Il sistema siete voi con tanto di bio, cachet e lamentela pronta
L’élite culturale italiana piange miseria mentre insegna nei templi del privilegio.
(Per rivolgermi a Jonathan Bazzi userò la ə per rispettare la sua identità di genere, qualora il suffisso sia sbagliato chiedo scusa e provvedo alla rettifica).
Jonathan Bazzi pubblica il saldo a -997 euro e tutti a gridare al coraggio, al manifesto, alla verità cruda.
Ma la verità è che Bazzi non è unə martire del sistema ma anzi è un dei suoi prodotti migliori.
È l’emblema di quella cultura che si lamenta del filtro di classe mentre lo incarna perfettamente in visibilità, festival, premi, articoli per testate che pagano dopo quattro mesi e zero conflitto reale con chi tiene i rubinetti dei soldi.
Sia ben chiaro: io non ce l’ho contro Jonathan Bazzi in quanto personə, non mi ha fatto niente, faccio l’analisi di ciò che ha scritto e cosa ha causato nel mondo editoriale.
Ma ogni volta che qualcuno pubblica un post come quello di Bazzi, parte il coro del “eh sì, che vergogna, che fatica, che schifo la precarietà”.
Poi però gli stessi che piangono miseria vanno a insegnare in scuole da diecimila euro l’anno (minimo), illudendo intere generazioni che “se sogni e ti impegni puoi vivere di ciò che ami” quando sono ben consapevoli che non sia così.
Quindi si io vi odio, tutti quanti indistintamente perché vi state approfittando di me, della mia generazione e dei soldi delle nostre famiglie.
Queste persone di fare i testimonial dell’educazione d’élite e intascano cachet da “ma io lo faccio per la cultura”. No, lo fai per la tua carriera e per mantenere in piedi un sistema che campa sullo stesso sfruttamento di cui ti lamenti.
Piangete miseria, fate i referti, i post neri con le scritte bianche, gli inni alla dignità del lavoro culturale e poi, appena finito di versare la lacrima digitale, correte a prendere i soldi dalle scuole private gestite come multinazionali della precarietà, quelle che campano esattamente sullo stesso meccanismo che ora fingete di denunciare.
Vi raccontate che “lo fate per portare avanti la baracca”, per “non lasciare gli studenti senza docenti bravi”, come se non sapeste che siete parte dell’ingranaggio. E poi vi lamentate che vivete solo di estetismo, che la cultura non paga, che la visibilità non sfama. Ma siete voi a tenerla viva, quella baracca. Siete il combustibile del sistema che vi consuma.
È una specie di sindrome collettiva questo piagnisteo di chi denuncia il filtro di classe e poi lo difende, lo amministra, lo legittima, si lamentano del sistema mentre ci tengono le chiavi in tasca.
Ogni volta che accettate di insegnare in una scuola privata che seleziona col portafoglio, state firmando la condanna a chi non può permettersela, siete complici dello stesso meccanismo che vi tiene poveri e vi fa sentire speciali per due spicci e un microfono.
Non siete vittime, siete il personale di servizio del privilegio.
È curioso come, ogni volta che qualcuno parla di precarietà culturale, la conversazione diventi un’orgia di autoassoluzione collettiva.
Tutti d’accordo sul “che vergogna”, tutti a riconoscersi nei referti e nei manifesti sulla “cultura che non paga”, ma poi (appena si spengono le stories) molti di questi “solidali” sono gli stessi che accettano cachet indegni, fanno da volto a scuole per ricchi, o si vendono al brand della sensibilità culturale che li tiene in vetrina.
La verità è che la precarietà non è un incidente di percorso ma è un sistema perfettamente funzionante che vive del senso di colpa dei suoi stessi sfruttati e la classe intellettuale italiana lo alimenta con un paradosso: piangere il filtro di classe mentre lo gestisce in prima persona.
Nei commenti si è aperta la solita fiera della miseria, la gara a chi è più povero, più umile, più malpagato. Tutti a “sventolare” il proprio estratto conto come bandiera morale, come se la povertà fosse una nuova forma di prestigio culturale.
È rivoltante.
