Il dolore che l’algoritmo non interrompe
Una live che avrebbe dovuto essere interrotta e invece è diventata memoria permanente.
Inizio col dire che affrontare questa storia richiede un certo equilibrio perché tocca contraddizioni che non possiamo ignorare e coinvolge persone che vivono una vulnerabilità concreta. Persone che stanno già pagando un prezzo psicologico molto alto che mi auguro non si trasformi in qualcosa di permanente e che per questo motivo non nominerò, pur mantenendo la convinzione che come società sia necessario riflettere sul confine sempre più sfumato tra la legittima esigenza di proteggere la propria intimità e l’uso dei social come strumento di esposizione e divulgazione.
Dentro TikTok esiste una bolla abbastanza definita, popolata soprattutto da persone che si riconoscono in valori progressisti come l’uguaglianza, l’antirazzismo e i diritti LGBTQIA* ed una parte di loro ha trasformato questa presenza digitale in un lavoro vero e proprio, nel senso che il proprio sostentamento dipende da ciò che pubblicano, da come lo raccontano e dal tipo di immaginario che riescono a orientare.
Che li si chiami influencer o content creator cambia poco, perché entrambi costruiscono contenuti con l’obiettivo di guidare chi li segue in scelte di pensiero, di comportamento o di consumo, anche quando il formato è quello rassicurante della camera fissa.
La distinzione tra influencer e content creator emerge spesso come un modo per prendere le distanze dall’idea di intrattenimento leggero e rivendicare un impegno maggiore, ma nella pratica questa differenza si scioglie rapidamente, perché la funzione rimane la stessa: creare contenuti capaci di orientare una comunità, indipendentemente dall’etichetta che si preferisce usare.
Questa bolla è composta da una decina di creator più riconoscibili con numeri alti per la targetizzazione molto di nicchia e sono abituati a sostenersi a vicenda.
Non è una cupola culturale né un gruppo con intenti oscuri, ma il risultato naturale di un ambiente in cui si condividono pressioni comuni, affinità personali e un’esposizione continua che può essere risorsa e fragilità allo stesso tempo. Quel sostegno reciproco, spesso interpretato dall’esterno come strategia, ,ma secondo me è molto più simile a una forma di sopravvivenza dentro una piattaforma che consuma rapidamente tutto ciò che espone.
Prima ancora dello scandalo che ha coinvolto Carlotta Vagnoli, Valeria Fonte e Benedetta Sabene avevo già espresso la mia perplessità sul trasformare il femminismo o più in generale, le battaglie sociali in un modello di business. Non perché il denaro renda automaticamente impuri certi ideali, ma perché la loro riduzione a forme bidimensionali e dogmatiche produce un dispositivo morale che prima o poi si rovescia su chi lo usa. Se il tuo lavoro consiste nel fare la morale agli altri, arriverà inevitabilmente il momento in cui quella stessa morale verrà fatta a te e questo vale anche per me, perché fa parte del gioco quando scegli di esporti e sostenere pubblicamente delle posizioni politiche.
Fatte queste premesse, parto dalla fine, cioè dal momento in cui questa storia ha avuto un effetto molto violento e reale: sono capitata per caso nella live Instagram di una content creator della bolla, una ragazza in evidente stato di confusione e di perdita della realtà, che si trovava nella stazione di polizia della sua città accanto alla madre, alle forze dell’ordine e ai volontari della croce verde, dopo aver compiuto in pubblico un gesto estremamente rischioso per la propria incolumità. Un gesto che lasciava intuire un livello di sofferenza estremamente tangibile.
Conoscevo già questa persona dal punto di vista digitale perché si era fatta notare per i suoi contenuti legati all’antirazzismo e al femminismo e aveva ottenuto, nonostante la giovane età, una risonanza notevole sulla piattaforma e una discreta considerazione tra i colleghi della bolla.
Qualche tempo fa, questa ragazza, aveva raccontato di aver subito una molestia da parte di un altro membro del “gruppo” dichiarando non solo di aver vissuto un contatto non richiesto come prevaricante, ma anche che “gli altri” avessero minimizzato l’accaduto, come se la protezione della rete sociale e lavorativa valesse più del riconoscimento del danno subito. Una dinamica che aveva aperto una serie complessa di accuse, silenzi e sotto-testi.
