Scrollo, ergo dubito

Scrollo, ergo dubito

Backstage

La Holden

Lavorare gratis, essere troppo brava, piangere in cortile e poi parlare

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Kants Exhibition
gen 06, 2026
∙ A pagamento

Io mi rendo conto che, da fuori, possa sembrare che io stia insistendo o addirittura “marciando” sulla questione Scuola Holden. In realtà questa parte del racconto serve a fare chiarezza, ed è per questo che resterà pubblica. Quello che seguirà dopo, cioè l’analisi dei commenti che ho ricevuto da giugno a oggi, sta sotto, separato, quasi come un’appendice ed è anche la parte che, paradossalmente, trovo meno interessante. Non perché sia irrilevante, ma perché il suo valore è più vicino al gossip che a un vero racconto di vita o a un attraversamento emotivo dell’esperienza. È materiale utile per capire il contesto, il clima, le reazioni, ma non è il cuore di ciò che è successo, né di ciò che mi interessa davvero raccontare.

Mi piaceva lavorare nel cinema, anche se il ruolo che ricoprivo non aveva un nome preciso e proprio per questo inglobava tutto perché seguivo la pre-produzione occupandomi di materiali di progetto, presentazioni, dossier e schede film, affiancavo la post-produzione con il montaggio di teaser, clip e contenuti video, facevo revisioni, esportazioni e adattamenti per diversi formati; curavo anche la rassegna stampa, selezionando articoli, traducendo contenuti dall’inglese e preparando documenti di sintesi per l’ufficio; gestivo i social network, dalla scrittura dei post alla programmazione, fino alla scelta delle immagini e alla coerenza grafica e potrei continuare per altri 3 paragrafi nel elencare ciò che ho fatto in quel periodo, questa è solo una minima parte di 8 ore giornaliere.

Non ho mai avuto, e lo dico senza enfasi, nessun tipo di problema con la casa di produzione né con i colleghi. Anzi, ero sinceramente contenta di stare lì. Non ho mai percepito attriti, tensioni o fastidi legati alla mia presenza e se anche ci fossero stati, non mi sono mai stati comunicati. Ricevevo le consegne, lavoravo con attenzione e continuità ed il riscontro era quasi sempre lineare. Le correzioni, quando c’erano, riguardavano dettagli minimi, una parola, una clip leggermente diversa, qualche centimetro di impaginazione, mai interventi strutturali o rifacimenti sostanziali. Questo, al netto di tutto, mi faceva sentire adeguata a quello che stavo facendo.

Il clima quotidiano era sereno.
Ci si beveva il caffè insieme, senza rituali particolari, la pausa pranzo, di fatto, non esisteva come momento collettivo organizzato, quindi io spesso non la facevo con loro, ma capitava che qualcuno si alzasse, proponesse un caffè, si offrisse di farlo per tutti. Erano gesti semplici, normali, che contribuivano a un senso di informalità e di quieta collaborazione. Un dettaglio che per me contava molto, ed è giusto dirlo, è che l’ufficio era al pian terreno e avevo accesso diretto al cortile quindi potevo fumare quando e quanto volevo, senza dover chiedere permessi o sentirmi osservata. Nessuno mi ha mai fatto notare nulla, nessuno mi ha mai rimproverata. Anche questo, nel quotidiano, faceva la differenza e rendeva quello spazio un luogo in cui mi sentivo, semplicemente, a mio agio, accolta e compresa. Finalmente parte di qualcosa che ho sempre desiderato.

