia bimbi che adulti (io, dopo una vita passata "ai margini" del cinema, seppur con qualche bel risultato, ho iniziato a lavorare in una scuola ed insegno agli adulti) il "fashion" c'è, magari non così esclusivo ma si percepisce. Poi, certo, ci sono le realtà territoriali, tutte difficili, con cui confrontarsi. Ove volessi approfondire, questo è il film (più di qualche premio l'ha preso...) che abbiamo girato, lavorando mesi nelle nostre sedi a Napoli, nei territori - e contesti - più difficili, prima della mia malattia. https://www.youtube.com/watch?v=7z-YjSMUof0
Il problema di fondo non è nemmeno l’opportunità dei programmi, ma il fatto che non impariamo niente da essi. Perché uno studente che vuole prendere un bel voto guarderà la clip online del teachtoker sapendo di poter contare su un bonus praticamente gratuito in partenza e quindi lo studio stesso diventa *scenografia* che mostrerà soltanto ciò che torna utile all’occasione.
La scuola che auspicano gli Schettini è una sceneggiata in cui ognuno recita il suo ruolo secondo regole di momentanea convenienza.
Lo stesso avviene per il collegio. Se l’esplorazione emotiva dei ragazzi servisse ai genitori e alla platea per comprenderli meglio allora, forse, l’esposizione su un “palco scenico” avrebbe un suo senso, ma in quel contesto ognuno si sta servendo della trasmissione per assecondare i propri interessi. I ragazzi aspirano a diventare personaggi, i genitori scalpitano per assecondarne le ambizioni e/o vivere di riflesso l’effimera notorietà dei figli, il pubblico cerca solo l’intrattenimento che nasce dal conflitto umano e generazionale perché assuefatto ad una formula ben precisa che funziona sempre.
E diventa oggettivamente difficile per tutti, poi, capire dove finisce la finzione televisiva (pilotata, certo, dagli sceneggiatori, ma forse assecondata persino dagli interpreti in commedia, ragazzi compresi) e inizia il disagio vero.