Formati per fallire
la meritocrazia semplicemente non funziona.
Questo articolo non era pensato per i miei spazi, ma stamattina mi hanno detto che “l’argomento dobbiamo essere noi a trattarlo” e che però ciò che ho scritto non è nella vostra linea editoriale.
Allora perché cazzo me l’avete chiesto?
(Vaffanculo)
Nota dell’autorə
In questo articolo non verrà utilizzato il maschile sovraesteso. Ogni volta che sarà necessario indicare un genere in forma inclusiva, verrà impiegata la ə come scelta politica e linguistica.
Non tuttə vogliono diventare medicə, ingegnerə o avvocatə. Alcunə desiderano o desidererebbero (il condizionale è la forma più onesta) lavorare con la cultura.
Lavorare con la cultura significa (o dovrebbe significare), scrivere, dirigere, fotografare, tradurre, curare progetti, condurre ricerche, montare video, coordinare redazioni, occuparsi di contenuti, ideare format, raccontare storie, progettare comunicazione.
Significa aspirare a un mestiere, a una funzione, a un ruolo: autorə, sceneggiatorə, registə, redattore o redattrice, traduttore o traduttrice, content creator, performer, art director, editor, consulente editoriale, copywriter, operatore culturale, professionista dell’immagine, organizzatore di eventi, podcaster, curatore di mostre, storyteller.
Significa desiderare che ciò che si pensa, si produce, si immagina e si fa nell’ambito culturale non venga trattato come un passatempo, ma come un lavoro vero.
E dunque degno di retribuzione, tutele e riconoscimento.
Solo che, per moltə di noi, quel desiderio è il primo passo verso un paradosso: formarsi per entrare in un sistema che non ha alcun interesse a stabilizzarti, ma ha tutto l’interesse a tenerti lì disponibile, devotə, facilmente sostituibile.
A smontare definitivamente la narrazione secondo cui “i giovani non hanno più voglia di lavorare” è il saggio di Charlotte Matteini (Gli italiani non hanno più voglia di lavorare, Cairo 2025), che riconduce la crisi del lavoro non alla presunta pigrizia generazionale, ma alla qualità delle condizioni offerte. Non è il lavoro in sé a essere rifiutato, ma la sua versione svalutata, intermittente, umiliante.
L’Italia resta tra i Paesi europei con il tasso più alto di NEET — il 16,1% — e il programma Garanzia Giovani, che avrebbe dovuto arginare il fenomeno, ha ricollocato appena il 26% delle persone coinvolte in dieci anni. Nel frattempo, i salari reali sono diminuiti del 6,9% e il potere d’acquisto del 7,9% rispetto al 2019. Di fronte a questi numeri, parlare di “scarsa volontà” è una comoda ipocrisia. La verità è che sempre più giovani hanno compreso che accettare tutto non porta da nessuna parte. Nel settore culturale, questa consapevolezza si scontra però con una trappola sottile: qui, chi rifiuta di lavorare gratis viene giudicatə inadeguatə, chi chiede un compenso diventa sgraditə, chi nomina lo sfruttamento è consideratə disturbante. È il paradosso della cultura come spazio simbolico di libertà che, nella pratica, funziona come una delle industrie più selettive, ricattatorie e strutturalmente ingiuste. Negli ultimi quindici anni, l’università pubblica italiana è stata oggetto di un progressivo svuotamento: meno fondi, meno assunzioni, meno corsi, meno spazio. I tagli imposti dalla riforma Gelmini, a partire dal 2008, hanno ridotto il finanziamento statale e bloccato il ricambio generazionale del corpo docente. Da allora, ogni legge di bilancio ha eroso un pezzo, spesso in silenzio. Nel 2024 il governo ha tagliato altri 518 milioni di euro all’università pubblica: procedure congelate, posti fermi, offerte formative compresse. L’università resiste, ma a pezzi.
Nel vuoto lasciato dal pubblico, ha proliferato un ecosistema privato fatto di master, accademie, corsi intensivi, workshop da weekend. Un’offerta parallela, autoreferenziale, che promette accesso, professionalizzazione, visibilità. Nella filiera culturale, è spesso l’unico varco possibile. E così la formazione smette di essere diritto, e diventa mercato. Non impari per sapere: impari per sperare. Sperare in uno stage. Sperare in un contatto. Sperare che qualcuno ti veda.
