Diventare scrittori e scrittrici in Italia
“Firmare con un bel 69” - Parte 1.
Benvenutə su “Scrollo, ergo dubito” una newsletter indipendente che prova a decostruire il potere quando si traveste da normalità, quando entra nel linguaggio, nei media, nella politica e nell’intrattenimento e quando si fa passare per semplice buonsenso.
Qui troverai analisi, articoli sui loro meccanismi, interessi e cornici narrative e come mai certe cose finiscono per diventare accettabili, inevitabili, perfino desiderabili.
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Su YouTube c’è sempre chi parte con: «Questo video non volevo farlo».
Io, invece, il contrario: questa storia la volevo raccontare da tempo—non sapevo solo da dove cominciare.
Allora parto da qui: sarà un racconto in tre atti, tre episodi del mio attraversare il mondo dell’editoria. Tre situazioni diverse, tutte vissute in prima persona.
Iniziamo con la prima: questa sono io.
Sarà molto lungo, probabilmente anche questa storia verrà divisa in più parti.
Io sono nata in mezzo ai libri. È forse una delle mie pochissime certezze nella vita: io giocavo a fare la scrittrice ancora prima di saper scrivere. Prendevo un foglio e un pennarello e mimavo il movimento della scrittura. Sono nata in una casa stracolma di libri, dove manco c’è davvero un posto per tutti loro e stanno ovunque; mio padre, poeta mancato, mi regala a ogni ricorrenza (anche quelle inventate) libri di poesia. Mia madre, scrittrice mancata, ha una prosa, un’analisi e un tipo di empatia nella scrittura che tengono incollate centinaia di persone nei suoi spazi. Ancor prima di scrivere, i miei genitori sono stati dei grandi, grandissimi lettori, e io di conseguenza. Per me casa è dove ci sono gli scaffali di libri e, quando sento nostalgia, mi rinchiudo in una libreria anche senza comprare nulla: basta esserne circondata. Ed è così che ho superato varie crisi più o meno importanti nella mia vita. Scappando tra i libri.
Quindi scrivere per me non è non solo una necessità, è una cosa talmente naturale che non saprei manco spiegarla. Fa parte delle mie giornate da sempre, come la colazione o andare al tabacchino. Tutto il restante delle cose che ho fatto e che faccio nella mia vita penso di non amarle quanto amo scrivere, che sia sopra il mio diario, in questo blog, insomma. È davvero la mia roba. Giusto o sbagliato che sia, con questo non voglio darmi un giudizio di “merito” editoriale – qualora esistesse, ma non ne sono del tutto convinta – voglio solo spiegare quanto per me farlo sia importante. Se poi so scrivere bene oppure ho una buona tecnica, questo non sta a me dirlo. Non sono io, in fin dei conti, l’utente finale di ciò che scrivo.
In Italia, solo 7 persone su 10 leggono almeno un libro all’anno, ma la maggior parte è composta da lettori occasionali: quasi la metà legge da 1 a 3 libri, mentre solo 2 su 10 sono lettori forti, con più di 12 libri all’anno. La lettura resta un’abitudine minoritaria e fragile, con un tempo medio settimanale di appena 2 ore e 47 minuti.
Nel 2024 il mercato editoriale italiano ha registrato vendite trade (narrativa e saggistica) per circa 1 522,1 milioni di euro, in lieve flessione dello 0,9 % rispetto al 2023, mentre le copie vendute sono state 103,21 milioni, con un calo dell’1,8 % . I primi sei mesi del 2024 confermano un quadro simile: 675,8 milioni di euro in vendite trade e 46,1 milioni di copie, in calo di 0,9 milioni rispetto al 2023 . Nel 2023 erano stati pubblicati 85 192 titoli a stampa, di cui 69 000 solo nel segmento trade, più circa 13 000 autopubblicati, mentre il catalogo digitale contava circa 619 000 ebook . Per essere considerato un bestseller in Italia, un libro deve vendere almeno 50 000 copie in un anno, soglia che solo poche decine di titoli riescono a superare annualmente.
(link di una delle fonti). Nel 2024, in Italia il tempo medio settimanale dedicato alla lettura (libri stampati, ebook o audiolibri) si è ridotto a 2 ore e 47 minuti, in calo rispetto alle 3 ore e 16 minuti del 2023, e circa il 73 % della popolazione tra i 15 e i 74 anni ha letto almeno un libro nell’ultimo anno .
