Mai detto che il femminismo è una brutta cosa. Ma cosa vuol dire essere femminista? Io cerco di non farmi calpestare, di credere in me stessa, di portare avanti i miei sogni, di vivere onestamente, di cercare di conoscermi ogni giorno di più, anche attraverso la scrittura. Ma non perché sono donna, perché sono una persona. Lo faccio ogni giorno.
Ciao! Questo è assolutamente lodevole. Però come si fa a diventare delle persone migliori senza contestualizzarsi? Mi spiego meglio, con un esempio controverso. Un imprenditore può essere una persona di grande valore e principio ma per guadagnare dovrà assecondare lo status quo del sistema in cui vive in suo favore. Quindi contribuire all'oppressione del lavoratore. Una donna si trova sul versante opposto, è lei soggetto di oppressione. Per portare avanti i tuoi sogni e credere in te stessa deve anche esserci un contesto che te lo permette. Avere un lavoro retribuito come lo è per un uomo. Ecco se per caso tu dovessi perdere il lavoro per una gravidanza, tu non potresti credere nei tuoi sogni perchè ti ritroveresti a perdere la tua indipendenza economica. Pertanto se sei donna e vuoi seguire i tuoi sogni devi anche "lottare" per la liberazione dalle ingiustizie di genere.
Mia madre non ha mai perso una gravidanza e ha sempre lavorato. Diciamo che in quest' epoca ci vorrebbe un aiuto in più perché la società è cambiata. Le giovani coppie si spostano, sono maggiormente indipendenti dalla famiglia d'origine. L'uomo è diventato più consapevole e coinvolto nella cura. Non si può generalizzare. Ognuno lotta, vive, respira con il proprio corpo, con il proprio vissuto, la propria storia. Quello che non mi piace è appiccicare etichette. Tipo tu sei femminista, tu sei tradizionale, tu sei conservatore, tu sei democratico, tu sei questo pertanto non sei quello. Non vedete che facciamo il gioco, come lo chiamate "del consumismo" . Non so se ho detto bene perché scrivo in mezzo alla strada. Ma basta con queste etichette! Ritornando a Giulia. Mi sono piaciuti i suoi post sulla Holden. Ha avuto il coraggio di denunciare un caso di ipocrisia colossale. Cosa che sapevo o almeno avevo intuito avendo partecipato a qualche incontro. Me ne sono ben guardata di aderire.
La mia psicologa diceva questa cosa: guarda bene chi hai davanti, osserva con calma, prendi tempo e senti cosa provi. Io, a quel tempo, non avevo la minima idea di chi ero io figurati se percepivo l'altro. Finita la terapia ho messo in pratica. Non giudico, ma quando la persona, il luogo, la circostanza non fa per me, semplicemente me ne vado. Le persone comunque cambiano, si muovono, peggiorano, migliorano nel tempo, pertanto siamo etichettabili, per sempre? Mah!
Spesso molti degli aspetti che mi mettono in crisi trovano quiete nel comunicare con le persone. Con persone che hanno un'adeguata gestione dei pregiudizi. La vergogna non gioca a mio favore in questo senso. Ne risulta un me solo che costruisce il suo eroe del linguaggio. Ancora una volta do spazio alla performance e mi allontano dal mio corpo, dallo spazio che occupo. Questo è sicuramente fonte di crisi, di conflitto (interno ed esterno) e di autosabotaggio. Magari non esco perchè "non mi serve uscire". Come se il mio individuo si fosse completato nella sua solitudine. In realtà sempre di più alimento la mia paura, la pressione verso me stesso di essere completamente sbagliato. Così devo ripartire dal mio corpo, dai miei limiti e rivendicarli a me stesso. Devo costruire un punto di vista collettivo della mia persona. Sentirsi femminista è far parte di un collettivo, di lottare per un bene comune. Se un gruppo femminista non prende a carico le diverse sfumature del mondo (cliniche o non cliniche) che di tipo di femminismo esercita? Forse un femminismo individuale? E se esercita un femminismo individuale davvero lotta per un bene comune?
