Il corpo è davvero mio?
No, lo controlla il comitato bioetico nazionale
Questo approfondimento è stato scritto insieme a Minerva Uzzau attivista, fumettista, fondatrice del movimento Trans Support Sassari.
Potete trovare i contenuti di Minerva Uzzau qui
N.B. In questo testo non verrà usato il maschile sovraesteso come “neutro” e tantomeno il femminile, al posto suo verrà usata la ə (link approfondimento)
Quasi tutti hanno vissuto un momento così: stai male, non sai spiegare bene cosa senti, provi a dirlo e quello che ricevi non è ascolto ma una risposta generica, sbrigativa.
Ti dicono che passerà, che esageri, che non è nulla.
In quel momento non cerchi una diagnosi, non cerchi un’etichetta, cerchi solo qualcuno che ti prenda sul serio, che ti veda, che capisca che quello che provi non è un capriccio ma una sofferenza reale. È l’esperienza di sentirsi lasciati fuori, non credutə, isolatə proprio quando avresti più bisogno di essere accompagnatə.
Non serve essere una personə transgender* per conoscere quella sensazione, serve solo ricordare quella volta in cui avresti voluto essere ascoltatə e invece ti sei trovatə davanti una porta chiusa.
Da quella crepa si capisce tutto il resto perché non è questione di identità, è questione di come trattiamo la sofferenza di altrə, di quanto spazio siamo dispostə a concedere a chi non riesce ancora a trovare le parole giuste per dire cosa sente.
È da qui che questa storia deve partire.
A questo punto la domanda è ovvia: perché dovrebbe importarti, se non conosci nessuna personə transgender e pensi che questa storia non ti riguardi?
Il fatto è che qui non si parla di identità, si parla di potere e di chi decide quanto conta quello che senti nel tuo corpo quando chiedi aiuto. Se oggi passa l’idea che la parola di qualcunə possa essere messa in dubbio per principio, domani lo stesso schema può toccare chiunque. Il dolore cronico che il medico liquida come ansia, l’adolescente che chiede supporto e si sente dire che sta esagerando, l’adulto che non viene curato finché “non dimostra di averne davvero bisogno”.
Questa storia non vuole convincerti a diventare esperto o costringere a far parte della comunità LGBTQIA+ senza il tuo volere, vorrebbe solo mostrarti che il meccanismo di potere sui corpi è sempre lo stesso, ovvero che se lo Stato abitua a trattare una personə come sospettə a prescindere, non si ferma lì e si allargherà, per poi farlo con chiunque indistintamente e quello che oggi non ti tocca, domani può arrivare esattamente dove vivi tu e a ciò che stai vivendo.
Qui bisogna fare una importante distinzione fondamentale: esistono personə trans che non necessitano per forza di una diagnosi per autodeterminarsi come individui perchè la disforia di genere - ovvero il disagio causato dalla incongruenza tra identità e sesso assegnato alla nascita - è una possibile forma di sofferenza, non è il fulcro centrale dell’identità trans. Esistono una pluralità di percorsi possibili per lenire questa sofferenza: c’è chi sceglie un percorso medicalizzante, chi solo sociale, chi nessuno dei due e sono tutti legittimi, punto.
Bisogna però dirci che esistono alcune problematicità all’interno dei percorsi di affermazione di genere.
Una di queste problematicità è che in Italia è che non esistono delle linee guida unitarie, perché per come è strutturato il nostro sistema sanitario, senza girarci tanto intorno, fa un po’ quello che vuole a seconda delle regioni in cui si decide di intraprendere il percorso. Ci possono essere strutture che hanno un percorso più auto-affermativo come il Careggi di Firenze e ospedali che invece risultano più medicalizzanti, con questo si intende che può succedere che questi ultimi richiedendo inutili esami che spesso possono allungare senza valida ragione i tempi di accesso ai trattamenti ormonali, che comunque sono già di loro mastodontici.
Pur esistendo delle linee guida internazionali l’Italia spesso le ignora, ad esempio ci sono quelle proposte dalla World Professional Association for Transgender Health, WPATH, ma tuttavia queste indicazioni non sono riconosciute come protocolli obbligatori da seguire, quindi questo permette a ognunə di fare quello che vuole a prescindere. Spesso le strutture che seguono questi protocolli sono censurati o sabotati, infatti è emblematico il caso del Careggi di Firenze, ospedale preso di mira da Maurizio Gasparri che aprì un’istruttoria sul centro proprio per le sue politiche autodeterminanti e non patologizzanti.