Noi, da fuori, non abbiamo accesso a una verità completa. Esiste spesso una frattura tra la verità emotiva di chi racconta e la verità giudiziaria che uno Stato, con tutti i suoi limiti ed evidenti contraddizioni che conosciamo bene, è chiamato a valutare attraverso leggi interpretate e non incise nella pietra. Il tribunale del web però procede con altri criteri, scegliendo da che parte stare in base alla narrazione più convincente, spesso ascoltata in forma parziale, spezzettata e rilanciata secondo le logiche delle clip virali. Tutto questo genera attenzione, genera traffico e genera denaro.
Non viviamo in un mondo in cui il trauma non produce valore economico e non avrebbe senso ignorare che molti contenuti nati dal dolore finiscono per diventare prodotti culturali, interventi televisivi, libri o progetti editoriali. Il problema non è guadagnarci, ma ciò che accade quando la narrazione non ha una linea d’accusa verificabile né un dispositivo difensivo altrettanto solido perché tutto sfugge di mano e si allarga come un’onda che travolge non solo i diretti coinvolti, ma anche chi li circonda per amicizia, per affinità o per semplice contiguità digitale.
La content creator che ha denunciato la molestia ha raccontato la sua versione in due video, senza moderare i commenti, nonostante gli strumenti per farlo esistano e siano semplici da usare. Il risultato è stato che le figure più esposte della bolla, soprattutto quelle già percepite come divisive o radicali, sono diventate bersagli immediati, non perché colpevoli della molestia ma perché uno di loro, citato in centinaia di commenti come “il molestatore “ era presente quando è avvenuta e ha fatto un video dove dice che non l’aveva interpretata come un problema, raccontando anche del legame pregresso pregresso, romantico o sessuale, tra le due parti coinvolte.
Da quel momento la dinamica si è deformata fino a perdere qualunque proporzione, trasformando un evento complesso in una catena di colpe distribuite, percepite o attribuite, che non aiutano la vittima, non chiariscono il quadro e creano un ambiente in cui tutti diventano vulnerabili mentre l’algoritmo continua a monetizzare ogni lacrima, ogni sfogo e ogni parola detta nel panico.
Il punto però è che noi continuiamo a muoverci dentro un racconto fatto di frammenti, senza vedere mai la scena completa, in un meccanismo che ricorda Le Iene di Tarantino, dove una rapina viene ricostruita attraverso versioni contraddittorie che ognuno usa per proteggere se stesso o per dare un senso a ciò che non torna.
Questo è solo l’inizio della vicenda, perché tutto nasce dal fatto che un creator della bolla non è riuscito a riconoscere una molestia che aveva davanti, incrinando così la propria credibilità agli occhi di una parte della piattaforma.
A questo punto si crea un altro movimento, ancora più insidioso: la bolla diventa un teatro che ingloba tutto e alcune persone finiscono per spettacolarizzare, spesso senza accorgersene, gli aspetti più crudi della propria vita, senza filtri, senza narrazione e senza la possibilità di fermarsi. Io stessa parto a volte da un episodio personale per arrivare a un discorso più ampio, ma lo faccio davanti a un computer, con la possibilità di cancellare, riscrivere e modulare, mentre in una live ogni frase è irreversibile e ciò che viene detto non può essere ritirato, trasformando il dolore in contenuto e la sofferenza in materiale spendibile per la piattaforma, che se ne nutre senza restituire niente.
La conseguenza della denuncia pubblica è stata un’ondata di video reaction, analisi improvvisate e interventi di creator di ogni tipologia anche distante da quelle battaglie, alcuni con numeri altissimi, altri senza alcuna aspirazione professionale ma comunque pronti a intervenire (o inveire verso una della parti) come se questa storia avesse bisogno di un’eco infinita.
Qui emerge l’equivoco centrale: stiamo parlando di persone reali, con fragilità palpabili che possono sbagliare come chiunque altro, ma quando trasformi te stesso in un brand la possibilità di sbagliare diventa pericolosa, perché ogni errore rallenta o compromette la macchina economica che ti sostiene.
Quando ci troviamo dentro queste crisi che esplodono nelle micro-comunità digitali, quelle bolle targettizzate dove i creator diventano riconoscibili e finiscono per influenzarsi e influenzare a catena, emerge sempre la stessa domanda, formulata con una certa ingenuità: Perché non staccano il telefono? Perché non si prendono una pausa? Perché continuano a parlare anche quando è evidente che quella presenza li sta consumando?
La risposta sembra semplice ma non lo è affatto, continuano perché questi spazi non funzionano come luoghi aperti in cui puoi entrare e uscire a piacere, ma come ecosistemi di visibilità in cui la reputazione ha un valore di scambio e l’assenza diventa immediatamente una dichiarazione, un vuoto che altri riempiranno interpretando a loro modo ciò che non hai detto.
