Gli unici davvero fuori controllo non sono gli attivisti, sono i giornali che hanno smarrito completamente il senso della realtà.
L’assalto alla Stampa è ovviamente sbagliato, ma il vero disastro è non capire il perché della rabbia.
Partiamo da qui, così lo togliamo dal tavolo una volta per tutte:
Nessuno con un minimo di neuroni accesi pensa che assaltare una redazione sia una buona idea e non è radicalità, non è resistenza, non è nemmeno “azione diretta”, è semplicemente un gesto che fa danno a tutti, tranne a chi vuoi colpire.
Ripeterlo ogni tre righe però serve solo a ripulirsi la coscienza a buon mercato ed è diventato il nuovo “sono contro ogni violenza” che è una formula magica che ti evita accuratamente di nominare quella strutturale, organizzata, legale, che non arriva in felpa con il fazzoletto in faccia ma con la divisa, il tesserino e la linea editoriale.
Il gesto in sé non merita una pagina di filosofia morale.
È stato infantile, controproducente, ha oscurato le piazze, ha fatto sparire le rivendicazioni politiche e ha regalato alla politica securitaria la scenetta perfetta per dire “vedete, avevamo ragione” ed in termini di efficacia è zero.
Ma fermarsi qui è comodo.
Quell’azione non è nata dal nulla, non è un lampo isolato di stupidità collettiva è il sintomo di una frustrazione accumulata a forza di vedere un conflitto raccontato sempre nello stesso modo, con le stesse lenti, gli stessi frame, le stesse omissioni.
Se la narrazione mediatica diventa così tossica da sembrare una caricatura, è fin troppo prevedibile che qualcuno cerchi un bersaglio concreto, fisico, tangibile, da colpire. È sbagliato, ovvio ma ridurre tutto al gesto, senza riconoscere la struttura che lo ha reso possibile, è solo un’altra forma di rimozione.
La domanda che mi interessa non è se sia giusto o no spaccare un tornello, perché la risposta ce l’abbiamo già e non è neanche interessante, la domanda vera è un’altra, molto più scomoda: cosa succede quando un pezzo di società non riconosce più nei giornali un interlocutore, ma ci vede direttamente un nemico ?
Se si arriva lì il corto circuito non è solo nella testa di chi sfonda una porta ma è anche, e soprattutto, nella struttura che sta dietro quella porta perché quando un giornale smette di essere percepito come luogo dove si può entrare con una storia, un dubbio, una denuncia, e diventa il simbolo di un sistema che ti travisa, ti silenzia o ti usa come fondale, allora sì, c’è un problema di ordine pubblico ma c’è anche un gigantesco problema di legittimità. E su quello, curiosamente, chi oggi si strappa le vesti per la democrazia preferisce non aprire bocca.
I giornalisti si sono posizionati subito nel ruolo di vittime pure, depositari della verità, custodi del dibattito pubblico e nessuno che abbia avuto il coraggio di nominare l’elefante nella stanza, cioè che una parte dell’ostilità nasce dal loro modo di raccontare il mondo. Nessuno che si chieda come mai così tanta gente non li consideri più interlocutori, ma esecutori di una linea editoriale che spesso coincide con quella politica dominante.
Vedo giornalisti e giornaliste che provano a trasformare l’Italia nel paradiso della libertà di stampa e questa cosa non è semplicemente vera.
Basta guardare i numeri, non le autocelebrazioni: siamo al 49º posto su 180 paesi, in peggioramento rispetto al 46º dell’anno precedente.
E allora diventa quasi comico vedere certi editoriali indignati, certi toni da martiri civili, come se vivessimo in un contesto virtuoso improvvisamente macchiato da quattro cretini col fumogeno e la verità è che la sfiducia verso la stampa non nasce oggi e non nasce dall’assalto: è stata accumulata nel tempo. .
Anni di narrazioni distorte, titoli piegati alle esigenze del potere, cancellazioni selettive delle voci scomode, servilismi raccontati come “responsabilità istituzionale”. anni in cui proteste e movimenti sono stati ridotti a disordine pubblico, i fenomeni sociali complessi compressi nel solito copione, le comunità più fragili trattate come rumore di fondo, mai come soggetti politici.
Non sto dicendo che chiunque lavori in una redazione sia un servo del potere, sto parlando del sistema nel suo insieme, delle sue logiche, non del singolo cronista che prende 20 euro a pezzo - quando è fortunato.
È questo il punto che non vogliono affrontare: questa non è un’eccezione, non è una parentesi ma è il risultato diretto di un giornalismo che per anni ha fatto da cinghia di trasmissione tra potere politico e opinione pubblica, e che ora si sorprende di venire contestato come parte del problema.