Non c’è nulla di nobile nell’indigenza trasformata in posa, nell’autocommiserazione collettiva usata come collante di categoria.
Tra i commenti e i post in risposta a Jonathan Bazzi c’è chi parla di “vivere di cultura e non di visibilità” ma continua a partecipare a rassegne finanziate dove si paga tutto tranne chi scrive, c’è chi dice “non è un lamento, è un referto” ma da anni difende un sistema dove solo chi ha una rendita può permettersi di restare visibile.
Il problema non è chi denuncia, ma chi trasforma la denuncia in estetica, la precarietà come badge d’onore, la fame come identità narrativa.
Intanto, chi non ha cognomi o appoggi, chi non può anticipare voli e treni per “promuovere il libro”, semplicemente sparisce. La cultura in Italia è diventata un club di sopravvissuti al precariato, che raccontano la fatica mentre contribuiscono a mantenerla redditizia per pochi.
Vi passate i vostri fallimenti come se fossero trofei, come se il dolore economico vi rendesse automaticamente puri, autentici, superiori. Non è solidarietà, è pornografia del disagio e soprattutto è il modo perfetto per non parlare mai dei veri responsabili: editori, scuole, istituzioni e voi stessi che continuate a dirvi “almeno ci proviamo”.
Questa gara a chi soffre di più non è una forma di resistenza, è la versione culturale dell’elemosina.
E ogni volta che partecipate a questo spettacolo del dolore, rendete la precarietà più accettabile, più estetica, più redditizia per chi vi guarda dall’alto. La miseria non è un badge identitario, è una condizione politica. Ma evidentemente, finché fa engagement, va bene così.
Quando l’ho detto io, quando ho osato mettere in fila questo cortocircuito, mi avete chiamata invidiosa, frustrata, una che non ce l’ha fatta. La solita comoda favola del “se fosse brava, sarebbe dei nostri”.
Bene. Ora che vi siete accorti che il sistema vi divora, che vi paga a 120 giorni, che vi mette in vetrina e poi vi scarta, qual è la vostra scusa?
Vi accusate a vicenda come tossici in crisi di astinenza morale.
Gli editori danno la colpa ai lettori, i giornalisti agli editori, gli scrittori ai festival, i festival alla politica. Tutti innocenti, tutti vittime del grande “sistema”, peccato che il sistema siete voi. Voi che accettate cachet ridicoli, contratti fantasma, esclusività a zero euro, voi che dite sì a ogni evento “per visibilità”, voi che insegnate in scuole costose parlando di uguaglianza, voi che scrivete editoriali indignati su un mercato che alimentate ogni giorno.
Avete preso il privilegio e l’avete travestito da sacrificio.
Vi vantate della vostra precarietà come se fosse un segno d’onore, una medaglia da mostrare nelle interviste, quando in realtà è solo servilismo ben impacchettato. Avete fatto carriera sul martirio culturale, mentre altri, quelli senza santi né cognomi, sono stati tagliati fuori in silenzio.
Siete la generazione che ha venduto la cultura come se fosse merchandising.
Avete trasformato scuole e accademie in aziende che lucrano sulla fame aspirazionale di chi viene dopo, ogni vostra giustificazione è una pietra in più sulla tomba del lavoro culturale.
Ora che i soldi non arrivano, che i bonifici saltano e i festival vi rimborsano con pacche sulle spalle, vi fingete indignati.
Ma siete voi che avete accettato questo scambio: riconoscimento al posto di retribuzione, status al posto di diritti.
Noi, quelli dopo, dovremo spalare la merda che ci avete lasciato, rimettere in piedi un mestiere che avete svuotato di dignità. Disinnescare l’ipocrisia travestita da militanza, l’estetismo della povertà che vi fa sembrare eroi. Non c’è nessun sistema invisibile da combattere.
Ci siete solo voi, con le mani nel fango e dite di averci anche la coscienza pulita.
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SI! Quando ho visto quel post mi sono chiesta: "Ma perché?". Cioè non capivo quale fosse il punto di quella condivisione. Ecco, adesso ho una risposta del cosa non mi tornava, era più estetica che denuncia.
Se non stai da una parte o dall'altra della barricata sei tu stess* la barricata