Benvenuti e benvenute in “Backstage”.
Uno spazio volutamente anti-performativo: più intimo, più lento, più vero. Racconterò la mia vita e il tentativo di far diventare la scrittura la mia unica entrata, senza capi né editori. Dentro ci troverete pensieri scritti di getto sulle notizie del giorno, libri che mi passano per le mani, musica che mi tiene in piedi. È come se aprissi la mia Moleskine, o le note del telefono.
Esce ogni giorno o quantomeno dovrebbe
Sì lo so, pubblico agli orari più assurdi del pianeta ma continuo a sostenere che gli orari siano un concetto capitalista del 9-18 travestito da disciplina produttiva e che sul web si applichi la stessa logica: l’algoritmo come nuovo cartellino da timbrare. Quando in realtà internet non ha né spazio né tempo ha solo sé stesso.
Ieri ho guardato Terrazza Sentimento, su consiglio di amici, e ho avuto un trigger così forte che poi non sono più riuscita a dormire. E sì, lo so cosa state pensando “Giulia, questo backstage è diventato la saga dei tuoi tentativi falliti di dormire, e adesso dai la colpa pure a un documentario?”. Avete ragione, ma lasciatemi spiegare.
In sintesi: il documentario racconta di un ragazzino nerd che diventa miliardario, poi scopre la cocaina, si circonda di yes man e ovviamente sa che non sono veri amici, perché li paga per restargli accanto. Fin qui, tutto già visto. Ma il modo in cui viene raccontata la cocaina è disturbante perché c’è una specie di romanticismo tossico intorno alla polvere bianca, un’estetica milanese da canzone dei Baustelle: la droga che ti eleva spiritualmente, salvo poi mostrarti che se dentro sei marcio, quello che tiri su dal tavolo ti rende solo più pericoloso.
E infatti, da lì parte la discesa: stupri, CK (cocaina + ketamina), un tocco di GHB per gradire, tutto raccontato con quella patina da “tragedia borghese” che fa schifo solo a sentirla.
Poi arriva la parte che mi ha fatto gelare il sangue ovvero il giornalista che intervista una delle vittime dice, testuale, “mi aspettavo tutt’altra donna, invece mi sono trovato davanti una che poteva essere la figlia di chiunque”.
Ecco, innanzitutto anche le troie sono figlie di qualcuno e in secondo luogo, nessuna merita di essere anestetizzata e torturata per sei ore.
Il resto è un piagnisteo travestito da riflessione sociologica del povero imprenditore solitario, che non ha avuto un’adolescenza normale e quindi “non sa relazionarsi”. Peccato che nel frattempo abbia distrutto vite reali. Il tutto accompagnato da un’estetica di tavoli bianchi e piatti di vetro con righe di polvere, così insistita che, lo ammetto, a un certo punto mi è venuta quasi voglia di farmi di ketamina.
Mamma, se stai leggendo: sto scherzando.
Vi ricordate che in uno degli episodi precedenti avevo parlato del sentirmi una “cattiva femminista”?
Ecco, in questi giorni ho scritto all’autrice dell’articolo che avevo analizzato, e lei mi ha mandato il suo secondo pezzo, dove riprende e approfondisce il discorso con più chiarezza. Ci sta: non sempre si riesce a esprimere un pensiero nel modo migliore, soprattutto quando hai un editore sulla testa, una deadline, e un numero preciso di battute da non superare.
L’articolo è sicuramente più lucido e articolato del precedente, ma resta ancorato a uno sguardo neurotipico.
Parla di partecipazione e collettività come se tutte avessero la stessa possibilità di esserci fisicamente, dimenticando che per molte persone - per motivi psicologici, psichiatrici o di salute - la piazza non è sempre accessibile e anzi per alcune a volte non lo è mai.
Il testo ha comunque il merito di spostare l’attenzione dal mezzo al potere, chiedendosi chi decide chi rappresenta chi, ma dà per scontato (magari sbaglio io e lei non lo pensa eh) che la militanza “reale” coincida con la presenza corporea. Per me, questo è un limite enorme, perché esclude chi, pur non potendo stare in piazza, partecipa attraverso altre forme: scrivendo, divulgando, creando reti online.