Mi sentivo grata di essere lì perché arrivavo da anni di studi e di fatica emotiva e finiti i miei studi il tempo sospeso del covid che in Piemonte è stato veramente pesante e pieno di restrizioni quanto la Lombardia e quell’esperienza mi sembrava finalmente un punto di approdo concreto, anche se inizialmente non retribuito. Non lo vivevo come uno sfruttamento senza sbocchi, ma come una fase di passaggio, con un orizzonte chiaro davanti. L’idea, condivisa e plausibile nel contesto italiano, è quella di poter proseguire con uno stage extracurricolare oppure con un contratto di apprendistato, cioè un vero rapporto di lavoro pensato per l’inserimento professionale. Un apprendistato full time, di durata pluriennale, con una retribuzione che cresce nel tempo, da una base più bassa fino a cifre più dignitose (il primo anno sono mediamente 900€ fino ad arrivare al 3 o 4 anno a 1.200€) e che, almeno sulla carta e salvo problemi gravi, dovrebbe portare a una stabilizzazione ad indeterminato. Era questa prospettiva, più che la situazione immediata, a rendere accettabile quel periodo e a farmi sentire che non stavo semplicemente regalando lavoro, ma investendo in un percorso possibile. Non sono l’unica, lo so.

Quello che è successo, invece, è stato molto più semplice e allo stesso tempo più spiazzante. Questa possibilità non si è concretizzata per una mancanza di fondi e di lavoro. Il contratto che avrei dovuto iniziare sarebbe partito a metà luglio e si sarebbe concluso sei mesi dopo, a dicembre, in un periodo che loro stessi descrivevano come particolarmente vuoto. Questo almeno è ciò che mi è stato detto e non ho mai avuto motivi per pensare che non fosse vero. Mi hanno spiegato che non volevano “parcheggiarmi” per 6 mesi, retribuendomi poco e senza un reale carico di lavoro, perché mi consideravano una persona con talento e ritenevano che, fuori da lì, potessero aspettarmi occasioni più interessanti. Mi è stato detto apertamente che, se fossi arrivata l’anno prima, in un momento di maggiore attività, mi avrebbero tenuta senza esitazioni, ma che in quel contesto avrebbero trovato disonesto farmi venire ogni giorno senza avere davvero nulla da affidarmi.

Ho chiesto se potessero darmi una mano a trovare qualcos’altro, magari attraverso una lettera di raccomandazione o dei contatti, forte anche del lavoro svolto e del curriculum che avevo costruito. La risposta è stata che non avevano relazioni utili con altre realtà torinesi o con addetti ai lavori tali da potermi facilitare un inserimento altrove. Può sembrare ingenuo, o forse semplicemente poco scaltro, ma io questa cosa non me l’aspettavo. Mi ero integrata, lavoravo bene, ricevevo riscontri positivi, certamente l’industria cinematografica italiana è in crisi profonda, questo lo so, ma ciò che mi ha lasciata davvero perplessa è stata la mancanza di consapevolezza da parte loro di quanto anche quei 600 euro al mese avrebbero significato qualcosa per me. Non tanto per la cifra in sé, quanto per il riconoscimento perché fuori da lì il mondo è duro, spesso ostile e per me le porte sono sempre rimaste chiuse.
Voi dopo dieci anni di ostinata resilienza e credere nelle vostre capacità non vi siete mai aggrappati alle briciole o anche solo all’idea di addentare del pane un giorno?
Beati voi - lo dico senza cattiveria ma con invidia - se non vi è mai capitato.

Per molto tempo ho pensato che la responsabilità fosse tutta della Scuola Holden, ancora prima di questa esperienza reale nell’industria e lo pensavo già prima di pubblicare la famosa “inchiesta”. Ero convinta di essere finita in una sorta di lista nera, di essere percepita come una persona problematica, una che porta solo guai e che certi nomi avessero ancora un peso ovunque, soprattutto quelli dei miei ex docenti. Holden, a un certo punto, era diventata una vera e propria paranoia. Per questo quel posto mi sembrava finalmente un approdo sicuro, il mio posto felice, anche se pagato il nulla, era uno spazio in cui sentivo di poter esistere senza dover continuamente giustificare la mia presenza e proprio per questo, quando è finito, lo scarto tra ciò che avevo immaginato e ciò che è successo è stato così difficile da assorbire.

