Dopo vent’anni di Phica, la Carfagna vuole salvarci con lo SPID
Dal porno non consensuale alle carte d’identità: combattere la violenza digitale chiedendoci i documenti, non fermando i colpevoli.
Per vent’anni Phica è stato il cimitero digitale della dignità femminile.
Un forum travestito da comunità che di comunitario aveva solo la complicità maschile nel ridere, commentare e consumare immagini rubate, manipolate e distribuite senza consenso - l’ho voluta dire molto neutra perché ne ho già parlato qui “Tu che leggi: i tuoi nudes potrebbero essere già online”; qui “Ti stanno spiando mentre ti spogli? Probabile”; qui “Chiudono un gruppo e ne aprono tre.”
Non era un angolo oscuro del dark web, ma un sito pubblico, con centinaia di migliaia di iscritti e milioni di visite. Per due decenni ha prosperato senza che nessuno muovesse un dito, fino a quando non è emerso pubblicamente che le gallerie ospitavano i volti di Giorgia Meloni ed Elly Schlein.
Solo allora i riflettori si sono accesi a livello mediatico: improvvisamente ciò che era considerato “folclore digitale” è diventato scandalo nazionale. E allora sì, petizioni, indignazione a reti unificate, il “basta” urlato perfino da chi fino a ieri aveva fatto finta di non vedere.
Adesso le inchieste si moltiplicano: la polizia postale indaga, il Parlamento apre una commissione, il Garante richiama all’ordine e i server finiscono sotto sequestro. Persino gli utenti cominciano a tremare, perché il mito dell’anonimato in rete cade al primo accesso loggato. Se hai scritto un commento in pubblico, se hai riso di una foto rubata (ripeto: la dico vaga qui perché abbiamo capito anche se qualcuno ancora fa finta di non capire) non puoi più nasconderti dietro al “non lo sapevo”.
Su internet non sei un fantasma, e la giustizia sta iniziando a bussare - finalmente.
Intanto Roberto Maggio, cerca di smarcarsi, facendo dribbling tra giornali ed instagram. A Fanpage ha dichiarato che lui in realtà si occupava di altro, che Phica era solo un “affiliato”, che non sapeva davvero cosa ci finisse dentro.
Bene, si vedrà nelle indagini, ma c’è un punto che resta grottesco: come puoi lavorare per una macchina simile e far finta di non sapere di cosa si nutriva?
È come guidare un camion pieno di fango e poi dire “ah, non sapevo fosse sporco”. Anche ammesso che la sua linea difensiva regga (pernacchia, cosa chi l’ha fatta?!), il fatto stesso di essere stato parte dell’ingranaggio ti rende corresponsabile.
Phica non era un’entità autonoma piovuta dal cielo, era una piattaforma che qualcuno costruiva, gestiva e alimentava.
E poi la scena quasi comica: secondo l’AGI, Vittorio Vitiello fondatore di Phica sarebbe stato tradito non da chissà quale task force segreta, ma dai gattini. Non è la prima volta che una storia di pornografia digitale cade sul ridicolo dei propri protagonisti, è quasi una metafora perfetta: il machismo digitale che si crede invincibile inciampa nella cosa più tenera e innocua del mondo.
Quello che resta, al di là delle smentite e dei meme sui gatti è l’enormità del danno. Un sito pubblico, accessibile a tutti, che per vent’anni ha normalizzato la pornografia non consensuale - e non solo. E oggi che lo scandalo è deflagrato, le istituzioni si muovono: bene, meglio tardi che mai. Ma resta l’amarezza di un Paese che interviene solo quando la ferita brucia in prima serata televisiva, e che lascia senza voce chi per anni ha subito in silenzio.
Ed eccoci al colpo di teatro: Mara Carfagna, con la sua proposta di legge “anti-fake e AI”, che viene presentata come risposta allo scandalo Phica. Dopo vent’anni di silenzio, di indifferenza, di “non compete a noi”, l’idea brillante sarebbe questa: obbligare potenzialmente chiunque a certificarsi con SPID o carta d’identità elettronica per usare i social o per pubblicare contenuti, introdurre watermark sui contenuti fatti in AI - come se davvero per ora ci fosse il problema di capire cos’è reale e cosa non lo è, però hey scriviamo a chiare lettere CHAT GPT sopra una foto ed è tutto sistemato 👍🏻.