Quando il femminismo diventa brand e l’attivismo performance ovviamente è un problema ma il rischio opposto è credere che esista un solo modo legittimo di lottare. Ecco, questo pezzo lo sfiora ma non lo dice ovvero che anche chi combatte da casa, dietro uno schermo, può far parte del movimento.
Nel resto dell’articolo c’è secondo me molta onestà, specie quando ricorda che “il personale è politico” non significa trasformare ogni rancore privato in guerra pubblica. Ma la vera sfida oggi è rendere il femminismo accessibile a chi non riesce a stare nel rumore della piazza e continua comunque a resistere, in silenzio, altrove.
L’articolo di Francesco D'Isa è una riflessione che per me ha toccato un punto molto concreto quello dell’intelligenza artificiale come strumento compensativo, non come moda tecnologica. Lui lo dice da ADHD, io lo confermo da persona con altre problematiche che usa le IA , soprattutto nella scrittura e nello studio e questa è la prima vera rivoluzione che mi ha permesso di lavorare e studiare senza sentirmi in svantaggio rispetto agli altri.
Non si tratta solamente di “comodità, quando hai un disturbo dell’attenzione, o la lettura ti richiede uno sforzo sproporzionato, ogni passaggio pratico dello scrivere (la scaletta, la revisione, la punteggiatura, la formattazione) può diventare un muro, da lì parte la frustrazione ed il sentirsi completamente incapaci di portare a termine un compito pur essendo questo qualcosa che ci piace. Quindi o molli o ti inventi un modo per superarlo. Io l’ho trovato qui nel dialogo con un modello che mi aiuta a ordinare i pensieri, riformulare frasi, togliere il rumore, ha reso la mia scrittura più accessibile e fruibile a più persone, cosa che è sempre stata la mia massima aspirazione, quello di parlare a tutti e a tutte.
D’Isa racconta la noia patologica per i dettagli, la difficoltà nel “chiudere” un testo, e mi ci rivedo perfettamente innanzitutto perché l’AI non scrive al posto mio, ma tiene insieme i pezzi quando la mia testa si frammenta e anzi mi restituisce linearità, senza costringermi nella forma. Mi fa arrivare al punto, e soprattutto mi fa arrivare in tempo.
Chi è neurotipico spesso non capisce quanto una funzione come “riformula questo paragrafo” o “riordina questi appunti” possa essere letteralmente salvavita ed è come avere un traduttore simultaneo tra il caos e la chiarezza. E sì, anche io vedo il rischio di dipendenza, o di delega eccessiva, ma la verità è che prima l’alternativa era l’impotenza, la frustrazione, l’errore.
Quindi sì, l’AI mi aiuta a pensare meglio.
Mi toglie il peso tecnico e mi lascia lo spazio creativo e non sostituisce la mia voce (anche perché mica ragiona per me o per qualcuno, devi pur dirgli a cosa devi lavorare e nel mio caso è sempre sulla sintassi, sulle scalette, sul ordinare i pensieri e rendere più fluido il ragionamento) la amplifica. Chi parla dei “bei tempi andati” in cui si scriveva a mano probabilmente non ha mai provato la sensazione di guardare le parole muoversi, invertirsi, saltare una riga e sapere che non “è colpa tua” ma del cervello che hai.
Io non rimpiango la carta, io ringrazio l’algoritmo.
No, non ho letto l’articolo di Vogue perché boh non c’è un motivo preciso, però ascolto sempre e volentieri i ragionamenti di Barbie Xanax - scusa Marta non so fare gli screenshot.
Leggerò l’articolo in questi giorni - sempre se me ne ricordo e se alla fine davvero mi frega di parlarne nei miei spazi.
Juni è il progetto solista della cantante dei Gomma che è una mia band del cuore dai loro esordi.
That’s all folks e vi lascio con Spotify invece di una canzone tekno di SoundCloud.
“Backstage” è la mia nuova rubrica. Uno spazio volutamente anti-performativo: più intimo, più lento, più vero. Racconterò la mia vita e il tentativo di far diventare la scrittura la mia unica entrata, senza capi né editori. Dentro ci troverete pensieri scritti di getto sulle notizie del giorno, libri che mi passano per le mani, musica che mi tiene in piedi. È come se aprissi la mia Moleskine, o le note del telefono. Dal 1 Gennaio diventa a pagamento. Esce ogni giorno.