Essere una personə trans ad oggi e chiedere di essere presə in carico dal Careggi di Firenze è diventato praticamente impossibile, infatti il centro non risulta neanche più presente sul sito infotrans.it, che è il primo portale istituzionale in Europa che mette a disposizione dei cittadini con un linguaggio semplice e facilmente comprensibile, informazioni sanitarie e giuridiche dedicate alle persone transgender.
Le personə che vogliono intraprendere un percorso in alcune strutture possono addirittura non essere prese in carico.
Immagina di chiedere accesso a un servizio medico e sentirti dire che per la tua categoria non muovono un dito, anche se avrebbero tutti gli strumenti per farlo e scelgono, con una calma quasi olimpica, di ignorarti.
Vi suona famigliare? Infatti l’accesso alle cure non è questione che tocca solo lə personə trans, riguarda ogni gruppo che il sistema decide di non sentire, non vedere o proprio scartare, pur sapendo benissimo di avere i mezzi per fare il contrario.
Spiegare ad un pubblico cisgender cosa significa questa sofferenza è impensabile, però provate ad immaginre di vivere la vostra vita in pace e serenità: state bene con voi stessə, col vostro corpo, con la vostra socializzazione (cioè il modo con cui la società ti vede, ti percepisice, si rapporta a te) e poi, un giorno, venite costrettə ad andare da unə psicologə che deve assicurarsi e misurare quanto siete uomini o donne, come se esistessero dei parametri oggettivi per capirlo.
Quante persone cis hanno mai dovuto sedersi davanti a uno psicologo per farsi certificare la propria identità, come se essere uomini o donne richiedesse un nullaosta istituzionale invece che il semplice fatto di esistere?
L’incongruenza di genere non è una malattia mentale, non dobbiamo smettere di dirlo e questo non lo diciamo noi persone della comunità LGBTQIA+, ma l’ha dichiarato l’Organizzazione Mondiale della Sanità.
Allora perché in Italia è richiesta una diagnosi psicologica di disforia di genere?
Che senso ha chiedere la diagnosi di qualcosa che non è considerata una patologia? Per quanto alla popolazione cis questa “diagnosi” da parte di uno “specialista” sia fonte di falsa ed ipocrita rassicurazione: come se fosse un certificato medico che queste personə “stravaganti” pretendono e devono essere approvate da un persona considerata più “sana di mente”.
Ci tengo a specificare che spesso queste diagnosi sono fonti di menzogne: allə personə trans interessa il risultato e se per ottenerlo dobbiamo mentire spudoratamente per avere l’accesso ai trattamenti ormonali o la rettifica anagrafica, noi lo facciamo anche se il tutto potrebbe diventare addirittura controproducente, visto che i percorsi psicologici dovrebbero essere valorizzati e la salute mentale tutelata il più possibile e non resi obbligatori per ottenere dei risultati, e questo porta lə personə a rinunciare in partenza, a perdere fiducia nel percorso, quindi questa sofferenza spesso non ha mai fine.
I percorsi di affermazione di genere sono individuali, non hanno tutti la stessa strada e lo stesso esito perché c’è chi sceglie di intraprendere un percorso medicalizzato e chi no, chi sceglie una socializzazione binaria e chi no, immaginate se, per tutte le persone operate di mastectomia a causa di un tumore, fosse prevista la ricostruzione della mammella con una determinata dimensione del seno e del capezzolo, decisa da altri “perché si”.
Sarebbe assurdo, giusto? Eppure per lə personə trans è così: veniamo ingabbiate in stereotipi binari e “ri-costruite” dal sistema sociale con lo stampino che decidono altri. La nostra autodeterminazione è irrilevante per la società, eppure noi facciamo parte di questo mondo come qualsiasi altro individuo.
Negli ultimi anni l’Italia si muove dentro una stessa nuvola tossica, dove post come quello di Pillon parlano di “moda idiota del transgenderismo” e di “contagio sociale”, e dove l’immaginario dei giovani che si automutilano per colpa di un’ideologia viene ripetuto finché sembra un dato di fatto.
