Benvenuti e benvenute in “Backstage”.
Uno spazio volutamente anti-performativo: più intimo, più lento, più vero. Racconterò la mia vita e il tentativo di far diventare la scrittura la mia unica entrata, senza capi né editori. Dentro ci troverete pensieri scritti di getto sulle notizie del giorno, libri che mi passano per le mani, musica che mi tiene in piedi. È come se aprissi la mia Moleskine, o le note del telefono.
Esce ogni giorno o quantomeno dovrebbe
Quello che ho scritto ieri mi ha fatto bene e male insieme. Bene, perché ho dato voce a una parte di me che non è propriamente segreta - non ho mai avuto problemi a parlare della mia salute mentale - ma che negli ultimi tempi ho preferito tenere per me, sono successe cose di cui non è ancora il momento di parlare. Chi mi è rimasto vicino conosce la mia situazione: non è mai stata un tabù, né un motivo di vergogna ma espormi, oggi, mi fa paura. Perché lo stigma, in questa società, esiste ancora. Eccome se esiste.
La verità è che la vita di chi ha una diagnosi psichiatrica non è un reel di un TED Talk, là fuori la gente continua a giudicarti, a isolarti, a sussurrare dietro le spalle se la tua diagnosi non è quella giusta, quella “cool”, quella che il web ha deciso di romanticizzare. La salute mentale non è un trend, è una fatica. La psicoterapia non costa solo 80 o 90 euro a seduta ma anzi costa tantissimo in termini di energia, di coraggio, di dolore. Significa mettersi a nudo, guardarsi davvero, lavorare su di sé anche quando si vorrebbe solo sparire. Non c’è niente di glamour in tutto questo. Non c’è musica di sottofondo, non c’è voce calma che ti dice “va tutto bene, siamo tutti speciali e unici”. C’è solo la realtà e la realtà, quella vera, non piace quasi a nessuno.

