Grazie di tutto il pesce 2025
Tra hikikomori, scandalo della Holden, lavorare nel cinema.
Benvenuti e benvenute in “Backstage”.
Uno spazio volutamente anti-performativo: più intimo, più lento, più vero. Racconterò la mia vita e il tentativo di far diventare la scrittura la mia unica entrata, senza capi né editori. Dentro ci troverete pensieri scritti di getto sulle notizie del giorno, libri che mi passano per le mani, musica che mi tiene in piedi. È come se aprissi la mia Moleskine, o le note del telefono.
Esce ogni giorno o quantomeno dovrebbe
Capodanno è da sempre una delle giornate che più odio, perché ancora a trentadue anni non ho imparato - però dai sto facendo dei progressi - a liberarmi dalla fomo1 .
Io non ho ancora capito perché questa cosa scatti sempre, però succede a prescindere da dove mi trovi o con chi, non dipende da quanto la serata sia riuscita o meno, è come se il problema non fosse l’esperienza in sé ma quello che le viene appiccicato addosso, le aspettative che restano lì a guardarmi e che puntualmente non vengono mantenute, o forse sono io a non riuscire più a stare dentro a quelle aspettative senza sentirmi fuori tempo. Da quando ho smesso di usare l’alcol come una specie di colla sociale e di buttarmi giù lo Xanax come se fossero caramelle, tutto è diventato più faticoso, più lento, e sì, anche piuttosto noioso, ma almeno adesso so che quella stanchezza non è una fuga, è il prezzo di restare presente.
Quello che mi infastidisce davvero di Capodanno, più della solitudine o della malinconia, è l’ostentazione, questa specie di esposizione forzata di come stiamo vivendo quel preciso momento, come se fosse necessario certificare pubblicamente il nostro stato emotivo, dimostrare che siamo amati, sereni, in pace con noi stessi, oppure che abbiamo scelto consapevolmente di stare da soli giocando ad Animal Crossing o guardando Netflix, come se anche l’isolamento dovesse essere venduto bene, impaginato meglio, reso digeribile. È una polarizzazione continua, o sei felice nel modo giusto o sei triste ma in maniera elegante, ironica, risolta, mai davvero scomposta.
Il punto è che non capisco più se trovo patetica la narrativa che le persone costruiscono intorno alle proprie vite o se, semplicemente, quella sicurezza ostentata mi mette in difficoltà perché io non riesco a sentirmi così composta, così pacificata, così allineata con quello che dovrei provare. Vedo tavole apparecchiate, liste di buoni propositi, bicchieri di plastica con il nome scritto sopra, sorrisi che sembrano sempre sapere dove stanno andando, e mi chiedo se il problema sia la mia incapacità di aderire a quella rappresentazione o il fatto che quella rappresentazione sia, nella maggior parte dei casi, una messa in scena.
Forse stiamo mentendo tutti, io quando mi rifugio nell’idea di essere una narratrice più lucida, più onesta, e loro quando si raccontano come se avessero chiuso ogni conto aperto proprio allo scoccare della mezzanotte. Forse nessuno dei due è più sincero dell’altro, ma a Capodanno questa cosa diventa insopportabile perché la menzogna smette di essere privata e diventa un rito collettivo, una specie di gara a chi sembra stare meglio, mentre io resto lì a chiedermi se il disagio sia non riuscire a partecipare o rendermi conto che partecipare, così, non mi interessa più.
Un’altra cosa che mi manda in corto il sistema nervoso sono i recap di fine anno, quella compulsione a mettere tutto in fila come se dodici mesi potessero davvero stare dentro un elenco ordinato e condivisibile, però se dobbiamo essere ipocriti tanto vale esserlo fino in fondo, quindi non vi tedierò con le solite liste di libri letti o film visti, che servono più a posizionarsi che a ricordare, e userò questo spazio per fare un excursus di come ho attraversato il 2025, senza la pretesa di tirare somme sensate, ma con l’unico obiettivo di capire che forma ha avuto, per me, questo anno mentre succedeva.
A Gennaio ero ancora nel pieno del mio periodo hikikomori, quello serio, non romantico, non instagrammabile, pesante davvero, in cui passavo le giornate a giocare un numero di ore imbarazzante a The Sims 4, a scorrere gruppi Telegram e Reddit, come se quello fosse l’unico spazio in cui riuscivo a stare senza sentirmi immediatamente fuori posto. Il resto semplicemente non riuscivo a farlo, scrivere era fuori discussione, pensare di produrre qualcosa di sensato ancora di più, però disegnavo e dipingevo tantissimo, attività che non so fare davvero, e infatti i risultati restavano oggettivamente bruttini, con qualche miglioramento qua e là ma nulla che valesse la pena mostrare. Che poi, parentesi necessaria, avete notato che gli hobby praticamente non esistono più, intendo quelle cose che facevi tanto per fare, per staccare, senza doverle giustificare, monetizzare o rendere presentabili, magari ve lo ricordate vagamente, io in quei giorni ci pensavo spesso, mentre constatavo mio malgrado quanto fosse ostinatamente complesso, e anche piuttosto ostile, il mercato del lavoro a Torino.