È un ciclo che torna sempre quello di evocare i figli in pericolo, descrivere l’identità come una minaccia, trasformare ogni esperienza in una bandiera politica, così chi ascolta finisce per credere che ci sia davvero un’aggressione in corso.
Dentro questa atmosfera, il DDL non nasce come risposta tecnica ma come conseguenza naturale di un racconto già preparato, perché quando per mesi ripeti che qualcosa è un’emergenza, prima o poi puoi presentare qualsiasi stretta come misura salvifica. Il clima è quello del trumpismo importato, che costruisce panico morale per poi offrire la sua “cura”, e il lettore deve accorgersi che la legge arriva proprio qui, in un terreno già saturato da paura e slogan, dove basta un colpo di penna per trasformare propaganda in politica sanitaria.
L’obiettivo è far vedere che questo non è un intervento neutro, non è una riforma “prudente”, è la coda di una campagna che aveva già un colpevole pronto, e che ora trova nella legge la sua forma definitiva.
Questo discorso non c’entra nemmeno essere di destra o di sinistra, perché una parte del femminismo contemporaneo (notoriamente lontano dalle politiche di destra) si è trasformata in un fronte apertamente trans-escludente, un gruppo che oggi viene chiamato TERF, cioè Trans-Exclusionary Radical Feminist. Il loro discorso si presenta come difesa delle donne, ma ruota intorno a un’idea rigida di cosa una donna sia, e soprattutto di chi possa essere considerata tale.
Nel loro linguaggio, definito come “materialista”, il sesso è un destino immutabile, e tutto ciò che non rientra in quella griglia viene trattato come minaccia. È uno schema semplice: se il genere non è un recinto, allora il potere che hanno costruito intorno a quel recinto scompare.
Lo spauracchio che brandiscono nasce quasi sempre dallo stesso punto: la paura che lə personə transgender “invadano” gli spazi delle donne.
L’idea che basti dichiararsi donna per accedere a luoghi considerati protetti e che questo porti automaticamente un rischio per l’autodeterminazione femminile e la loro sicurezza quando in realtà, questi scenari catastrofici raccontati da loro non trovano riscontro né nelle statistiche né nelle prassi dei paesi dove esistono da tempo politiche inclusive: nessuna “invasione”, nessun aumento di violenze, nessun collasso di spazi sicuri. È un pericolo immaginato, non reale.
Un’altra radice del discorso TERF è la convinzione che la transizione femminile cancelli l’esperienza delle donne cis perché l’idea che una donna transgender “appropri” un vissuto che non le appartiene.
È una teoria costruita su un malinteso quello che essere donna non è una gara a chi ha sofferto di più, e non è un brevetto che si può concedere o ritirare. Misurare il grado di legittimità in base al dolore subito è un modo di difendere un’identità ferita, certo, ma è anche un modo di trasformare il trauma in dogma e l’esperienza in polizia del genere.
Nel linguaggio TERF questa operazione viene rivestita di parole come “biologia”, “materialità”, “corpo femminile”, ma la biologia non dice quello che loro pretendono. Essere trans non cancella il corpo, lo spiega e non nega il sesso, lo contestualizza, non distrugge l’esperienza femminile, la amplia.
Le teorie TERF si reggono su una scorciatoia concettuale quella di confondere sesso con genere e trattare il primo come verità metafisica quando anche la medicina contemporanea distingue tra caratteristiche sessuali primarie, secondarie, ormoni, cromosomi, variazioni intersex e una serie di elementi che non si incastrano mai in modo così pulito come loro vorrebbero.
La paura TERF nasce anche dal terrore delle donne e del femminismo di perdere centralità politica.
Per decenni il femminismo occidentale ha parlato di donne come categoria omogenea, e la presenza delle persone transgender introduce una complessità scomoda, quella che non tutte le donne hanno gli stessi corpi, non tutte hanno lo stesso rapporto con il genere, non tutte entrano nel femminile dalla stessa porta. Questo mette in crisi un discorso che si era costruito sull’esperienza femminile come un unico blocco, e una parte del movimento risponde chiudendo la porta invece di allargare la stanza.
La teoria TERF ha una struttura difensiva, non liberatoria.