Già verso la fine del primo anno del biennio scrivevo molto, forse troppo, su quello che accadeva in Holden. Annotavo episodi, dinamiche, contraddizioni, raccoglievo storie mie e di altre persone, mettevo via impressioni, frasi, situazioni che allora non sapevo bene dove collocare. Ho accumulato anni di appunti con l’idea che, prima o poi, li avrei trasformati in un racconto, probabilmente anonimo, sicuramente non immediato. La paranoia era reale, concreta, non una posa e pensavo che sarebbe successo un giorno, ma non in quel momento, non così.

Invece è successo mentre lx personx referente mi stava spiegando che non potevano tenermi oltre perché ero “troppo brava per stare lì pagata niente”, mentre parlava ho notato sulla sua scrivania un oggetto che conoscevo fin troppo bene: il quadernino con il brand della Scuola Holden, quello che viene distribuito gratuitamente a studenti e ospiti. Era giugno, periodo di Opening Doors (quella sorta di saggio finale in cui produzioni, addetti ai lavori e osservatori vanno a vedere i progetti conclusivi degli studenti), senza pensarci troppo, indicando il quaderno, le ho chiesto se fosse della Scuola Holden. Mi ha risposto di sì, dicendomi che il giorno prima era andata ad ascoltare i ragazzi al General Store.

In quel momento si è riaperta una ferita che avevo sepolto senza mai risolverla davvero. Non era rabbia, era una sensazione più sottile e più dolorosa, una specie di cortocircuito, perché il giorno prima si poteva andare a fare scouting, o comunque a presenziare, a posizionarsi in quel contesto, ed il giorno dopo non c’era modo di riconoscere economicamente una persona che era già formata, che aveva ricevuto ulteriore formazione sul campo, per di più non retribuita? Non parlo di cifre irrealistiche, parlo di 100 euro al mese, perché gli altri 500 li mette lo Stato. Col senno di poi so bene che una cosa non esclude l’altra, che essere in Holden durante Opening Doors non è solo un’occasione per gli studenti, anzi credo sempre di più che serva soprattutto alle aziende per posizionarsi, per tessere relazioni tra pari, più che per cercare davvero lavoratori e sono convinta che in quel momento non ci fosse davvero modo di assumermi full time dov’ero, lo dico con cognizione di causa e per ragioni che non posso spiegare senza entrare nella vita di altre persone che comunque non c’entrano niente e anzi a cui sono grata.

Ma quella contraddizione, in quel preciso istante, mi ha fatto male. Molto. Troppo. Dopo aver pianto in cortile e fumato compulsivamente, sono tornata alla scrivania e ho fatto una cosa che fino a quel momento avevo rimandato per anni: ho preso sette anni di appunti, li ho riletti, corretti, ripuliti e li ho pubblicati. Senza pensarci due volte, vi giuro non per vendetta calibrata e creata a tavolino, ma l’ho fatto perché in quel momento ho capito che l’anonimato non mi proteggeva più da niente e che continuare a tenere tutto chiuso lì dentro stava diventando più insostenibile del dire finalmente la verità con il mio nome. Non avevo più niente da perdere e vi auguro di non ritrovarvi mai nella posizione di piangere nascosti dietro gli alberi di un cortile perché non venite pagati 600 euro al mese per 8 ore giornaliere, 5 giorni a settimana. Vi auguro davvero di non piangere nascosti e pieni di vergogna a 31 anni (32 li ho fatti un mese dopo) per 3,75 euro l’ora dopo anni di studi e sacrifici.

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“Backstage” è la mia nuova rubrica. Uno spazio volutamente anti-performativo: più intimo, più lento, più vero. Racconterò la mia vita e il tentativo di far diventare la scrittura la mia unica entrata, senza capi né editori. Dentro ci troverete pensieri scritti di getto sulle notizie del giorno, libri che mi passano per le mani, musica che mi tiene in piedi. È come se aprissi la mia Moleskine, o le note del telefono.
Esce ogni giorno o quantomeno
dovrebbe

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