"Io sono notizia" il documentario su Fabrizio Corona per Netflix Italia
Perché dovresti vederlo? Ti rispondo io.
Ahimè devo fare questa cosa noiosa ma necessaria prima di ogni pezzo perché dal 2026 lavoro ufficialmente come blogger indipendente, con partita IVA e tutto l’armamentario che serve quando scrivere smette di essere un hobby e diventa un mestiere. Questo è il mio spazio personale e pubblico insieme.
Mi chiamo Giulia e qui scrivo di cultura, politica e società, con l’ossessione di capire come funzionano le narrazioni del potere, chi le costruisce, chi le subisce e perché continuano a reggere anche quando fanno acqua da tutte le parti.
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Se ancora non mi conosci, sono diventata (tra mille virgolette) famosa per queste due inchieste:
C’è un atteggiamento molto Morettiano, quello del “Vengo? Mi si nota di più se vengo e me ne sto in disparte o se non vengo per niente?” che alcune persone adottano davanti a certi prodotti culturali e che a mio avviso non funziona.
Se esiste un “nemico”, o qualcosa che percepiamo come tale, per provare a contrastarlo bisogna prima conoscerlo, guardarlo da vicino, analizzarlo, individuarne le falle, capire su cosa regge e perché e solo dopo diventa possibile costruire una contro-narrazione che non sia puramente reattiva o moraleggiante.
Ignorare le complessità, e ignorare soprattutto una porzione enorme di popolazione che da decenni venera e difende personaggi cresciuti dagli anni Novanta in poi, ha prodotto l’effetto opposto: quelle stesse persone si sono strette ancora di più, hanno consolidato una narrativa di forza e l’hanno resa così compatta che oggi è difficilissimo anche solo insinuare un “forse le cose non stanno esattamente così”.
Per questo, se ti stai chiedendo perché dovresti guardare un documentario su Fabrizio Corona o altri prodotti che percepisci come “il male”, e ti rifugi in argomentazioni come “non voglio dargli il mio tempo e i miei soldi” sappi che è una posizione piena di crepe, non scalfisce ciò che vorrebbe combattere e non ti assegna automaticamente alcun ruolo etico superiore, tantomeno quello di profeta del dolore autarchico.
Capisco ogni tipo di resistenza e non sto dicendo che tu debba vederlo per forza. L’invito è più semplice e meno enfatico: informati, osserva, oppure resta qui e leggi la mia analisi se proprio non hai voglia di costruirtene una partendo dal prodotto stesso.
Fabrizio Corona nasce in un contesto intellettuale, figlio di un giornalista antimafia costretto a lasciare Catania con la famiglia, che in seguito diventa antagonista della televisione e dei media berlusconiani fin dalla discesa in campo. In quegli anni si muove in un’area di opposizione culturale, fino ad affiancarsi a Indro Montanelli, insieme a un giovanissimo Marco Travaglio, nella creazione di un giornale di controinformazione. Verso la fine degli anni Novanta, un giovanissimo Fabrizio Corona, si affianca a Lele Mora, poi arrivano i primi anni Duemila con le accuse, il carcere e una pena scontata in modo quantomeno ambiguo. Il documentario si interrompe durante gli anni del Covid e quindi no, non parla di Falsissimo, che viene solo accennato nei titoli di coda come “il suo ritorno trionfale”.
Partiamo da un piano meramente tecnico (inteso come scelte di regia, produzione, uso di video e fotografie d’archivio, costruzione dello storytelling) da questo punto di vista il prodotto è eccellente, senza troppi margini di discussione, su questo terreno non c’è molto altro da aggiungere, perché il livello è alto e basta.
In generale, quasi la totalità dei documentari distribuiti da Netflix - sottolineo distribuiti e non prodotti, che sono due cose diverse - mantiene uno standard qualitativo molto elevato, quindi conviene farsene una ragione.
Un colosso globale che inserisce gli stessi titoli in più cataloghi nazionali, mettendoli in competizione con prodotti provenienti da culture in cui televisione e cinema sono presi molto più sul serio di quanto accada da noi, non può permettersi oggetti tecnicamente mediocri, questo prescinde completamente dal contenuto e dal taglio narrativo.
Il punto critico, semmai, sta altrove.