Dice di proteggere le donne, ma finisce con il bloccare l’autodeterminazione di chiunque non rientri nel modello prestabilito, dice di difendere la vulnerabilità, ma la usa come arma politica, dice di basarsi sulla realtà, ma ignora dati, studi e esperienze reali dellə personə transgender, che non chiedono di cancellare nessuno ma semplicemente di essere riconosciute e di vivere senza dover giustificare la propria esistenza a chi decide chi è “donna abbastanza”.
Alla fine, ciò che crolla è la pretesa TERF di parlare a nome di tutte le donne e soprattutto del femminismo. Non rappresentano le storie vissute, non rappresentano le forme plurali del femminile, non rappresentano la realtà complessa dei corpi ma anzi rappresentano la paura di chi non vuole che il mondo cambi, anche quando quel cambiamento non minaccia nessuno, ma chiede solo spazio per respirare e autodeterminarsi e di vivere la vita che si vuole, nella libertà di essere sé stessi che non danneggia nessuno e specialmente non danneggia il femminismo che è un movimento che sia nella teoria che nella pratica, deve accogliere anche le minoranze marginalizzate e ostracizzate.
In Italia esiste un vuoto che non è casuale, ed è il vuoto che pesa di più: non abbiamo nessuna statistica nazionale sui suicidi dellə personə trans, nessun tracciamento dell’identità di genere nei certificati di morte, nessun sistema pubblico che raccolga in modo sistematico i percorsi di cura e i loro esiti.
Non sapere significa non doversi assumere responsabilità, non raccogliere significa non vedere e non vedere permette a chi governa di dire qualunque cosa senza che esista un dato in grado di contraddirlo.
Quando non ci sono numeri, la politica e i media possono riempire quel silenzio come vogliono perché possono parlare di “epidemie”, di “moda”, di “contagio sociale”, e nessuno può mostrare una tabella che dica il contrario, quindi possono insinuare che l’accesso alle terapie sia un rischio, ma non devono fare i conti con il fatto che, semplicemente, nessuno in Italia monitora davvero cosa accade a chi prova a chiedere aiuto. Questa assenza non è un difetto tecnico: è una scelta politica.
Eppure gli studi internazionali esistono e parlano molto chiaramente, perché ci mostrano che l’accesso tempestivo ai bloccanti puberali e alle terapie ormonali riduce in modo significativo ansia, depressione e ideazione suicidaria tra lə personə transgender minorenni, mostrano che chi desiderava questi trattamenti e non li ha ottenuti ha, negli anni, un rischio molto più alto di tentativi di suicidio rispetto a chi ha avuto accesso alle cure, mostrano che la negazione dei percorsi di affermazione di genere non “protegge” nessuno, ma espone lə personə a un dolore più profondo, a un isolamento più rigido e a un pericolo che non si può raccontare solo con le parole.
Il paradosso è che il governo italiano usa il buco dei dati per giustificare controlli e burocrazia, invece che per costruire un sistema capace di ascoltare chi ha bisogno. Non investe nella raccolta di informazioni affidabili, ma pretende di prendere decisioni basate su percezioni, timori e propaganda, in un Paese che non misura, la sofferenza non esiste finché non diventa utile a qualcuno e questo permette di presentare il DDL Disforia come prudenza, quando la prudenza vera, quella che parte dai dati e dalla realtà, l’abbiamo sistematicamente ignorata.
Il corpo è mio ma lo controlla il comitato etico nazionale
Il DDL 2575, anche detto “Disforia”, promosso da Schillaci e Roccella, è un’ombra che si aggira sul Servizio sanitario nazionale senza che nessunə ne parli, è un disegno di legge che apre un precedente piuttosto grave, ma che viene ignorato dalla stampa e dai media. In fondo, a chi interessa dellə persone trans?
Eppure dovrebbe interessare a tutta la popolazione, perché il DDL Disforia prevede che tra lə pazientə minorenni e lə specialistə il governo possa dire la sua.
Il coinvolgimento del comitato etico nazionale e del registro AIFA, che verrà periodicamente visionato dal governo con riportati i casi di “comorbilità” e gli esiti dei percorsi psicologici pregressi, è una grave violenza istituzionale e un controllo capillare ancora più grave sulla salute delle persone.
Oggi tocca allə personə trans e il mondo tace, ma un giorno, a causa di questo precedente, potrebbe essere il turno delle persone cisgender, cioè anche tu che leggi e pensi che non ti riguardi.