In queste bolle la presenza non è solo un gesto volontario ma è anche un meccanismo di sopravvivenza, perché chi smette di parlare perde il controllo del racconto e il racconto, quando si muove senza la persona che riguarda, tende a diventare una massa informe fatta di deduzioni, ricostruzioni parziali, accuse, interpretazioni e screenshot che circolano senza nessun contesto. Il paradosso è che proprio nel momento in cui ci sarebbe bisogno di silenzio e distanza, la pressione a essere presenti aumenta, non perché la persona in crisi “non ha lucidità”, ma perché il silenzio viene immediatamente percepito come colpa, fuga o manipolazione, e questo è sufficiente a far ripartire l’intera macchina dell’esposizione.
A tutto questo si aggiunge un’altra dinamica che riguarda la memoria del web, una memoria che seleziona ciò che conviene tenere e lascia andare ciò che non serve, e lo fa in modo asimmetrico. Il web dimentica in fretta ma conserva con una precisione quasi archivistica ogni errore, ogni frase storta, ogni video emotivo, ogni screenshot che può essere ripescato mesi dopo per riaprire la stessa ferita. È una memoria rancorosa che non ammette redenzione, non prevede margini di crescita, non contempla la possibilità che una persona cambi, si corregga o guarisca, e questa condanna permanente trasforma ogni momento di crisi in un deposito di materiale che qualcuno, prima o poi, tornerà a usare.
Dentro questo movimento la domanda “perché non staccano il telefono” perde di senso, perché chi prova a farlo si accorge immediatamente che l’assenza non interrompe il flusso, lo devia soltanto, lo lascia evolvere senza alcun controllo, mentre la presenza continua alimenta l’illusione di poter almeno gestire la traiettoria della narrazione, anche se questa gestione ha un costo altissimo sul piano emotivo. Ci si ritrova così in una spirale in cui la persona tenta di proteggersi esponendosi ancora di più, proprio mentre la piattaforma trasforma ogni parola in un frammento monetizzabile e ogni esitazione in un contenuto che altri analizzeranno, criticheranno, replicheranno.
È qui che la spettacolarizzazione, che inizialmente sembra una strategia per difendersi, inizia a inghiottire chi la mette in atto. La necessità di spiegare, giustificare, contestualizzare o semplicemente respirare diventa subito un atto pubblico, e la linea che separa la vita dalla sua rappresentazione si assottiglia fino a sparire. Ogni emozione diventa materiale narrativo, ogni debolezza si trasforma in un tassello che qualcuno userà per confermare un’idea già costruita, e la salute mentale si ritrova schiacciata in uno spazio che non concede pause, non permette ritrattazioni e non lascia margini per un’elaborazione privata del dolore.
In queste micro-comunità non si perde lucidità perché si è fragili ma perché la struttura stessa in cui ci si muove non offre vie d’uscita che non siano immediatamente visibili a tutti. Staccare il telefono significherebbe interrompere l’unico strumento che sembra in grado di contenere, anche se momentaneamente, la distorsione della narrazione. Continuare a usarlo significa alimentare una macchina che, mentre ti espone, ti consuma. È un cortocircuito perfetto, in cui chi prova a proteggersi finisce per consegnare un pezzo in più della propria vulnerabilità alla stessa piattaforma da cui vorrebbe difendersi.
Tutto questo discorso, che fino a ieri poteva sembrare ancora teorico, ha assunto una forma concreta e devastante quando quella stessa content creator è comparsa in una serie di dirette Instagram che avevano più l’aspetto di un crollo psicotico esposto al pubblico che di un normale momento di sfogo. La prima live l’ha mostrata dentro una stazione di polizia, accanto a sua madre, circondata da agenti e volontari della croce verde, mentre cercava di raccontare ciò che le era accaduto, mescolando frammenti di realtà e percezioni alterate, rivelando persino dati personali che in qualunque altro contesto avrebbero fatto scattare un minimo di tutela.
Ma non è finita lì, perché una volta riportata a casa, invece di spegnersi, quella diretta si è frantumata in una sequenza continua di nuove live, tutte su Instagram, ognuna più confusa della precedente e tutte automaticamente salvate dalla piattaforma nel feed. In queste dirette, che si sono susseguite per ore, il delirio paranoide si intrecciava con la rabbia, con accuse lanciate nel vuoto, con riferimenti sparsi agli eventi precedenti, fino a quando, ormai a notte fonda, sullo schermo si sono visti chiaramente arrivare i carabinieri.