Molti documentari adottano una narrazione di parte e spesso sorvolano su contesti politici, storici o di potere, liquidandoli come dettagli marginali. Il problema è che continuiamo ad affrontarli con un bias enorme quello per cui il documentario dovrebbe essere il luogo della verità totale, oggettiva, definitiva, questa è un’idea fragile già sul piano filosofico, perché una realtà unica e indissolubile semplicemente non esiste, a meno di aderire a una visione fortemente religiosa del mondo. In più, stiamo parlando di prodotti autoriali, e quindi inevitabilmente segnati dall’imprinting di chi li realizza. Un autore racconta ciò che ritiene rilevante, ciò che sostiene la propria visione e se decide di eludere o dimenticare alcuni fatti storici può farlo senza particolari ostacoli.
Non sto parlando nello specifico del documentario su Fabrizio Corona, ma di un meccanismo molto più ampio. In sostanza, tutta questa digressione serve a dire una cosa semplice: la narrazione è ovviamente parziale ed è dichiaratamente di parte ma non per questo può essere definita incompleta dal punto di vista del regista. Lui ha raccontato, più o meno consapevolmente, ciò che riteneva giusto raccontare e la sua visione di Corona ed è legittimo, anche quando non ci piace.
Il documentario doveva parlare della vita di Fabrizio Corona ma se ci mancano tutte le nozioni su qual è il contesto storico e politico sulla quale si naviga, finiremo inevitabilmente per empatizzare e persino tifare per lui, mistificandolo a genio assoluto, eroe e soprattutto anti-sistema.
Quindi purtroppo dobbiamo iniziare con decostuire (parola dell’anno 2025 me ne rendo conto) che periodo è stato quello nella quale non solo Fabrizio Corona era giovane, ma quello che ha portato ad una scesa in campo di Silvio Berlusconi, ovvero Tangentopoli. Io vi farò un brevissimo riassunto ma qui vi lascio uno dei podcast italiani indipendenti migliori che è mai stato fatto sull’argomento: “Mariuoli” è un podcast di Andrea Aimar ed Emanuele Monterotti per raccontare Tangentopoli a chi non l’ha vissuta.
Me ne vorranno gli storici, ma qui serve procedere spediti: gli anni Settanta e Ottanta in Italia sono stati un periodo duro e profondamente repressivo, soprattutto in alcune aree del Paese. Da una parte c’era la paura concreta di un’insurrezione popolare, alimentata dallo spettro del socialismo e del comunismo, che venivano contrastati anche con la violenza e dall’altra un’Italia parallela faceva i conti con un fenomeno tutt’altro che astratto ovvero quello delle incursioni mafiose e ’ndranghetiste, degli attentati, dei rapimenti, della collusione strutturale tra Stato e criminalità organizzata.
Questo clima di tensione e di compromesso permanente arriva fino a Tangentopoli negli anni Novanta quando diventa evidente ciò che in molti già sapevano: ovvero che la politica, sia di destra sia di sinistra, era ampiamente corrotta da un sistema di mazzette. Le tangenti sono somme di denaro o altri benefici richiesti illegalmente in cambio di favori, concessioni o semplicemente per evitare problemi, erano talmente diffuse da risultare quasi normalizzate, parte integrante del funzionamento quotidiano del potere.
In parallelo, il panorama mediatico era dominato esclusivamente dalla televisione di Stato, la RAI ed è proprio in questo contesto che, in modo apparentemente rocambolesco ma in realtà perfettamente coerente con il momento storico, emerge Silvio Berlusconi. Un imprenditore che viene rapidamente amato e celebrato perché riesce a importare in Italia una visione dell’intrattenimento di matrice americana, trasformando non solo la televisione, ma anche il linguaggio giornalistico e, in parte, quello cinematografico. Un cambio di paradigma che segna un prima e un dopo e che non può essere separato dal contesto politico, sociale e culturale da cui nasce. Vi lascio anche qui un podcast su Silvio Berlusconi, unico prodotto davvero fatto bene - forse perché non è italiano? - che parla di quanto è stato problematico e quanto la sua figura è stata sia idolatrata che temuta che mistificata che sotto-valutata (giuro che esisteva anche la versione tradotta in Italiano, non la trovo più, strano?)