Il DDL non si esprime sulle personə minorenni cisgender che devono assumere la triptorelina per uno sviluppo puberale precoce, il DDL non aggiunge alcun tipo di innovazione ai percorsi di affermazione di genere, al contrario rende ancora più lento e burocratico il percorso per lə personə minorenni, che si trovano già in una situazione di per sé molto fragile.
È estremamente preoccupante la invisibilizzazione mediatica di tutto questo, ma non è qualcosa di nuovo. Anche quando Trump cancellò la lettera “T” dall’acronimo LGBT sul sito nazionale del monumento di Stonewall, la comunità “LGB”, quindi trans-escludente festeggiò e furono poche le fazioni politiche che presero le parti dellə personə trans. Mesi più tardi, chi lo avrebbe mai detto, venne cancellata anche la lettera B, adesso negli Stati Uniti si stanno proponendo politiche volte a impedire i matrimoni omosessuali, quindi questo dovrebbe ricordarci ancora una volta che vengono sempre a prendere per prime le comunità più marginalizzate e che quindi, se il DDL Disforia oggi attacca lə personə trans minorenni, domani potrà essere usato come precedente per colpire altre soggettività, anche non necessariamente trans.
La relazione del governo presenta la stretta come un atto di tutela e il lessico è tutto un riparo morbido, fatto di espressioni come salute dei minori, appropriatezza prescrittiva, monitoraggio.
La scelta delle parole serve a dare l’idea di una misura prudente e protettiva, non di un irrigidimento politico, è un racconto che tranquillizza, perché sposta l’attenzione dal controllo alla cura, come se l’impianto complessivo fosse pensato per accompagnare e non per filtrare.
Dentro questo discorso compare il richiamo al Comitato nazionale per la bioetica e alla triptorelina, un farmaco che blocca temporaneamente gli effetti della pubertà.
La triptorelina non nasce per la disforia di genere, viene usata da anni anche per altre condizioni mediche e in Italia è stata prescritta in modo cosiddetto off label ai minori che ne avevano bisogno. La relazione governativa la presenta come se esistesse un vuoto di controllo e suggerisce che serva un nuovo quadro rigido per evitare abusi, anche se il problema reale non è un uso improprio, ma la mancanza di un sistema informativo nazionale degno di questo nome.
Per sostenere la necessità della legge la relazione insiste anche sull’idea che altri paesi avrebbero già frenato la terapia affermativa. Il Regno Unito, la Finlandia e la Svezia vengono presentati come se avessero abbandonato i percorsi di affermazione di genere, quando in realtà hanno riorganizzato i servizi e ampliato la valutazione clinica, senza trasformare l’accesso alle cure in un percorso punitivo. La narrazione ufficiale semplifica e riduce, così da far sembrare inevitabile che anche l’Italia debba “rallentare”.
Il nodo centrale è un’ammissione chiara, ma mai affrontata fino in fondo.
In Italia non esistono dati pubblici completi sullə personə minorenni transgender. Non si sa quante siano, quali percorsi seguano, quali esiti clinici abbiano, la relazione usa questa assenza come leva per introdurre controlli e registri invece di considerarla la prova che servirebbero servizi adeguati, una raccolta dati seria e una formazione solida per chi lavora nei percorsi di cura. Invece di potenziare le cure si potenziano i filtri, e invece di costruire un sistema trasparente si costruisce un apparato che osserva dall’alto e decide chi può accedere ai trattamenti.
Ed è proprio questa invisibilizzazione sul tema che dovrebbe spaventarci di più: il fatto che l’opinione pubblica non venga mai realmente coinvolta permette ai promotori del DDL di esporre tesi infondate, prive di basi scientifiche e sostenute esclusivamente da ideologia. Il Garante per l’infanzia, Marina Terragni, ne è l’esempio più evidente: i suoi interventi nelle audizioni parlamentari, i suoi post e le sue poche interviste non utilizzano un linguaggio professionale, coerente con il ruolo istituzionale che ricopre, ma risultano schierati e impregnati di retorica anti-trans.
Terragni non è idonea a partecipare a questa discussione perché non porta dati scientifici, oggettivi e verificabili, ma soltanto la propria posizione ideologica.