Nessuna riflessione su come i giornali contribuiscano alla costruzione del consenso, a legittimare certe narrative, a mantenere in piedi equilibri di potere che funzionano perfettamente finché nessuno li disturba. Il gesto è diventato una scusa per evitare qualsiasi esame di coscienza, per riproporsi come martiri della democrazia e chiudere la porta a qualsiasi analisi più complessa.
Un’operazione di autoassoluzione impeccabile se non fosse così poco trasparente.
La copertura delle piazze in Italia è una farsa.
Non importa quante persone ci siano, cosa chiedano o perché siano lì. I media riducono tutto a traffico, cordoni di polizia e due vetrine rotte, migliaia in corteo diventano una nota a margine, dieci che fanno casino diventano l’intero racconto ed è un meccanismo perfetto dove trasformi ogni protesta in un problema di ordine pubblico, non devi più ascoltare nessuno.
E la violenza ingiustificata di polizia? Sempre raccontata con il tono del manuale tecnico.
Le cariche diventano “alleggerimenti”, le manganellate “procedura”, chi finisce in ospedale è “coinvolto”. La violenza dall’alto è sempre razionale mentre quella dal basso sempre irrazionale e funziona così da decenni in Italia ed è una gerarchia talmente interiorizzata che i media la riproducono senza neanche rendersene conto del danno e della narrazione implicita dello Stato che amministra, la piazza disturba i cittadini. Punto.
Il sistema mediatico interiorizza questa gerarchia senza il minimo pudore, la ripete senza riflessione, la diffonde come fosse una legge naturale. In questo schema non c’è spazio per un’analisi delle ragioni del conflitto, delle responsabilità istituzionali, dell’asimmetria di potere e c’è solo lo spettacolo delle immagini che fanno click e la conferma rassicurante che le forze dell’ordine sono sempre la parte adulta della storia, mentre i cittadini organizzati sono la parte minorenne, rumorosa e da contenere.
Ed è così che, pezzo dopo pezzo, la politica scompare dalle piazze e restano solo cronaca nera e coreografia da telecamera. E se nessuno racconta la politica, la frustrazione cresce e poi ci stupiamo se un giorno qualcuno decide di prendersela direttamente con chi filtra, riduce e distorce tutto questo.
Sul tema Palestina il quadro è ancora più evidente.
Non serve una tesi complottista, basta leggere le ricerche comparate perché la copertura è enorme in quantità, ma sbilanciata in modo sistemico.
Il linguaggio cambia a seconda di chi muore: gli israeliani sono “massacrati”, “brutalizzati”, “uccisi”, i palestinesi invece “perdono la vita”, “rimangono coinvolti”, “muoiono”, come se fosse un incidente stradale. L’umanizzazione è a senso unico e nei media tradizionali la presenza di voci palestinesi è marginale, quasi simbolica, mentre l’inquadramento generale del conflitto aderisce alle linee geopolitiche italiane ed europee, mai al diritto internazionale o alla prospettiva delle comunità oppresse.
Chiamarlo “bias” è quasi gentile.
Questo non è un errore casuale ma è struttura. È il prodotto di un sistema mediatico che respira dentro gli stessi rapporti di potere che racconta, perché e la politica italiana è uno dei più fedeli alleati di Israele, se l’industria militare nazionale ci guadagna, se i ministri devono salvare le proprie relazioni internazionali, difficilmente i giornali mainstream potranno raccontare il conflitto in modo davvero libero. E infatti non lo fanno. Parlano, sì. Ma sempre dentro un perimetro sicuro, con parole calibrate, con margini strettissimi per ciò che è dicibile.
È un allineamento strutturale che non ammette strappi. E chi lo rompe viene trattato come ingenuo, estremista, o peggio: come qualcuno che ha “sbagliato tono”. Il tono giusto, si sa, è quello che non dà fastidio a nessuno che conta.
Non è un caso che a scoperchiare questa fragilità sia stata proprio una voce che lavora da anni sul conflitto israelo–palestinese.
Il caso Albanese è stato la cartina di tornasole perfetta della fragilità del sistema mediatico italiano perché lei ha fatto una cosa banalissima, quasi scolastica: una critica politica, strutturale, rivolta non ai singoli giornalisti ma al modo in cui l’informazione italiana costruisce il racconto della Palestina. Non ha detto “non fate il vostro lavoro”, non ha detto “vi meritate l’assalto”; ha detto una cosa molto più semplice e più scomoda: “la vostra copertura non è neutra e contribuisce a cancellare la realtà delle piazze”.