Quindi, chi è davvero Lele Mora, che nel documentario appare come un innocuo vecchietto quasi folkloristico? Era l’uomo che portava giovanissime donne in Mediaset per farle esistere esclusivamente come oggetti di scena e, spesso, come corpi disponibili. Ragazze appena maggiorenni, a volte nemmeno quello, semi-nudità normalizzata, contatto fisico non richiesto, umiliazioni e molestie consumate sotto le luci dello studio come se fossero parte del copione.
Qui serve una parentesi, anche se è scomoda: che lo si voglia ammettere oppure no, la condizione della donna in televisione oggi è diversa. Non ribaltata, su questo non raccontiamoci favole, ma diversa sì. Culturalmente, negli anni Novanta e nei primissimi Duemila, non era affatto percepito come strano sottoporre i corpi femminili a una vera e propria autopsia visiva, le telecamere avevano uno sguardo invasivo, insistente, autorizzato. Io avevo meno di dieci anni, ma ricordo benissimo che tutti i bambini volevano fare i calciatori e tutte le bambine volevano fare le veline. - io volevo essere Avril Lavigne, anche perché in casa mia mi era concesso guardare almeno MTV, che rappresentava una via di fuga simbolica da quel modello unico.
Quella rappresentazione era talmente normalizzata da non essere nemmeno messa in discussione. La donna come accessorio, come elemento decorativo, come premio scenico e oggi, per fortuna, non è più così in modo così esplicito e quando accade viene contestato da una parte molto ampia della popolazione. Qualcosa si è mosso, questo va detto ma proprio per questo va anche ricordato che i passi avanti non sono irreversibili, non sono incisi nella pietra. Vanno custoditi, sorvegliati e difesi, perché ciò che è già stato considerato normale una volta può tornare a esserlo molto più facilmente di quanto ci piaccia ammettere.
Tornando al documentario, la domanda che resta sospesa è piuttosto semplice e allo stesso tempo decisiva: com’è possibile che un giovane cresciuto in una famiglia con valori chiaramente collocabili a sinistra, o quantomeno dentro un orizzonte etico e culturale molto definito, finisca per diventare l’amante di Lele Mora?
La risposta, banalmente, non c’è. Non viene nemmeno cercata, la cosa accade e basta, come se fosse un passaggio neutro, privo di frizione, di conflitto, di interrogativi.
Ed è qui che il documentario mostra il suo vero punto debole, soprattutto se vuole essere letto come una biopic. Non manca solo una spiegazione, manca proprio la domanda e questo vuoto pesa ancora di più se si considera che la madre di Fabrizio Corona è viva, compare nel documentario e si racconta come profondamente contraria ai metodi, alle scelte e all’atteggiamento del figlio. Eppure questo scarto, questa frattura evidente, non viene mai attraversata davvero. Rimane lì, come un oggetto fuori campo e Corona si limita a dire di aver causato molto dolore alla sua famiglia e di aver sempre stimato il padre come “incorruttibile, a differenza mia”. Fine. Nessun passo ulteriore.
Forse questa è una mia sovrastruttura, o forse la mente umana è meno sofisticata di quanto mi piaccia credere, ma la spiegazione economica non mi basta. I soldi, da soli, non sono una chiave interpretativa sufficiente. Corona proveniva da uno status familiare economicamente molto solido, potente persino, anche se antagonista rispetto al potere dominante di quel periodo, aveva accesso a un capitale culturale, simbolico e materiale che gli avrebbe permesso di muoversi praticamente ovunque, di fare qualsiasi cosa nel mondo culturale, mediatico, editoriale, per questo la narrazione del “non avevo alternative” semplicemente non regge o quantomeno non mi convince.
Il documentario liquida tutto con una formula comoda, perché Corona dice di non credere né nel bene né nel male e quindi tanto vale fare quello che si vuole. È una risposta semplice, troppo semplice, e anche piuttosto paracula, presa sul serio fino in fondo implicherebbe l’assenza totale di coscienza, di moralità, di etica e questo è poco credibile. Tutti ne abbiamo una, anche quando entra in conflitto con il pensiero dominante, con il senso comune o con il governo di turno. Può essere deviata, cinica, contraddittoria, ma non inesistente.
Qual è allora, quella di Fabrizio Corona?