Mi son ritrovata tantissimo nelle tue parole ("non sono cresciuta sentendomi sbagliata: mi ci hanno fatta sentire").
Quando ho iniziato a leggere autrici femministe, a frequentare ambienti che parlavano di violenza di genere ma ANCHE a seguire influattiviste sui social, mi son sentita meno sola e soprattutto meno sbagliata.
E, attenzione, ci stiamo dimenticando di una parte importante: seguire delle persone che parlano e si mostrano su una piattaforma digitale e quindi appoggiare i loro discorsi e ritrovarsi nelle loro parole (con, a seguito, tutti quei termini cari al social media marketing tipo "generando interazioni e incrementando l'engagement") vuole dire star consumando e quindi star "comprando" il loro prodotto (o il loro brand, se vogliamo sempre metterla in termini di marketing).
E' implicito, sempre, il consumo quando si tratta di contenuti digitali. E, come tu scrivi, siamo noi ad averlo "fomentato" e costruito assieme. E non penso che sia sbagliato, anzi. Sarebbe da bigotte dire: eh, ma l'attivismo si fa solo in piazza. Lo schermo è una delle nuove piazze e lo schermo è uno dei nuovi generi "testuali" che informano persone che, per mancanze di tempo o mancanza di risorse, non possono fare altrimenti.
Io penso che qui ci sia un problema importante con la polarizzazione morale (lo scrivo perché succede spesso anche a me): non sappiamo se quello che diciamo o pensiamo sia giusto o sbagliato, non sappiamo se stiamo facendo bene o male, non sappiamo se siamo degne dell'etichetta oppure no. Ma perché? Forse perché la nostra generazione di donne (parlo della mia, sono del 91) ha scoperto tardi che la maggior parte delle esperienze traumatiche che abbiamo avuto dipendevano da una struttura egemonica volta a trattarci come "sì, ma avete dei diritti chiaramente, ma comunque siete sbagliate" (quindi, "questo non è stupro, questo non è sessismo, questo è uno scherzo").
Una volta capito che c'erano altre donne che, come noi, avevano subito le stesse cose e che non si sentivano più tanto impotenti, ci siamo gettate immediatamente dentro al gruppo. Perché? Perché, la maggior parte delle volte, il femminismo sana.
Ma cosa succede, appunto, quando diventa un prodotto brandizzato che ti da delle direttive certe di cosa devi e non devi fare? Ti senti di nuovo sola. Ti senti di nuovo sbagliata.
Non so dove sto andando a parare, potrei continuare a scrivere per ore (e ripeto, è solo un pensiero, una riflessione).
Comunque sia, grazie mille per questo pezzo. Mi è piaciuto tantissimo.
Ciao, capisco la tua frustrazione e senso di impotenza di fronte all’incapacità di vedere la coerenza in ciò che viene professato. Il femminismo è una pratica complessa che si sta costruendo come narrazione giorno dopo giorno.
Il problema non è il movimento, ma chi lo utilizza verbalmente per scopi personali.
Non c’è un modo giusto di essere femminista. L’importante è esserlo e basta.
Ciao! Io mi sono avvicinata, o meglio, ho scoperto di essere a quanto pare femminista a mia insaputa recentemente, negli ultimi 3-4 anni, ascoltando un video di Michela Murgia e poi leggendo un suo libro (mi pare fosse Stai Zitta) e poi "Dovremmo essere tutti femministi" di Chimamanda Ngozi Adichie. La cosa che ha colpito me in partenza, è stato il senso di appartenenza a queste situazioni, il mio cervello si è illuminato e ha detto "minchia, tutto ciò è vero, sa di vero perché anch'io l'ho spesso se non vissuto almeno visto su altre, ma nessuno l'aveva detto così chiaramente e al tempo ritenevo con grande coraggio". Poi penso che il coraggio sia contagioso e ho iniziato anch'io ad esprimere meglio quello che penso, vincendo la paura di essere giudicata o mal vista. Ciò vuol dire che sono la capofila dei cortei femministi? No, anzi. Ho ancora molto timore a espormi in un certo modo, ma l'importante è che ognuno lo faccia a modo suo e nei suoi modi. La verità è che la perfezione a cui ci spingono è semplicemente irraggiungibile e quando la raggiungi o sei santo o sei pronto al declino per forza di cose. Inoltre mi piace pensare che noi siamo mutevoli nel corso della vita. Non siamo solo una cosa, ne siamo molte di più. Abbiamo tante versioni di noi stesse. Oggi agiamo in un modo, domani in un altro. Quello che credo sia importante è l'autocritica costruttiva, che è quella che ti porta a mutare (e in teoria a maturare) e un senso di comunità e di integrità verso le disuguaglianze. Ognuno aiuta la comunità con i mezzi che ha a disposizione in quel momento e si esercita più che può, anche a non stare zitto, che sia in piazza oppure online.