Dalla mezzanotte inoltrata fino oltre le cinque del mattino chiunque fosse collegato si è trovato davanti a qualcosa che non aveva più nulla di simbolico o mediato. Era un Truman Show della sofferenza mentale in cui una persona in evidente stato di dissociazione paronoide attraversava la propria notte più lunga davanti a un pubblico che non era preparato né a intervenire né a distogliere lo sguardo, mentre la piattaforma continuava a ricaricare automaticamente ogni frammento, come se fosse semplicemente nuovo materiale da archiviare.
Ed è qui che tutto quello che ho scritto prima trova la sua traiettoria più evidente, perché in quel momento la domanda “perché non stacca il telefono” smette del tutto di funzionare. Non era più una questione di volontà, di lucidità o di cattiva gestione del proprio pubblico ma l’esito naturale di un sistema che non prevede alcuna pausa, nessuna soglia, nessun limite tra ciò che dovrebbe rimanere privato e ciò che viene immediatamente trasformato in contenuto. Nel momento esatto in cui quella ragazza avrebbe avuto bisogno di silenzio, di essere soltanto una persona assistita, figlia, paziente, Instagram ed il suo pubblico ha continuato a fare ciò che fa sempre: mantenerla visibile, restituire la sua immagine a chiunque passasse di lì, trasformare il suo crollo in un archivio automatico di contenuti che nessuno aveva la forza o la lucidità di interrompere.
C’è poi un altro elemento che non possiamo ignorare, ed è la morbosità con cui il pubblico ha continuato a seguire quelle dirette. Non parlo solo dei commenti esplicitamente violenti o di chi sperava che la situazione degenerasse ulteriormente, ma anche di quella massa silenziosa che rimane lì a guardare, a scorrere, a registrare, a salvare frammenti, a far circolare video estratti dal contesto. È una curiosità che si traveste da preoccupazione, una vigilanza che si presenta come supporto emotivo e che invece alimenta esattamente ciò che dice di voler evitare. Non perché chi guarda sia malintenzionato per forza, ma perché le piattaforme hanno insegnato a tutti noi che ogni crisi è un contenuto, che ogni collasso è un “evento”, che ogni sofferenza pubblica è un’occasione di partecipazione, di analisi, di schieramento. E la quantità di persone collegate dimostra che questo insegnamento si è radicato in profondità.
Quello che però inquieta ancora di più è che non sono stati solo gli utenti a restare a guardare. Anche la polizia, anche la croce verde, anche i carabinieri e i medici erano perfettamente consapevoli che quella ragazza stava trasmettendo in diretta, che ogni frase, ogni gesto, ogni richiesta d’aiuto o di rabbia sarebbe stato visto, salvato, commentato e nonostante questo, nessuno ha interrotto il flusso, nessuno ha chiesto di sospendere la diretta, nessuno ha preso il telefono.
Lei era in uno stato psicotico evidente, dissociata, confusa, incapace di valutare il rischio dell’esposizione, e le istituzioni presenti lo hanno visto come lo abbiamo visto noi. Eppure si sono limitate a far procedere ogni fase dell’intervento come se non ci fosse un pubblico, come se quell’occhio digitale non stesse registrando una vulnerabilità che avrebbe meritato di essere protetta.
Le forze dell’ordine hanno agito come se la diretta non fosse parte dell’evento, quando in realtà ne era l’elemento più devastante. Il pubblico ha guardato come se fosse inevitabile guardare e la piattaforma ha continuato a registrare come se fosse solo un algoritmo che fa ciò per cui è stato progettato. Qui stiamo parlando di una ragazza in pieno delirio psicotico, che nessuno ha realmente protetto, perché in un sistema costruito sulla visibilità continua, l’idea stessa di sottrarre qualcuno allo sguardo collettivo sembra essere diventata un’eccezione, non la regola.
Perché è successo allora?
Perché l’idea stessa di “interrompere una diretta” sembra essere diventata un gesto impossibile, quasi un’ingerenza indebita. Le istituzioni non sono state formate a considerare il contenuto digitale come una forma di esposizione che può causare danni concreti, reputazionali e psicologici. Non sono preparate a riconoscere che nel momento in cui una persona psicologicamente instabile è in live, il primo atto di tutela dovrebbe essere quello di spegnere quell’occhio elettronico che amplifica tutto.


Molto interessante leggerti, grazie.
Per hobby mi diletto a fare “critica culturale” attraverso i film che guardo e in questo tuo pezzo, che invece racconta la contemporaneità della vita digitale, ritrovo esplicitate in modo cristallino alcune rapide intuizioni che erano scaturite da American Psycho. Forse siamo veramente tutti in fila davanti ad una “porta senza uscita”.