Benvenuti e benvenute in “Backstage”.
Uno spazio volutamente anti-performativo: più intimo, più lento, più vero. Racconterò la mia vita e il tentativo di far diventare la scrittura la mia unica entrata, senza capi né editori. Dentro ci troverete pensieri scritti di getto sulle notizie del giorno, libri che mi passano per le mani, musica che mi tiene in piedi. È come se aprissi la mia Moleskine, o le note del telefono.
Esce ogni giorno o quantomeno dovrebbe
Posto che la depressione è un disturbo dell’umore complesso e che sarebbe più corretto dire sto attraversando una fase depressiva, l’espressione comune “sono depresso” serve spesso a nominare una tristezza intensa, senza per forza indicare un disturbo clinico. Non ho intenzione di sbattervi in faccia la mia cartella clinica, lo troverei degradante e pure inutile rispetto a qualunque forma di stigma, però per farmi capire dico che in questo periodo mi sento “un po’ depressa”.
La verità è che più che depressa mi sento come se il semplice tentativo di espormi fuori dalla mia bolla digitale fosse potenzialmente pericoloso e mi agito. Se non sono al massimo delle mie energie, uscire diventa faticoso anche per vedere un affetto stretto, quindi semplicemente 9 volte su 10 non mi presento agli appuntamenti.
E’ da questa estate va così: mi organizzo per incontrare qualcuno a cui voglio bene, o anche solo per fare qualcosa insieme, persino per un caffè e mi prende una specie di agitazione violenta, mi sento come uscire senza pelle con gli organi allo scoperto. All’inizio pensavo fosse colpa del mio aspetto, un effetto collaterale evidente dei farmaci quindi ho iniziato un percorso serio in palestra e sì, oggi è l’unico posto dove sto bene, insieme al mio quartiere - anche perché la palestra dove vado sta a pochi metri da dove vivo. Con gli affetti stretti provo a spiegare e spero che capiscano, mentre quando si tratta di lavoro o di public relations, che in questo settore contano più delle lauree, invento una scusa o addolcisco la versione.
Non sto raccontando tutto questo per farmi accarezzare o ricevere un “poverina”, lo sto raccontando perché voglio liberarmi di questo peso sociale e del senso di colpa. Non voglio normalizzare una condizione che non è la norma, vorrei solo sentirmi capita, senza che questo si trasformi automaticamente in consigli, perché vi giuro che passo già intere giornate nei sub di Reddit a leggere e chiedere come uscirne.
Quando si parla di fragilità che non implicano per forza una diagnosi, sembra che si possa farlo solo al passato per “buona educazione”, perché devi mostrarti risolta, oppure sparire finché non ti sistemi. Eppure io esisto anche così, nella versione che nessuno vede dal vivo e voglio darle un minimo di dignità. Alla fine, per me scrivere è un gesto liberatorio anche se è banale dirlo e anche se è inflazionato.
Non voglio trasformare questo in una seduta di autoanalisi, anche se probabilmente lo diventerà. Spero almeno che ci sia una persona che, leggendomi, dica ti capisco, ci sto passando anch’io, leggerti mi ha fatto sentire meno in difetto.
Mi rendo conto di incarnare un cliché, la tizia che fa la morale a tutti e poi sta da sola, anche se la verità è più complessa. Fino a quasi due anni fa la mia dimensione reale, quella che avevo costruito con fatica e molto lavoro su me stessa, era piena di amicizie che vedevo con regolarità.
Certo, mi manca quella versione glamour di me che usciva sempre e conosceva tutti ma devo essere sincera almeno con me stessa perché quella versione mi pesava più di quanto lasciassi intendere. Sono una persona fragile che ha bisogno di tenere tutto sotto controllo, perché le cose brutte mi arrivano come insopportabili e quindi per reggere la vita sociale, mettevo in atto meccanismi autopunitivi e finivo ancora più in paranoia di adesso.
Non credo di essere pronta a rientrare nel mondo esterno a pieno ritmo. Vedere le persone con regolarità mi sembra ancora difficile, perché porto addosso ferite accumulate nel tempo e mai curate davvero. Quando accetto che per ora è così, perché gli stati della mente non sono permanenti e mi concedo un minimo di tregua dal sentirmi in difetto, arrivano i social a ricordarmi da che parte del mondo continua a girare tutto il resto.
Si parla spesso di FOMO, la paura di essere tagliati fuori da esperienze gratificanti. e all’inizio pensavo che fosse parte della mia nevrosi, ma poi ho capito che non ho paura di perdermi qualcosa di irripetibile, anche perché il più delle volte non provo un reale interesse. Il problema è un altro: vedere gli altri divertirsi mi provoca una fitta di nostalgia romantica per quando io mi sentivo capace di divertirmi, salvo poi ricordarmi che spesso uscivo per obbligo e tornavo a casa pensando che avrei fatto meglio a restarci.
Non so come si gestisca questo sentimento di nostalgia e siccome lavoro con le parole, ci sono capitata dentro: “sehnsucht” termine tedesco del Settecento che indica un desiderio struggente o una nostalgia profonda e può riferirsi al bisogno ardente di qualcosa di irraggiungibile, una persona, un luogo, un’esperienza, oppure a una mancanza interiore per ciò che si è perso o non si è mai avuto.
Quando si parla di stati della mente, o più in generale di malessere sociale, sembra di dover guarire a tutti i costi e nel minor tempo possibile, per tornare in società ancora più splendenti di prima, senza ammaccature che distraggano l’interlocutore. Anche quando siamo in cura facciamo fatica a ricordarci che il curarsi è un processo e serve fiducia nel fatto che se ne esce, perché se ne esce, ma serve anche tempo, un tempo che non è quantificabile e non è uguale per tutti. Così finiamo in terapia e invece di lavorare sul perché il tetto si è rotto, passiamo il tempo a mettere ciotole sotto le infiltrazioni per non allagare troppo il pavimento quando piove. E non ne usciamo mai davvero e sembra quasi non sia ammissibile prendersi del tempo per sé stessi, per attraversare il dolore, guardarlo, lasciarlo avvicinare e capire che forma ha e perché fa paura anche lui.
Io non voglio essere qualcosa di rotto che si regge a fatica, anche se so benissimo che non potrò mai essere “come nuova”, ma vorrei almeno capire come abitare questo corpo e come farmi proteggere abbastanza da imparare a stare al mondo nel modo più sicuro per me. Sapendo che ogni tanto avrò paura, che ogni tanto sarò triste, che non è facile per nessuno anche se ce lo neghiamo, figuriamoci dirlo alla nostra versione da Instagram. Sapendo, soprattutto, che alla fine tout passe, tout casse, tout lasse.
“Backstage” è la mia nuova rubrica. Uno spazio volutamente anti-performativo: più intimo, più lento, più vero. Racconterò la mia vita e il tentativo di far diventare la scrittura la mia unica entrata, senza capi né editori. Dentro ci troverete pensieri scritti di getto sulle notizie del giorno, libri che mi passano per le mani, musica che mi tiene in piedi. È come se aprissi la mia Moleskine, o le note del telefono.
Esce ogni giorno o quantomeno dovrebbe. Dal 1 Gennaio diventa a pagamento.


Ti auguro di onorare le tue fratture ricomponendole come fanno i maestri ceramisti giapponesi con l'arte del kintsugi: con l'oro.