Le donne possono essere anche stronze, arriviste, approfittatrici, non siamo per forza delle sante. La murgia stessa nell'ultimo libro dice "la gente pensa di conoscermi perché ha letto un mio libro, per carità, io tante volte sono il contrario di quello che ho scritto" 🤣.
Riguardo allo scoop della chat fascistelle, penso che sia lecito domandarsi come mai in privato dici delle cose e a livello pubblico delle altre. Questo ne va del senso critico di ognuno, ciò vuol dire che il femminismo è il male? NO, queste 3 stanno vivendo uno schiantone? Forse si, e direi per fortuna perché se no normalizziamo doppi comportamenti tra pubblico e privato. Penso che anche in passato storicamente ci siano state evoluzioni stesse dentro il femminismo, alcune più estreme, altre più moderate o borghesi. Penso che alla fine tutte abbiano aiutato. Quindi vivitela così, serenamente. L'importante è lasciare dietro un profumo di pulito, anche compiendo degli errori.
Ciao Giulia, io non mi sento "femminista", mi sento "autentica" . Secondo me è questa la differenza. Tu chi sei, Giulia?
Il femminismo non è una brutta cosa.
Mai detto che il femminismo è una brutta cosa. Ma cosa vuol dire essere femminista? Io cerco di non farmi calpestare, di credere in me stessa, di portare avanti i miei sogni, di vivere onestamente, di cercare di conoscermi ogni giorno di più, anche attraverso la scrittura. Ma non perché sono donna, perché sono una persona. Lo faccio ogni giorno.
Provo immenso sconforto a dire sempre le stesse cose…
Ciao! Questo è assolutamente lodevole. Però come si fa a diventare delle persone migliori senza contestualizzarsi? Mi spiego meglio, con un esempio controverso. Un imprenditore può essere una persona di grande valore e principio ma per guadagnare dovrà assecondare lo status quo del sistema in cui vive in suo favore. Quindi contribuire all'oppressione del lavoratore. Una donna si trova sul versante opposto, è lei soggetto di oppressione. Per portare avanti i tuoi sogni e credere in te stessa deve anche esserci un contesto che te lo permette. Avere un lavoro retribuito come lo è per un uomo. Ecco se per caso tu dovessi perdere il lavoro per una gravidanza, tu non potresti credere nei tuoi sogni perchè ti ritroveresti a perdere la tua indipendenza economica. Pertanto se sei donna e vuoi seguire i tuoi sogni devi anche "lottare" per la liberazione dalle ingiustizie di genere.
Mia madre non ha mai perso una gravidanza e ha sempre lavorato. Diciamo che in quest' epoca ci vorrebbe un aiuto in più perché la società è cambiata. Le giovani coppie si spostano, sono maggiormente indipendenti dalla famiglia d'origine. L'uomo è diventato più consapevole e coinvolto nella cura. Non si può generalizzare. Ognuno lotta, vive, respira con il proprio corpo, con il proprio vissuto, la propria storia. Quello che non mi piace è appiccicare etichette. Tipo tu sei femminista, tu sei tradizionale, tu sei conservatore, tu sei democratico, tu sei questo pertanto non sei quello. Non vedete che facciamo il gioco, come lo chiamate "del consumismo" . Non so se ho detto bene perché scrivo in mezzo alla strada. Ma basta con queste etichette! Ritornando a Giulia. Mi sono piaciuti i suoi post sulla Holden. Ha avuto il coraggio di denunciare un caso di ipocrisia colossale. Cosa che sapevo o almeno avevo intuito avendo partecipato a qualche incontro. Me ne sono ben guardata di aderire.