Il documentario sembra rispondere con una sola parola, il denaro. Ed è qui che rimango in difficoltà. Non tanto per giudizio morale, quanto per mancanza di profondità e forse è un mio limite, ma faccio fatica a credere che un’ossessione così totalizzante possa esaurirsi tutta lì, senza altre crepe, senza altri motori, senza un livello più scomodo da esplorare. Ed è proprio questa esplorazione mancata che lascia la sensazione di un racconto che si ferma un passo prima del punto davvero interessante.
Per quanto riguarda il resto del documentario, cioè la parte giudiziaria che dovrebbe costituire il vero fulcro del racconto, ci troviamo davanti a una struttura narrativa fin troppo riconoscibile. È il classico viaggio dell’eroe declinato al maschile, quasi un modello industriale, molto più vicino a Rocky Balboa che a una reale indagine biografica. Il protagonista entra nel mondo, incontra il mentore, si scontra con il nemico, che qui non è una persona ma una visione del mondo, cade, va in carcere, risale negli anni post detenzione e arriva alla rivalsa finale, affidata simbolicamente ai titoli di coda su Falsissimo.
Il problema è che, se mancano le domande giuste e i contesti necessari, questa struttura diventa una macchina perfetta per la mistificazione e finisce per funzionare, cazzo se funziona.
Funziona nel rendere Fabrizio Corona una figura quasi idolatrabile, uno che tutto sommato “non ricattava davvero”, ma faceva semplicemente il suo lavoro.
Funziona fin troppo bene, e sì, purtroppo funziona davvero.
Corona insiste più volte su questo punto - non per sminuirsi perché una persona con il suo ego non rinuncia certo ai meriti, ma per giustificarsi - dice che in fondo “lo facevano tutti”, che era l’epoca pre social, che quello era il mercato. Da questa prospettiva si autodefinisce persino un visionario, uno che ha costruito la propria autofiction quando ancora non esistevano gli strumenti per farlo apertamente. Non il migliore, ma il più scaltro, il più furbo tra i furbi, una figura che sembra oscillare tra il Joker e Roger Rabbit, metà genio caotico, metà personaggio dei cartoni, sempre un passo avanti agli altri.
Nel documentario ammette di aver usato le persone, ma senza alcuna traccia di pentimento, né nelle parole né nel modo in cui vengono messe in scena. Anzi, la linea registica rafforza questa visione strumentale, come se gli altri esistessero esclusivamente come comparse, come gradini da salire per ottenere ciò che desidera. E ciò che desidera viene sempre presentato come legittimo, indipendentemente dai metodi e dalla sofferenza prodotta. Soprattutto quella inflitta alle donne che lo hanno accompagnato, manipolate sistematicamente per alimentare il suo successo, collocate in una condizione di sudditanza che il documentario evita accuratamente di chiamare abuso e a suggellare il tutto arriva la madre, che liquida la questione con un “è un uomo molto intelligente e affascinante”, una frase che pesa più di quanto sembri - ma d’altronde è la madre non è che si possa pretendere che dica “mio figlio è un pezzo di merda”.
Il racconto si chiude poi con la parte emotiva del post carcere, in cui Corona viene mostrato come una persona fragile e vulnerabile, uno che vuole solo essere visto, ammirato, amato, perché dentro ha un vuoto profondo.
Anche qui, con una certa disinvoltura, si sorvola sul fatto che quella detenzione non sia stata esattamente una reclusione lineare e continuativa di dieci anni, ma il punto non è il dato giuridico in sé, il punto è che mi aspettavo un vero affondo narrativo su quel vuoto, una presa di responsabilità nel provare a spiegare da dove nasce e perché diventa così totalizzante. Allo stesso tempo mi aspettavo che la dimensione politica e storica venisse affrontata per quello che è stata davvero, cioè un sistema che ha usato giovani donne come merce, per la televisione, per l’intrattenimento, per la politica, con conseguenze sociali evidenti. Invece no, rimane il suo viaggio dell’eroe, con lui al centro come eroe nostrano.
La domanda allora diventa un’altra: quali saranno le conseguenze di questo racconto, non tanto in Italia?