Sostenuta da un linguaggio provocatorio e allarmista e intanto la voce dellə personə direttamente coinvolte viene sistematicamente silenziata e dalle ricerche scientifiche si estrapolano solo gli elementi utili alla narrativa dei promotori, manipolando le informazioni per fini ideologici.
È un po’ come chiedere a un’alta carica clericale di decidere se debba esserci o meno il crocifisso nelle scuole: non è una figura neutrale, e questo dovrebbe già essere sufficiente a far scattare un campanello d’allarme, perché anche questo crea un precedente.
Se accettiamo che a parlare di salute dellə personə trans siano entità apertamente transfobiche, e quindi non oggettive, finiremo per accettare che qualsiasi tema venga discusso da figure fortemente schierate e ideologizzate. La neutralità, l’oggettività e il rigore scientifico verranno messi da parte e a quel punto sarà normale ritrovarsi rappresentanti istituzionali che sostengono che la terra è piatta o che i piccioni non esistono.
Il DDL 2575 non è un dettaglio da prendere sottogamba.
Rappresenta un precedente grave rispetto al libero accesso ai servizi sanitari e potrebbe aprire la strada a un controllo sempre più diretto da parte dei governi e delle istituzioni sull’accesso alla sanità, segna l’inizio di un controllo capillare sull’autodeterminazione dei corpi, corpi che ogni persona dovrebbe avere il diritto di gestire in autonomia e indipendenza.
Un impianto simile rischia di esercitare una pressione ancora più forte sui diritti fondamentali dellə personə, dal diritto all’interruzione volontaria di gravidanza all’accesso a determinati farmaci o percorsi medici e chirurgici. Se oggi tocca allə personə trans*, domani potrebbe coinvolgere il resto della popolazione, non è speculazione, ma è un dato di fatto storico.
Parlare di tutto questo non è un esercizio di sensibilità, è una questione di sopravvivenza politica. Quando una legge come il DDL Disforia entra nel dibattito senza opposizione reale, accompagnata da un vuoto di dati, da un Garante che usa linguaggi militanti, da un pezzo di femminismo che si erge a guardiana dei confini del corpo altrui, non è “solo” un problema dellə personə transgender: è il segnale che lo Stato si sta abituando a trattare la sofferenza come sospetta, e i corpi come qualcosa su cui esercitare un controllo preventivo.
L’urgenza di parlarne adesso nasce proprio dal fatto che tutto questo avviene nel silenzio.
Nessuna statistica seria, nessun confronto pubblico all’altezza, nessuna assunzione di responsabilità. Nel frattempo una minoranza già marginalizzata diventa il laboratorio perfetto su cui sperimentare nuovi dispositivi di controllo: comitati etici che decidono dall’alto, registri che schedano percorsi psicologici e “comorbilità”, narrazioni d’allarme che trasformano l’accesso alle cure in un rischio da contenere. Se passa l’idea che sia normale fare questo con lə personə trans, non c’è motivo per cui domani non lo si possa fare con chiunque altro.
La domanda politica, a questo punto, non è se unə personə si “senta vicina” o meno ai temi LGBTQIA+.
La domanda è se siamo disposti ad accettare che qualcuno, al posto nostro, decida quanto vale ciò che sentiamo nel nostro corpo e quanto siamo legittim* a chiedere aiuto. Oggi il bersaglio sono i percorsi di affermazione di genere, domani possono essere l’interruzione volontaria di gravidanza, l’accesso a farmaci psichiatrici, i trattamenti per il dolore cronico, qualunque cosa possa essere raccontata come “abuso” o “moda” da chi ha interesse a restringere i confini del possibile.
Tornare all’inizio, alla scena in cui una persona chiede di essere ascoltata e invece trova una porta chiusa, serve proprio a questo: non per chiedere empatia astratta verso una categoria, ma per riconoscere che il meccanismo è lo stesso per tuttə.
Togliere voce a chi soffre, mettere filtri tra chi sta male e chi potrebbe curarlo, trasformare il diritto alla salute in concessione condizionata. Parlare oggi del DDL Disforia, dei suoi presupposti ideologici e dei suoi effetti concreti, significa difendere l’idea che il corpo non è proprietà dello Stato, né del governo di turno, né di un comitato etico nominato dall’alto.