La mia psicologa diceva questa cosa: guarda bene chi hai davanti, osserva con calma, prendi tempo e senti cosa provi. Io, a quel tempo, non avevo la minima idea di chi ero io figurati se percepivo l'altro. Finita la terapia ho messo in pratica. Non giudico, ma quando la persona, il luogo, la circostanza non fa per me, semplicemente me ne vado. Le persone comunque cambiano, si muovono, peggiorano, migliorano nel tempo, pertanto siamo etichettabili, per sempre? Mah!
Spesso molti degli aspetti che mi mettono in crisi trovano quiete nel comunicare con le persone. Con persone che hanno un'adeguata gestione dei pregiudizi. La vergogna non gioca a mio favore in questo senso. Ne risulta un me solo che costruisce il suo eroe del linguaggio. Ancora una volta do spazio alla performance e mi allontano dal mio corpo, dallo spazio che occupo. Questo è sicuramente fonte di crisi, di conflitto (interno ed esterno) e di autosabotaggio. Magari non esco perchè "non mi serve uscire". Come se il mio individuo si fosse completato nella sua solitudine. In realtà sempre di più alimento la mia paura, la pressione verso me stesso di essere completamente sbagliato. Così devo ripartire dal mio corpo, dai miei limiti e rivendicarli a me stesso. Devo costruire un punto di vista collettivo della mia persona. Sentirsi femminista è far parte di un collettivo, di lottare per un bene comune. Se un gruppo femminista non prende a carico le diverse sfumature del mondo (cliniche o non cliniche) che di tipo di femminismo esercita? Forse un femminismo individuale? E se esercita un femminismo individuale davvero lotta per un bene comune?
Mi son ritrovata tantissimo nelle tue parole ("non sono cresciuta sentendomi sbagliata: mi ci hanno fatta sentire").
Quando ho iniziato a leggere autrici femministe, a frequentare ambienti che parlavano di violenza di genere ma ANCHE a seguire influattiviste sui social, mi son sentita meno sola e soprattutto meno sbagliata.
E, attenzione, ci stiamo dimenticando di una parte importante: seguire delle persone che parlano e si mostrano su una piattaforma digitale e quindi appoggiare i loro discorsi e ritrovarsi nelle loro parole (con, a seguito, tutti quei termini cari al social media marketing tipo "generando interazioni e incrementando l'engagement") vuole dire star consumando e quindi star "comprando" il loro prodotto (o il loro brand, se vogliamo sempre metterla in termini di marketing).
E' implicito, sempre, il consumo quando si tratta di contenuti digitali. E, come tu scrivi, siamo noi ad averlo "fomentato" e costruito assieme. E non penso che sia sbagliato, anzi. Sarebbe da bigotte dire: eh, ma l'attivismo si fa solo in piazza. Lo schermo è una delle nuove piazze e lo schermo è uno dei nuovi generi "testuali" che informano persone che, per mancanze di tempo o mancanza di risorse, non possono fare altrimenti.
Io penso che qui ci sia un problema importante con la polarizzazione morale (lo scrivo perché succede spesso anche a me): non sappiamo se quello che diciamo o pensiamo sia giusto o sbagliato, non sappiamo se stiamo facendo bene o male, non sappiamo se siamo degne dell'etichetta oppure no. Ma perché? Forse perché la nostra generazione di donne (parlo della mia, sono del 91) ha scoperto tardi che la maggior parte delle esperienze traumatiche che abbiamo avuto dipendevano da una struttura egemonica volta a trattarci come "sì, ma avete dei diritti chiaramente, ma comunque siete sbagliate" (quindi, "questo non è stupro, questo non è sessismo, questo è uno scherzo").