Io mi sento una persona preparata, ho anche un curriculum interessante, non lo dico per autoconvincermi, però trovo sinceramente poco dignitoso accettare stage con rimborso spese da 500 euro superati i trent’anni o, ancora peggio, quei contratti di apprendistato finti, da 900 euro, che esistono solo per aggirare qualsiasi forma di tutela e portarti dritta al burnout, quando va bene, o all’illegalità vera e propria quando va male. Di questo ne ho parlato qui:
In più c’era questa cosa per cui non riuscivo a uscire di casa oltre la fine della mia via, il confine era quello, e già mi sembrava enorme. Al massimo, nei giorni in cui stavo un filo meglio, quello che riuscivo a fare era prendermi un cappuccino d’asporto e andare sotto il ponte di corso Regina, dal lato di corso Casale, sedermi sugli scalini e fissare l’acqua che scorreva, come se fosse un’attività sufficiente a giustificare l’esistenza per qualche ora. Tutto il resto non riuscivo a farlo, semplicemente, senza grandi spiegazioni o metafore salvifiche.
Vorrei potervi dire che su The Sims 4 ricreavo la vita che avrei voluto avere, ma non è vero, non mi interessava simulare una versione migliore di me, mi piaceva creare storie dentro la mia testa, trame intricatissime, inutilmente complesse, roba alla Gossip Girl senza nessuna ragione valida, e per un periodo estremamente breve ho persino pensato di portarle come format su Twitch, giusto per alzarci qualche soldo, poi per fortuna mi è passata e ho evitato di contribuire ulteriormente alla saturazione del panorama.
Alla fine mi sono iscritta a un corso per persone disoccupate ma occupabili, che è una definizione che continuo a trovare vagamente ostile, come se fossi un elettrodomestico lasciato in standby, non so bene cosa significhi ma va bene così, di quelli finanziati, pieni di moduli, firme, presenze da segnare e un entusiasmo istituzionale che raramente coincide con la realtà. Era il corso da Media Communication Specialist a Valdocco, dentro il programma GOL e non l’ho scelto perché ci credessi davvero, ma perché in quel momento avevo bisogno di una struttura minima, di un posto dove andare, di orari che non dipendessero dal mio umore o dalla mia capacità di reggermi in piedi da sola.
Non è stata una rivelazione né una rinascita professionale, era esattamente quello che ci si aspetta da un corso di questo tipo, cose utili mischiate a roba ridondante, spiegazioni pensate per un mercato del lavoro che esiste solo nelle slide, però mi ha costretta a rimettere il corpo nel mondo, a uscire di casa, a parlare con persone che non mi conoscevano già nella mia versione peggiore. Per qualche mese ho avuto una routine che non dovevo inventarmi ogni mattina, un motivo accettabile per vestirmi e sedermi in una stanza fino alla fine senza scappare, e questo, per come stavo, era già moltissimo.
Non mi ha promesso nulla e non mi ha dato illusioni particolari, che forse è stato il suo pregio maggiore, però ha funzionato come una specie di stampella temporanea, qualcosa che mi ha rimessa in circolo quel tanto che bastava per non sentirmi completamente ferma, senza raccontarmi la favola del riscatto o della ripartenza. Non so se sia servito davvero a livello lavorativo, ma so che in quel momento era l’unico compromesso possibile tra il restare immobile e il fingere di stare benissimo, e per una volta mi è sembrato sufficiente.
Dopo, per un periodo, ho lavorato in una casa di produzione indipendente ma estremamente famosa, una di quelle realtà piccole ma iper-funzionali dove tutto passa da tutti e il confine tra i ruoli è più una suggestione che una regola. Non lo racconto come un grande ingresso trionfale nell’industria, era piuttosto una fase di lavoro concreto, quotidiano, spesso invisibile, fatta di scrittura, sviluppo, ricerca, organizzazione, revisione di materiali, pitch, presentazioni, documenti che servono a far esistere un progetto prima ancora che qualcuno possa finanziarlo o anche solo guardarlo sul serio.