Il capitalismo culturale si comporta come un uroboro: divora ciò che forma, forma ciò che divora. Le scuole creative non rispondono a un bisogno sociale, ma lo generano. Alimentano un desiderio che loro stesse contribuiscono a rendere insoddisfatto. Ogni corso è un passo verso l’indebitamento simbolico: l’idea che prima o poi qualcosa arriverà. E quando non arriva, la colpa è tua.
Mark Fisher lo ha detto con chiarezza brutale: “È più facile immaginare la fine del mondo che la fine del capitalismo.” Nel suo Realismo capitalista, pubblicato nel 2009 e diventato rapidamente un testo di riferimento per chi cerca di pensare il presente, Fisher descrive un’ideologia che non ha bisogno di imporsi, perché si presenta come l’unica opzione possibile. Non c’è alternativa: è questo il mantra che si infiltra ovunque, soprattutto là dove si produce immaginario. Cinema, scuola, arte, media: tutto ciò che potrebbe offrire vie d’uscita, viene invece incorporato, neutralizzato, assorbito.
Nel mondo della cultura, questo realismo si manifesta come una quieta rassegnazione: l’idea che, se vuoi “fare questo mestiere”, devi accettare di essere precariə. Che lo sfruttamento sia una fase inevitabile, che la gratuità sia una tappa, che l’ansia sia il prezzo della visibilità. Fisher scrive che il disagio psichico diffuso tra i giovani non è un effetto collaterale del sistema: è il sistema stesso che produce quel malessere, per governarlo meglio. L’industria culturale non vuole lavoratorə stabilə: vuole identità porose, flessibili, sempre disponibili. Non ti assume: ti invita a esistere dentro la sua economia simbolica. E tu accetti, perché altrimenti scompari.Se Fisher ci spiega che il capitalismo vuole soggettività stanche e malleabili, Ventura ci mostra da vicino chi sono queste soggettività: una generazione colta, formata, ipermotivata — e sistematicamente disillusa. Nel suo Teoria della classe disagiata (2017), Ventura analizza proprio quella zona grigia in cui il capitale culturale non si converte mai in capitale economico. Le persone che studiano, leggono, si specializzano, accumulano titoli e soft skills, ma restano sospese: troppo qualificate per accettare lavori umili, troppo marginali per accedere a quelli stabili.
Ventura la chiama “classe disagiata” perché vive in un paradosso: spende per sembrare, investe per apparire, ma non possiede abbastanza da potersi fermare. È un ceto che si indebita (materialmente o simbolicamente) pur di continuare a inseguire un’immagine di sé coerente con la propria formazione. E nel farlo, si autosfrutta. Scrive, lavora, crea contenuti, accetta compensi bassissimi, perché crede che il riconoscimento arriverà. Un giorno. Da qualche parte. Il nodo è che questo non è un fallimento personale, ma un meccanismo sistemico. L’industria culturale — e le sue scuole — prosperano proprio sulla base di questa convinzione diffusa: che l’impegno basti. Che basti l’autenticità. Che basti la passione. Ma nulla di tutto questo garantisce un reddito, né un posto. Solo un posto nell’attesa.
E nel frattempo?
Con il Jobs Act, il governo Renzi ha ridefinito le regole del lavoro giovanile. L’apprendistato è tornato al centro: sulla carta, un contratto che unisce formazione e occupazione; nella pratica, un modo legale per pagare meno chi lavora già a pieno ritmo.
Le imprese assumono giovanə con stipendi che vanno dai 600 ai 900 euro al mese per 40 ore settimanali. Dicono che stanno “formando”, ma spesso chi entra in questi ruoli ha già fatto corsi a pagamento, master privati, stage non retribuiti. E la formazione prevista dal contratto si riduce a qualche ora mal gestita, quando non viene ignorata del tutto. Così il sistema si chiude: lo Stato finanzia l’azienda con agevolazioni fiscali, lə giovani entrano nel mondo del lavoro già formatə (e già stanchə) e le imprese ottengono forza lavoro a basso costo senza alcun obbligo reale di assunzione futura. La formazione è esternalizzata. I costi, scaricati su chi studia. Il risultato è un ciclo che si autoalimenta: ci si forma per lavorare, ma si lavora per sopravvivere, senza mai davvero uscire dall’apprendistato esistenziale. In questo schema, la cultura non fa eccezione. Anche lì, contratti a tempo, stage mascherati, “collaborazioni” senza compenso. Con una differenza: qui non ti pagano poco, ti pagano con la promessa di diventare qualcuno.
In Italia i principali poli culturali sono due: Roma e Milano. Città inaccessibili, economicamente ostili, dove anche solo vivere è già un privilegio. A Milano, affittare una stanza può costare 700, 800, perfino 900 euro al mese. A Roma, poco meno — ma solo lontano dal centro, e con tre trasbordi per arrivare a scuola.