Una volta capito che c'erano altre donne che, come noi, avevano subito le stesse cose e che non si sentivano più tanto impotenti, ci siamo gettate immediatamente dentro al gruppo. Perché? Perché, la maggior parte delle volte, il femminismo sana.
Ma cosa succede, appunto, quando diventa un prodotto brandizzato che ti da delle direttive certe di cosa devi e non devi fare? Ti senti di nuovo sola. Ti senti di nuovo sbagliata.
Non so dove sto andando a parare, potrei continuare a scrivere per ore (e ripeto, è solo un pensiero, una riflessione).
Comunque sia, grazie mille per questo pezzo. Mi è piaciuto tantissimo.
Ciao, capisco la tua frustrazione e senso di impotenza di fronte all’incapacità di vedere la coerenza in ciò che viene professato. Il femminismo è una pratica complessa che si sta costruendo come narrazione giorno dopo giorno.
Il problema non è il movimento, ma chi lo utilizza verbalmente per scopi personali.
Non c’è un modo giusto di essere femminista. L’importante è esserlo e basta.
Poi le cagate le facciamo tuttə.
♥️
Ciao! Io mi sono avvicinata, o meglio, ho scoperto di essere a quanto pare femminista a mia insaputa recentemente, negli ultimi 3-4 anni, ascoltando un video di Michela Murgia e poi leggendo un suo libro (mi pare fosse Stai Zitta) e poi "Dovremmo essere tutti femministi" di Chimamanda Ngozi Adichie. La cosa che ha colpito me in partenza, è stato il senso di appartenenza a queste situazioni, il mio cervello si è illuminato e ha detto "minchia, tutto ciò è vero, sa di vero perché anch'io l'ho spesso se non vissuto almeno visto su altre, ma nessuno l'aveva detto così chiaramente e al tempo ritenevo con grande coraggio". Poi penso che il coraggio sia contagioso e ho iniziato anch'io ad esprimere meglio quello che penso, vincendo la paura di essere giudicata o mal vista. Ciò vuol dire che sono la capofila dei cortei femministi? No, anzi. Ho ancora molto timore a espormi in un certo modo, ma l'importante è che ognuno lo faccia a modo suo e nei suoi modi. La verità è che la perfezione a cui ci spingono è semplicemente irraggiungibile e quando la raggiungi o sei santo o sei pronto al declino per forza di cose. Inoltre mi piace pensare che noi siamo mutevoli nel corso della vita. Non siamo solo una cosa, ne siamo molte di più. Abbiamo tante versioni di noi stesse. Oggi agiamo in un modo, domani in un altro. Quello che credo sia importante è l'autocritica costruttiva, che è quella che ti porta a mutare (e in teoria a maturare) e un senso di comunità e di integrità verso le disuguaglianze. Ognuno aiuta la comunità con i mezzi che ha a disposizione in quel momento e si esercita più che può, anche a non stare zitto, che sia in piazza oppure online.
Le donne possono essere anche stronze, arriviste, approfittatrici, non siamo per forza delle sante. La murgia stessa nell'ultimo libro dice "la gente pensa di conoscermi perché ha letto un mio libro, per carità, io tante volte sono il contrario di quello che ho scritto" 🤣.
Riguardo allo scoop della chat fascistelle, penso che sia lecito domandarsi come mai in privato dici delle cose e a livello pubblico delle altre. Questo ne va del senso critico di ognuno, ciò vuol dire che il femminismo è il male? NO, queste 3 stanno vivendo uno schiantone? Forse si, e direi per fortuna perché se no normalizziamo doppi comportamenti tra pubblico e privato. Penso che anche in passato storicamente ci siano state evoluzioni stesse dentro il femminismo, alcune più estreme, altre più moderate o borghesi. Penso che alla fine tutte abbiano aiutato. Quindi vivitela così, serenamente. L'importante è lasciare dietro un profumo di pulito, anche compiendo degli errori.