Mi occupavo soprattutto di contenuti editoriali e di sviluppo creativo, lavoravo sui testi, sulle strutture narrative, sui dossier, sui materiali di accompagnamento che servono a rendere un’idea presentabile, difendibile, spendibile. Tradurre intuizioni confuse in qualcosa che avesse una forma leggibile, mettere ordine nei processi, tenere insieme visione e praticità, che è quella parte del lavoro culturale che non viene mai raccontata perché non è fotogenica e non fa curriculum su Instagram. In mezzo c’era anche tutta la parte più operativa, coordinamenti, call, feedback continui, correzioni, riscritture, l’eterna sensazione di stare sempre un passo prima o un passo dopo rispetto a quello che sarebbe servito.
È stato un periodo intenso, a tratti stimolante, a tratti sfiancante, che mi ha ricordato molto bene come funziona davvero questo settore quando togli la patina, quanto si regga su precarietà elegante, entusiasmo mal pagato e una resistenza emotiva che nessuno mette mai a budget. Non lo rinnego, perché ho fatto cose reali, ho lavorato con serietà, ho messo competenze che so di avere, però è stato anche uno di quei passaggi che ti chiariscono che lavorare nel “mondo creativo” non ti salva automaticamente da niente, né dalla fatica, né dall’instabilità, né dal dover continuamente dimostrare di meritarti il posto che stai già occupando.
Alla fine è finito tutto con la frase più classica del repertorio, quella che arriva sempre quando il lavoro c’è stato ma i soldi no, o meglio, i soldi ci sono ma non per te. “Sei bravissima, davvero, e ti daremo sicuramente una mano a trovare un altro impiego nell’ambiente, però qui siamo tutti freelance a partita IVA e non ci sono i margini per assumerti a pieno regime, sarebbe uno spreco del tuo talento”. Che è una formula elegante per dirti che il tuo talento va benissimo finché resta flessibile, adattabile, temporaneo, purché non diventi una voce stabile, uno stipendio, una responsabilità. Una di quelle frasi che suonano come un complimento ma funzionano come un congedo e che ti lasciano addosso quella sensazione strana per cui non sai se essere grata, delusa o semplicemente stanca di un sistema che continua a chiamare valorizzazione quello che, nei fatti, è solo impossibilità di restare.
Parallelamente a tutto questo c’era Holden, o meglio, c’era quello che Holden era diventata per me in quel periodo, una presenza costante e tossica che non avevo più sotto gli occhi ma che continuava a tornare attraverso i commenti, le reazioni, gli articoli, le prese di posizione altrui. Ogni volta che usciva un pezzo, ogni volta che qualcuno commentava, approvava, criticava, fraintendeva o semplificava, io mi ritrovavo a rivivere quella storia come se non fosse mai davvero finita, come se stessi ancora lì a dover spiegare, giustificare, dimostrare che non me l’ero inventato, che non era un capriccio, che non stavo esagerando. La cosa più faticosa non era nemmeno il dissenso, ma quella forma di consenso superficiale, i “hai fatto bene”, i “ci voleva”, che arrivavano senza però nessuna reale assunzione di responsabilità da parte di chi li scriveva, come se bastasse darmi ragione per lavarsene le mani.
Emotivamente lo vivevo come una specie di cortocircuito continuo, da una parte il sollievo di aver finalmente detto qualcosa che mi aveva tenuta zitta per anni, dall’altra la sensazione di essere rimasta esposta troppo a lungo, senza pelle, mentre il dibattito andava avanti indipendentemente da me. Mi sentivo osservata, misurata, incasellata nel ruolo della testimone scomoda o della rompiscatole, a seconda dei casi, e intanto dentro cercavo solo di non farmi risucchiare di nuovo da quella dinamica di colpa e autosvalutazione che Holden aveva contribuito a costruire. Era come se avessi aperto una porta che andava aperta, ma senza sapere bene dove mettermi dopo, e mentre tutti discutevano del sistema, io facevo i conti con quello che quel sistema aveva lasciato addosso a me, una stanchezza profonda, una rabbia fredda, e la consapevolezza che raccontare la verità non ti rende automaticamente più leggera, a volte ti rende solo più sola.
Forse tutta questa parte da Giugno ad oggi ha bisogno di un approfondimento a parte, che vi darò domani - o quando mi sentirò meglio visto che oggi è già tanto se ho deciso di alzarmi dal letto e prendere il pc e scrivere.
FOMO è l’acronimo dell’inglese“Fear Of Missing Out”, che in italiano significa “paura di essere tagliati fuori“. Descrive un’ansia sociale caratterizzata dal timore persistente di perdersi eventi, esperienze o opportunità gratificanti vissute da altri, spesso amplificata dall’uso dei social media, che spinge a controllare costantemente le attività altrui online