Nel frattempo, le scuole creative più note del Paese chiedono rette che vanno dai 5.000 agli 11.500 euro l’anno. E una volta finita la formazione? Forse, se sei tra lə fortunatə, avrai accesso a uno stage. Retribuito — si fa per dire — a 300, 500, 600 massimo 1.000 euro al mese. Una cifra che, in queste città, non basta nemmeno per coprire l’affitto, figurarsi mangiare, muoversi, curarsi. E allora la domanda è inevitabile: chi sono le persone che possono permettersi di lavorare nella cultura oggi?
Chi ha alle spalle una famiglia che può sostenerlə. Chi può anticipare i costi in attesa di un’eventuale occasione. Chi può vivere senza stipendio, ma non senza riconoscimento. La cultura diventa così un’industria che si dichiara progressista, ma che riproduce disuguaglianze classiste con la naturalezza di chi non ha mai dovuto pensarci.Non è un caso se in certi ambienti si somigliano tuttə: stesso accento, stessi codici, stessi riferimenti. Non è merito: è possibilità economica convertita in capitale culturale. E chi non può permettersi tutto ciò? Chi non può pagare l’affitto a Milano o a Roma, chi non ha una famiglia alle spalle, chi non può investire migliaia di euro in formazione privata, chi non può permettersi di lavorare gratis?
È colpa sua.
È così che funziona la narrativa dominante: trasforma la condizione materiale in difetto morale. Se non “ce la fai”, è perché non ti sei impegnatə abbastanza, perché non hai saputo posizionarti, perché non hai fatto abbastanza networking, perché non hai creduto fino in fondo nel tuo sogno. Mark Fisher, in Spettri della mia vita, lo dice con lucidità: il sistema produce disagio psichico e poi lo personalizza, trasformando la sofferenza in fallimento individuale. La meritocrazia, così come viene raccontata, non emancipa: isola. E lo fa proprio nel momento in cui chi cade dovrebbe invece essere riconosciutə come vittima di una struttura malata, non come colpevole della propria condizione. Nel mondo della cultura, questa logica è particolarmente feroce. Perché non fallisci nel lavoro: fallisci nel tuo desiderio. Nella tua vocazione. In ciò che ti definisce.
E allora non sei solo poverə: sei inadeguatə.
Questa è la violenza simbolica del capitalismo culturale: ti seduce con il linguaggio della passione, e ti scarica con quello della colpa. Christian Raimo, nell’articolo La polemica si risolve con la politica pubblicato su Il Tascabile, rilancia l’idea che la cultura debba curare le ferite della polemica attraverso l’“apertura all’altro” e alla comunità di lettori. Una proposta che suona utopica, se pensiamo che nell’industria culturale italiana, l’“altro” — chi vive con affitti inaccessibili, stage malpagati, corsi costosissimi — non è parte della comunità, ma è il precario che deve restare in silenzio. Raimo afferma che «la buona battaglia per gli intellettuali è l’università pubblica libera e di qualità», e ha ragione: serve una formazione che non sia elitaria ma inclusiva. Tuttavia, manca un punto cruciale nella sua analisi: chi è escluso non diventa interlocutore, resta fantasma del sistema, consumatore di illusioni. Non basta invitare all’ascolto. Occorre intervenire sulle strutture, sui meccanismi di selezione, di spesa, di accesso. Non basta aprirsi all’altro quando l’industria culturale decide chi merita visibilità e chi resta invisibile. Non basta tollerare il dissenso se l’intelligenza creativa che dissente non ha i mezzi per sopravvivere.
L’etica culturale che proponi deve essere più radicale: non la tolleranza, ma la giustizia. Non l’apertura di porte già presidiate, ma la demolizione delle mura che impediscono l’ingresso. Compreso il sistema che chiama formazione un investimento, ma paga stage che non coprono l’affitto. Compreso chi definisce apertura “dialogo” mentre chi sta fuori non ha lingua, non ha spazio, non ha tempo.
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Da sottolineare come ne risenta anche l'offerta culturale italiana che non sta al passo, riproponendo gli stessi autori. La stessa editoria (ma anche cinema) è in crisi da anni. Si preferisce il fallimento o l'autoreferenzialitá all'autocritica e al cambiamento. Grazie per l'articolo, mette in luce dinamiche oscure per una persona esterna come me.
Quanto fa male questo articolo (e quanto colpisce vicino a casa)