Benvenuti e benvenute in “Backstage”.
Uno spazio volutamente anti-performativo: più intimo, più lento, più vero. Racconterò la mia vita e il tentativo di far diventare la scrittura la mia unica entrata, senza capi né editori. Dentro ci troverete pensieri scritti di getto sulle notizie del giorno, libri che mi passano per le mani, musica che mi tiene in piedi. È come se aprissi la mia Moleskine, o le note del telefono.
Esce ogni giorno o quantomeno dovrebbe
Era la fine della prima media, mio padre tornava dal mare con i Ramones nello stereo della macchina e mi aveva regalato il loro cd. L’ho ricordato solo qualche giorno fa, vent’anni dopo, come se lo avessi sepolto da qualche parte senza accorgermene, mi ero completamente dimenticata di quanto fosse stato importante scoprire il punk. Vorrei che questa restasse una storia di catarsi e ribellione, quel tipo di folgorazione in cui ascolti per la prima volta i Ramones o i Sex Pistols e il giorno dopo ti convinci che prendere un chiodo di pelle e bucarti con una spilla da balia sia l’ovvio passo successivo.
Nel 2005 a Sassari, la seconda città della Sardegna con i suoi centoventimila abitanti, esisteva un solo negozio che vendesse qualcosa di anche lontanamente alternativo. Io entravo lì dentro convinta di essere punk e ribelle, poi uscivo con dei bracciali in finta pelle che si sfaldavano col sudore e l’aria di una ragazzina che tenta di fare la misteriosa e finisce per ricevere solo l’imbarazzo del cassiere.
Avevo comprato anche una matita nera e ovviamente non sapevo metterla. La prima volta che mi sono truccata ci ho pure dormito senza lavarmi la faccia, convinta che il trucco funzionasse come le piante grasse: lo sistemi una volta e via, dura per sempre. La mia compagna di classe il giorno dopo mi ha preso in giro e qui sfido chiunque a tirare fuori discorsi sulle norme igieniche quando ha dodici anni, gli adolescenti puzzano, si lavano poco e in buona parte sono stronzi.
Da ragazzina volevo fare la punk rocker. Vorrei dirvi che fosse una questione di ribellione o una rottura del sistema, ma no, era più semplice perché cercavo la mia identità e quella musica aveva la forma giusta per accompagnare la ricerca. Mi andava bene come colonna sonora, tutta la verità sta lì.
Ho parecchi buchi temporali tra gli otto anni e i ventuno. Per carità, alcuni periodi li ricordo con più nitidezza di altri, però la percezione del tempo mi sfugge e a volte i ricordi si sovrappongono oppure spariscono del tutto. Adesso che di anni ne ho trentadue e provo a campare tra la palestra e la psicoterapeuta, sto cercando di rimettere insieme la mia memoria, perché è l’unico modo per affrontare gli incubi. Così ogni tanto riaffiorano flash improvvisi, alcuni belli, altri che sembrano belli solo in apparenza e poi ti stendono perché ti riportano addosso tutto il contesto che avevi rimosso.
È che io non vorrei esattamente ricordarmi tutto quello che mi è successo, perché quando rimesto nel mio passato non ne sopporto l’odore. Però, per quanto mi infastidisca ammetterlo, questo lavoro ingrato funziona come una medicina necessaria ed è l’unico processo che mi permette di convivere con quello che porto addosso. Non la chiamerei guarigione perché la sintomatologia che dovevo affrontare è stata trattata e risolta. Il punto è un altro, chi sopravvive a un certo tipo di dolore non può semplicemente fare finta di niente o tentare di riempirlo e qui mi ritrovo molto in Jacques Lacan.
Per Lacan tutti abbiamo dei buchi dentro, non sono incidenti di percorso ma la struttura stessa dell’essere umano. Non si riempiono, non si chiudono, non diventano arredamento e sono la mancanza che ti organizza il desiderio e che ti ricorda che non esiste una versione definitiva e pacificata di te. Provare a colmarli è come tentare di coprire il buco di una finestra rotta con lo scotch, dura un attimo e poi cede. Il lavoro vero è accettare che questo vuoto non è un segnale di difetto personale ma qualcosa con cui impari a stare, convivere e che questa convivenza non vuol dire vivere tutto ciò che mi resterà triste, anzi.
In fondo è questo che sto cercando di fare ora: rimettere in fila la memoria non per diventare una persona perfetta e integra ma per riconoscere la forma dei miei buchi e smettere di comportarmi come se non ci fossero. È meno eroico di quanto sembri, è anche meno tragico, ed è probabilmente l’unica strada che abbia un senso.
A volte mi arrivano flash che cadono addosso come meteoriti e lasciano dei crateri, e io non so esattamente in quale punto mi ritrovo. Non so nemmeno se questa immagine renda davvero l’idea di quello che succede nella mia testa, forse è ancora presto per capirlo. Posso solo dire che la mia stabilità si accende e si spegne, non ha un andamento lineare e controllarla è complicato ed io provo a combatterla così, cercando di afferrare una parvenza di controllo in modo quasi ossessivo, non tanto sul dolore in sé, ma sulla paura.
Dovrei davvero segnarmi da qualche parte quello che mi ripete la mia psicoterapeuta sulla paura. In sintesi, o almeno per come lo capisco io, è che la paura crea molto più scompenso della tristezza. Il motivo preciso non lo ricordo, ma da quanto ho capito la tristezza, fisiologicamente, ha un ciclo. Se non la soffochi nel tentativo di scappare, si muove e poi scivola via la paura invece no, la paura attiva l’urgenza, ti mette in allerta, ti costringe a pensare che devi fare qualcosa subito, anche quando non c’è niente da fare. È uno stato mentale che non lascia spazio e che ti tiene agganciata alla sensazione che qualcosa stia per crollare.
E io credo che gran parte della mia fatica venga proprio da lì, da questo tentativo di tenere a bada la paura più che la tristezza, perché la tristezza almeno tende a passare da sola. La paura no, la paura ha sempre fame.
Per ora so che è una buona giornata se dormo qualche ora senza troppi incubi, se riesco ad andare in palestra e a comprarmi le sigarette, se riesco a scrivere e a mettere in ordine casa. Le giornate migliori restano quelle in cui faccio una passeggiata lungo il Po e guardo gli scoiattoli e le oche. Il resto si vedrà. Gli amici, la techno, le feste, gli aperitivi torneranno, me lo prometto.
Il punto è stare bene, o almeno provarci. Nel frattempo torno ad ascoltare i Ramones.
“Backstage” è la mia nuova rubrica. Uno spazio volutamente anti-performativo: più intimo, più lento, più vero. Racconterò la mia vita e il tentativo di far diventare la scrittura la mia unica entrata, senza capi né editori. Dentro ci troverete pensieri scritti di getto sulle notizie del giorno, libri che mi passano per le mani, musica che mi tiene in piedi. È come se aprissi la mia Moleskine, o le note del telefono.
Esce ogni giorno o quantomeno dovrebbe. Dal 1 Gennaio diventa a pagamento.


Capiti a fagiolo mentre seduta in metro4 attraverso Milano. Non sai quanto mi risuonano le tue parole. La faccenda dei buchi (io me le sono sempre figurate cicatrici) e l’andamento totalmente non lineare della psicanalisi. Con quei ricordi che ti squarciano la coscienza, che so, quando stai al cinema e ti metti a piangere all’improvviso anche davanti ad una commedia. My British half would say: hang on in there! I doni più belli devono ancora arrivare ❤️🔥