Perché diciamocelo, Corona non aveva bisogno di questo documentario per consolidare il consenso, quello lo ha costruito altrove, con Falsissimo, un prodotto che anche qui è tecnicamente molto solido, perché Corona è senza dubbio un narratore efficace. La vera questione riguarda il pubblico internazionale, che non possiede i nostri strumenti storici e culturali per prendere le distanze da questa narrazione. Mi chiedo quali effetti possa avere su chi non ha il contesto, su chi non ha gli anticorpi per riconoscere la mistificazione, anche se forse questa parola la sto usando fin troppo.
Non mi preoccupa chi, come me, ha avuto la possibilità di studiare, di comprendere, di leggere criticamente la società italiana, mi preoccupa chi questi strumenti non li ha ed è per questo che spero che possano esistere altri prodotti, magari con meno budget, magari più di nicchia, capaci di fornire quelle chiavi di lettura che qui mancano.
Io sto facendo la mia parte. Non quella di sedermi qui a dire quanto Fabrizio Corona sia un coglione, ma quella di provare a ricordare che la realtà è più complessa, più contraddittoria, più scomoda di così. E che forse, dico forse, dovremmo investire anche su narrazioni che ampliano lo sguardo, invece di continuare a rendere pop figure criminali che hanno contribuito a rendere la nostra società più cinica e più povera.
Chiudo con una frase del documentario che mi è rimasta impressa. L’idea che, anche senza Silvio Berlusconi, sarebbe cambiato pochissimo e che l’Italia sarebbe comunque diventata questa cosa qui. Io continuo ostinatamente a non volerci credere. Ma viviamo in questo universo, e quindi non potrò mai sapere se avevo torto o ragione.
P.S.
Io totalmente morta quando Corona dice “Io Selvaggia Lucarelli in questo documentario non ce la voglio” e infatti non c’è, ne hanno messo solo una brevissima clip. Peccato.
Questo è Scrollo, ergo dubito. Io sono Kants Exhibition. Qui scrivo di cultura, politica e società cercando di smontare le narrazioni del potere e capire perché continuano a funzionare. La parte pubblica resterà sempre gratuita. Se vuoi sostenere il mio lavoro puoi abbonarti a Backstage o offrirmi un caffè, ed è così che riesco a restare indipendente dai padroni editoriali.


Bellissima lettura, grazie. Non ho Netflix, ma non lo vedrò lo stesso. Sono stanca della beatificazione di Fabrizio Corona: è da quando sono una ragazza che il mondo si divide in modo manicheo e nessuno che lo guardi per quello che è. Uno che ha giocato ad essere senza scrupoli, un maranza ante litteram che invece della violenza fisica ha usato quella morale, insinuandosi nelle pieghe del gossip solo perché essere paparazzo era di per sé amorale e che quel tipo di "informazione" sembrava dovesse esistere (ma poteva benissimo non esserci) solo per rispondere alla richiesta pruriginosa indotta dalla società dell'immagine sulla gente normale. Insomma, parliamo di un lavoro non di informazione, che ha rovinato la vita di tanta gente e o cervello dii tanta altra di cui si sarebbe potuto fare tranquillamente a meno.
Ovviamente la mia è la parziale visione di una ragazza che negli anni Novanta e Duemila ha subito pesantemente nell'età dello sviluppo queste narrazioni distorte, tossiche e accettate in modo acritico da tutta la popolazione.
Bello il tuo articolo, e interessante e stimolante. Perché problematicizza anziché semplificare.
Per quanto riguardo l'ultima tua osservazione su Berlusconi: questione complessa, perché a mio avviso lui è stato al contempo figlio e artefice di un modo di vedere, vivere e raccontare il mondo. È atterrato su un terreno che in qualche modo gli ha permesso di attecchire, e lui l'ha continuamente poi fertilizzato ben bene.
L'altro aspetto ripugnante del "fenomeno" Corona (che lo trascende) è che lui è un ricattatore. Quando ha iniziato, paparazzava personaggi "famosi" (tipo Barbara Berlusconi - per cortesia notare le virgolette), chiamava l'entourage berlusconiano e si accordava sul prezzo dei negativi da consegnare per non pubblicare (fonte: documentario, mi pare RAI, di diversi anni fa. È lo stesso Corona a spiegare come funzionava). Quel che mi ha sempre colpito non è tanto che un Corona si comportasse così, quanto che il sistema lo accettasse come comportamento normale. "Ahi Italia, di dolore ostello...".