Il ragionamento è lineare quanto pigro: visto che è “così difficile” (no non lo è ma facciamo finta che lo sia) inseguire gli aggressori, rendiamo più difficile la vita a tutti, imponendo procedure che colpiscono indistintamente chi abusa e chi subisce. È la stessa logica di chi per fermare un ladro decide di chiudere a chiave tutti in casa. E poco importa che i contenuti illegali continueranno a circolare nelle chat private, sui gruppi Telegram e nei mercati paralleli: per la Carfagna la priorità è mettere un bollino di autenticità - come sopra le banane -sui contenuti e ridurre l’anonimato online.
È ironico che a vent’anni di distanza da Phica — una piattaforma che non è stata fermata per mancanza di strumenti, ma per mancanza di volontà politica — la risposta sia un provvedimento che non tocca i veri colpevoli. Nessun riferimento alle indagini sugli utenti complici, nessuna parola sulla cultura sessista che alimenta questi spazi, nessuna misura concreta per sostenere le vittime, nessuna educazione e prevenzione nelle scuole. Solo SPID, CIE e watermark.
Come se la violenza digitale fosse una questione di moduli da compilare e non un problema strutturale che intreccia misoginia, impunità e indifferenza.
È la vecchia arte del cerotto ministeriale: mettere un timbro su una ferita aperta e chiamarlo “riforma”. Problema vuole che poi s’infetta e dobbiamo amputare il braccio oppure morire di setticemia.
E mentre in Italia ci si accapiglia su watermark e SPID, in Francia hanno già scelto la via del controllo totale: dal 2025, per accedere a un sito porno, devi autenticarti con la carta d’identità elettronica o tramite FranceConnect, cioè lo stesso portale che usi per fare la dichiarazione dei redditi.
In pratica: vuoi guardare un video hard? Devi presentare i documenti allo Stato, vestito possibilmente grazie - alzati quei pantaloni ti prego.
Sulla carta il sistema sembra persino elegante, con il famoso “doppio anonimato”: il sito porno non conosce il tuo nome, e l’ente che verifica non sa quale sito vuoi visitare. Nella realtà, la percezione è un’altra: lo Stato diventa il guardiano della tua sessualità. E non basta una sola volta, perché la verifica va ripetuta ad ogni sessione. Ogni accesso, ogni finestra, ogni volta che chiudi e riapri: di fatto, ti costringono a mostrare i documenti a cadenza regolare per provare che sei sempre tu, sempre maggiorenne, sempre “degno” di cliccare play - chissà se è possibile eiaculare così, penso di no ma vabbè non abito a Parigi per ora.
E se un sito non si adegua? Ci pensa l’ARCOM, l’autorità francese di regolazione, che non si limita a scrivere linee guida. Ha il potere di far bloccare i siti dai provider o di farli sparire dai motori di ricerca, anche senza passare da un tribunale. Una sorta di “polizia delle seghe” con licenza di oscurare.
Il risultato? Lontano dalla propaganda ufficiale. Non si è ridotto il consumo, si è spostato altrove: VPN, siti offshore, mercati paralleli etc…Perché se alzi la barriera burocratica, qualcuno ci scaverà sempre sotto. I minori continuano a trovare strade alternative, gli utenti si spostano su piattaforme meno sicure, i criminali fanno soldi vendendo scorciatoie. Non si è risolto niente.
Intanto la Carfagna si lancia in perle come questa: “oggi le truffe agli anziani avvengono tramite il telefono, domani magari si utilizzerà l’intelligenza artificiale”.
L’ha detto davvero. Fa quasi ridere per quanto ridimensioni il problema: siamo passati da vent’anni di pornografia non consensuale a un allarme sul nonno che risponde al telefono e si fa fregare dal deep fake della voce del nipote. Certo, le truffe agli anziani esistono. È la sproporzione che fa venire i brividi, il trasformare un’arma tecnologica di violenza di massa in una barzelletta da talk show pomeridiano.
Questa sarebbe la grande innovazione: non proteggere le vittime, ma inventarsi un’economia parallela che vive proprio grazie al divieto.
E ora la Carfagna ci propone di importare questo modello, come se la soluzione alla violenza digitale fosse obbligare mezzo Paese a esibire la carta d’identità per masturbarsi, e nel frattempo rassicurarci che gli anziani non saranno più truffati al telefono.
Arriviamo alla parte tecnica, quella che i politici amano brandire come se bastasse dire “algoritmo” per aver già risolto tutto.