La risposta? Una delle strategie più prevedibili del giornalismo italiano: ridurre tutto a un equivoco tecnico, è gaslighting in forma professionale con tanto di patentino. Non rispondi al contenuto della critica, sposti la conversazione sulla sua legittimità. e non metti in discussione il frame, metti in discussione chi lo nota.
Qui il corporativismo è totale e non c’è neanche il tentativo di capire la questione. È proprio l’istinto automatico di difendere la categoria anche quando è evidente che qualcosa non funziona. La critica diventa un affronto identitario, non un invito a interrogarsi e allora partono gli attacchi: chi critica “generalizza”, “dà fiato ai violenti”, “pretende di dettare la scaletta delle notizie”. Non una parola sulle ragioni dell’insoddisfazione, non una riflessione sul perché così tante persone percepiscano una distanza siderale tra la loro esperienza delle piazze e il modo in cui vengono raccontate.
Il punto più ironico è che questa reazione non fa altro che confermare ciò che Albanese stava dicendo.
La stampa italiana non regge la critica strutturale e accetta solo quella decorativa, quella che non mette in discussione i meccanismi interni, i rapporti di forza, le linee editoriali, le complicità. Appena qualcuno prova a parlare della dimensione politica dell’informazione, le redazioni vanno nel panico e reagiscono come adolescenti colti in flagrante: negano, sminuiscono, si offendono.
Dentro questo scenario c’è un elemento che nessuno nel mainstream vuole toccare davvero: il rapporto tra Italia e Israele.
Io non sono la persona più qualificata a ricostruire nel dettaglio i rapporti tra Italia e Israele, ci sono studiosi che lo fanno molto meglio, però una cosa è impossibile ignorarla: non è un legame occasionale. È un’alleanza politica, militare ed economica che dura da decenni, con accordi di difesa, cooperazione, scambi e forniture d’armi che finiscono anche a Gaza.
Con un intreccio così, pensare che i media possano raccontare la Palestina da un piedistallo neutrale è ingenuo (per non dire ipocrita) e non servono complotti, basta il contesto, perché se uno Stato ha interessi così profondi, anche il racconto che lo riguarda si muove dentro confini stretti, spesso senza bisogno di ordini diretti.
Una parte della rabbia nasce qui: dal vedere un mondo descritto sempre a senso unico e dalle piazze ridotte a rumore di fondo. Non giustifica nulla, ma spiega molto. E mentre tutto questo succede, il governo usa la libertà di stampa come arma retorica: sacra quando serve a colpire i movimenti, inesistente quando a finire nel mirino sono studenti, attivisti o giornalisti che disturbano davvero.
Ciò che penso è che condannare l’assalto non richieda alcuna particolare intelligenza.
È il minimo sindacale, un gesto riflesso, quasi automatico e chiunque può indignarsi davanti a un tornello sfondato, non serve coraggio, non serve analisi, basta un post su Instagram e la coscienza è a posto.
La parte difficile, quella che separa la retorica dalla politica, è capire cosa porta qualcuno a vedere un giornale non come uno spazio di confronto ma come un avversario da colpire. Quella domanda non la affronta quasi nessuno, perché costringe a guardare dentro un sistema mediatico che non ama essere messo in discussione. Costringe a parlare di rappresentazione, di potere, di omissioni, di responsabilità e questo coraggio, la nostra informazione mainstream, non lo mostra mai. Preferisce blindarsi dietro il ruolo di vittima, come se la sfiducia sociale fosse un capriccio irrazionale e non l’esito di anni di distanza crescente tra ciò che succede e ciò che viene raccontato.







Ci hai abituato da tempo alle tue analisi lucide e penetranti, e anche questa volta non ti smentisci. Non era facile, navigare fra Scilla e Cariddi, ma ci sei riuscita benissimo. 👏
secondo me fra diverse osservazioni giuste ogni tanto ti è "slittata la frizione"
succede
ti segnalo invece un altro possibile "elefante nella stanza"
quegli sciagurati sono entrati a rompere cose
in un giornale che non leggono
(a parte qualche cose girata sui social)
e non perché sono cattivi
ma perché la stampa (minuscolo o maiuscolo, non cambia) non la legge quasi nessuno
e praticamente nessuno sotto i 40 anni
(basta vedere i dati di vendita negli ultimi 30 anni
tracollo è un eufemismo)
quindi hanno rotto e fatto casino contro cosa?
io userei la parola: simulacro
o feticcio, se preferisci
e questo mi pare quasi più grave
cioè l'agitarsi contro un bersaglio sbagliato
ma possiamo discuterne, certo