La città del dialogo con gli idranti accesi
Askatasuna ed il volto reale della Torino “culturale”
Benvenutə su “Scrollo, ergo dubito” una newsletter indipendente che prova a decostruire il potere quando si traveste da normalità, quando entra nel linguaggio, nei media, nella politica e nell’intrattenimento e quando si fa passare per semplice buonsenso.
Qui troverai analisi, articoli sui loro meccanismi, interessi e cornici narrative e come mai certe cose finiscono per diventare accettabili, inevitabili, perfino desiderabili.
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Ci tengo a mettervi anche qui una riflessione che ho scritto su Instagram dopo aver letto questo articolo:
L’articolo di Francesco Migliaccio non va letto come un racconto letterario sullo sgombero di Askatasuna, ma come una spiegazione molto concreta di come funziona il potere urbano oggi e del perché ciò che è successo a Torino non è un incidente, ma una scelta coerente.
È la stessa città che agisce su due piani diversi perché dentro si parla, fuori si sgombera e le due cose stanno insieme molto meglio di quanto si voglia ammettere. Parliamo di democrazia nei palchi e fuori dal convegno ce la stanno togliendo. La Stampa con annessi giornalisti e collaboratori per giorni interi in tuta grigia sono andati a piangere ad ogni capezzale.
Lo stesso trattamento casualmente non è stato fatto a chi in piazza c’era e a chi Askatasuna l’ha vissuta e la vive, la difende perché protegge l’autodeterminazione sul campo.
Mentre Askatasuna viene sgomberata all’alba con idranti, camionette e non solo un quartiere blindato ma una enorme parte della città La Stampa organizza un incontro pubblico e sul palco salgono politici, dirigenti di fondazioni bancarie, manager di aziende partecipate, imprenditori culturali. Tutti parlano di democrazia, dialogo, futuro, cultura, rinascita della città. Perché loro hanno già deciso per noi, senza consultarsi con i cittadini e le cittadine che quella città la vivono e la viviamo. Noi siamo decisamente di più come numero di una line-up di una vetrina borghese, la città è nostra e non loro.
Per capire perché, bisogna guardare chi organizza quell’evento e quale mondo rappresenta. La Stampa fa parte del GEDI Gruppo Editoriale, uno dei principali gruppi editoriali italiani. Dal 2024 GEDI è posseduta al 100 per cento da Exor, la holding della galassia Agnelli-Elkann, guidata da John Elkann, che è anche indicato come editore del quotidiano. Questo non significa che La Stampa riceva “ordini” (mi auguro) diretti su cosa scrivere o non può scrivere, significa una cosa più semplice e più importante: Il giornale è parte integrante di un ecosistema economico, finanziario e urbano, non un osservatore esterno che riflette sulla democrazia in astratto.
Tutti disegnano “la Torino che vorrei” una città attrattiva, innovativa, aperta, capace di competere, di ospitare grandi progetti, di rendersi leggibile per investitori e turismo. È una visione coerente, ma ha un problema strutturale perché il discorso funziona solamente se la città è governabile, se ogni spazio è riconducibile a un progetto, a un contratto, a un valore misurabile. Askatasuna, in questo quadro, non è un’anomalia folkloristica né un problema di ordine pubblico in senso stretto ma è un problema perché non si lascia tradurre dalle logiche borghesi.
Exor, la holding che controlla il gruppo GEDI e quindi La Stampa, è parte di un sistema economico globale, con interessi e relazioni anche in Israele, sul piano economico e istituzionale. Questo non implica una linea editoriale dettata dall’alto né una regia diretta sui contenuti del giornale, ma colloca la testata dentro un ecosistema di potere che parla la lingua della sicurezza, della governabilità e della valorizzazione degli spazi. È questo contesto, più che una singola decisione politica, a rendere comprensibile il modo in cui una città come Torino gestisce ciò che non rientra nei propri schemi, come Askatasuna.
Questo non significa necessariamente come conseguenza diretta e certa che La Stampa “sostenga Israele” o che lo sgombero di Askatasuna sia stato deciso a Tel Aviv e sarebbe una semplificazione ridicola. Il punto è un altro, ed è più serio, ovvero che il modello di città che emerge da quell’evento parla la stessa lingua del capitalismo globale contemporaneo, fatto di sicurezza, governabilità, controllo del rischio, valorizzazione degli spazi, riduzione del conflitto visibile.
Israele, in questo discorso, non è un simbolo morale ma un laboratorio reale di tecnologie e pratiche di controllo e gestione dello spazio, che molte grandi aziende e istituzioni europee guardano con interesse.
Ed è qui che il “monologo” di cui parla Migliaccio diventa evidente perché durante l’evento tutti hanno parlano di dialogo ma nessuno mette in discussione il modello di città che stanno costruendo (o che vorrebbero costruire ad uso e consumo loro e di pochi altri).
Fuori, quello stesso modello di cui discutono con grande ardore viene imposto con la forza e la democrazia celebrata sul palco non è incompatibile con gli idranti in strada e i fumogeni lanciati ad altezza uomo, perché è una democrazia ridotta a procedura, a gestione, a contenimento del conflitto.
Di quale conflitto stiamo parlando poi?Questo è stato un blitz organizzato e coordinato da più reparti da tutta Italia. Ma è questa la democrazia e la bellezza di cui Baricco (e altri sia mai) tanto si riempie bocca e tasche?
Mi chiedo: c’è ancora posto a Torino e nelle nostre città per forme di vita collettive che non passano dal capitale e non chiedono autorizzazione al potere economico?
Ed è esattamente questo che è successo e che sta succedendo dal 2018 qui a Torino e piano piano, si sta estendendo in tutto il resto del paese.
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Ieri ero la nella prima fila e ho il filmato di uno sbirro che mi ha lanciato addosso un lacrimogeno e sfiorata di pochi centimetri. Aska libera 🔥 Gedi e company incommentabili come sempre