Il watermark, ad esempio. Ci viene venduto come la panacea contro i deep fake: un piccolo bollino digitale che dovrebbe distinguere ciò che è vero da ciò che è falso. Peccato che chiunque abbia un minimo di competenza (minima eh) sappia che i watermark si eliminano o si falsificano in pochi secondi, e che le piattaforme pirata già proliferano di versioni “ripulite”. È come risolvere l’alluvione distribuendo asciugamani.
Poi c’è la questione dell’identificazione con SPID o carta d’identità elettronica. Funziona così: tu vuoi aprire un account, loro ti chiedono di autenticarti con un documento. La promessa è che questo garantirà più sicurezza e meno abusi. La realtà è che crei un enorme archivio di dati sensibili, perfetto per essere violato, venduto, manipolato. Un regalo anticipato agli hacker e ai mercati neri del dark web, che già campano su identità rubate, una cosa del genere non gli sembrerà vero.
E intanto nessuno spiega come funzionerebbe la responsabilità delle piattaforme. Devono rimuovere “rapidamente” i contenuti illeciti, ma cosa significa rapidamente? Un’ora, un giorno, una settimana? E chi decide se un contenuto è illecito? Le aziende private? La risposta, ovviamente, è: lo decide l’algoritmo. Quindi, mentre i deep fake sessisti continueranno a girare nelle chat private, a venire condivisi su Signal o Telegram e a rimbalzare da server a server, i sistemi di filtro si concentreranno a silenziare contenuti legittimi, generando errori, censure e nuovi abusi.
Ecco la verità: dietro la facciata tecnologica di watermark e SPID non c’è una strategia contro la violenza digitale, ma solo la vecchia ossessione per il controllo. Si colpisce l’anonimato, si sorveglia l’accesso, si costringono i cittadini a esibire i documenti, senza però toccare mai la radice del problema: la cultura che ha permesso a Phica di prosperare indisturbato per vent’anni.
Che poi, anche fosse, il problema non è l’anonimato online. Su Phica molti utenti avevano dati facilmente riconducibili a persone reali, altro che fantasmi del web. E lo stesso vale per “Mia Moglie”: lì non c’era nessun anonimato formale, ma una marea di profili con nome e cognome, foto dei figli, selfie in ufficio e vacanze a Sabaudia.
Altro che invisibili: erano violenti in piena luce, convinti che la normalità li avrebbe protetti.
E qui sta il nodo: la proposta Carfagna non ferma la violenza digitale, la moltiplica di lato. Più che tutelare le vittime, spalanca la porta a nuovi mercati paralleli. È già pieno da anni di canali su Telegram e Signal dove si vendono documenti falsi, account “prestati”, identità rubate. Con leggi così, diventeranno la nuova frontiera: ragazzi minorenni che comprano accessi con la paghetta, truffatori che rivendono credenziali, piattaforme che prosperano sul divieto aggirato. E per gli altri resta la scorciatoia del VPN, che con un click ti porta fuori dai confini digitali italiani, bypassando tutta la burocrazia con cui si pretende di combattere i fenomeni come Phica. Alla fine la legge Carfagna rischia di essere solo questo: un’arma spuntata che punisce il cittadino medio e lascia intatto il terreno fertile su cui prosperano violenza, sessismo e impunità. Un altro cerotto istituzionale messo storto su una ferita che continua a sanguinar
È il solito paradosso: invece di colpire il sistema culturale e politico chi ha creato e fatto crescere Phica, si inventano sistemi che mettono sotto sorveglianza chiunque.
Ed è così che si formano e si formeranno i nuovi totalitarismi.


Articolo da applausi. Concordo in pieno. Temo pero che sotto sotto, la motivazione di certe proposte politiche non sia tanto la volontà di controllo, quanto l’idea di poter dire ai propri elettori di “aver posto un argine”. Personalmente vedo un’unica soluzione, che parte da lontano: l’educazione al rispetto e a una sana affettività. Temo che sia un po’ troppo al di là degli orizzonti dei nostri politici.
Speravo di trovare qualche commento, sopratutto riguardo quella che potrebbe essere una soluzione “pratica” per arginare questa immondizia, ma deduco di non essere l'unico che non saprebbe che pesci prendere…
Sul genere umano sono pessimista, non vedo come certi comportamenti possano cambiare nel tempo, se non in peggio. Li censuri? Può essere una via, ma non quella giusta.
Li punisci a posteriori? Mi pare il minimo, ma sarebbe da evitare le cose succedano. E come?