In confronto, il Regno Unito ha mostrato una forte crescita nei formati digitali: gli audiolibri sono aumentati del 31 %, mentre gli ebook del 17 %, trainati soprattutto dal genere romantasy e dalla narrativa popolare su piattaforme come BookTok . Per la Francia, invece, è stato registrato un calo complessivo di circa 3 % sia in valore che in volume, con trend meno dinamici rispetto ad altri Paesi . La Spagna, infine, è emersa come mercato in crescita, superando i 3 miliardi di euro di fatturato con quasi 200 milioni di copie vendute, segno di una vivacità editoriale superiore rispetto all’Italia.
Quindi insomma: tutti (o quasi) vogliono pubblicare ma nessuno vuole leggere.
Avevo compiuto da poco ventitré anni e lottavo con un’anoressia importante. Uno dei modi che avevo per poterne uscire era raccontare la mia storia. Avevo scritto circa metà libro e ogni capitolo lo mandavo alla mia amica Daniela, l’unica persona al mondo che si è davvero rimboccata le maniche per salvarmi da morte certa. Lei è della provincia di Genova, quindi quell’estate mi mandò il post di Facebook di una casa editrice delle sue zone che diceva di cercare nuovi manoscritti.
Questo post che vi metto qui non è lo stesso dell’agosto 2016, è un post pubblico del 16 ottobre 2018.
È uno spoiler? Sì.
Ripeto: ventitré anni, che per qualcuno possono significare molto, ma dipende dai punti di vista. Io, a quell’età, sapevo talmente poco del mondo che mi imbarazza — figuriamoci dell’industria culturale. Vivevo da poco più di due anni nel famoso “continente”, come dicono da me in Sardegna. Vi parlo di una società pre-MeToo, con una sensibilità verso certe questioni e temi sicuramente diversa da quella di oggi; con “diversa” intendo: estremamente problematica nei confronti delle donne vittime di violenza.
Mando il mio manoscritto, ricevo una risposta all’incirca una o due settimane dopo — ora non ricordo esattamente, ma diciamo che la latenza è stata molto breve. Doveva preoccuparmi? Col senno di poi, ovviamente sì. Ma ripeto: io ero la ragazza di ventitré anni che voleva solo stare in mezzo ai libri e che non aveva idea di come funzionasse il capitalismo editoriale.
Si diceva entusiasta del mio manoscritto e di chiamarci, si presenta:
Emanuele Podestà.
Io vorrei dirvi con esattezza, parola per parola, ciò che ci siamo detti durante quella chiamata. Ricordo solamente complimenti e grandi, grandissime idee editoriali per il mio lavoro: chi mi avrebbe potuto scrivere la prefazione, dove portarlo in giro, l’idea di incontrarci ovviamente — ma essendo agosto era un po’ un casino, quindi insomma.
“Ti mando un’email dove ti spiego tutto, poi vediamoci durante le giornate del To-Days per firmare.”
Riporto ora l’email integrale che mi è stata inviata. Cosa che posso fare poiché il mio post del 29 luglio 2018 è pubblico e tuttora online.
Posso parlare di questa vicenda appellandomi agli articoli 21 e 15 della Costituzione italiana, che tutelano rispettivamente la libertà di espressione e la libertà di manifestazione del pensiero, e agli articoli 85 e 97 del Regolamento (UE) 2016/679 (GDPR), che riconoscono il diritto a trattare dati personali quando ciò avvenga per finalità giornalistiche o di espressione artistica e letteraria.
Questa è una storia che mi riguarda personalmente, documentata e divenuta oggetto di cronaca pubblica, come tale verificabile e rientrante nel diritto di racconto, critica e testimonianza.
Per chi non avesse voglia di leggere integralmente ciò che è riportato sopra: Nel 2016, a seguito dell’invio di un manoscritto, ho ricevuto una proposta editoriale da Habanero Edizioni (con stampa a cura di Erga Edizioni), che prevedeva un contributo economico da parte mia di 1800€ + IVA per avviare il progetto. In cambio, mi sarebbero state consegnate 100 copie omaggio del libro da vendere autonomamente durante le presentazioni, con la promessa di un’organizzazione condivisa degli eventi e l’ipotesi di un ritorno economico entro due o tre mesi. La proposta includeva una royalty del 12% sulle vendite tramite libreria o internet, il 100% sulle prime 100 copie e il 30% da lì in poi. Venivano elencate possibili prefazioni da nomi noti (come Bebo de Lo Stato Sociale o Nichetti) e menzionate altre pubblicazioni in catalogo come garanzia di serietà. Il tono era entusiastico, con la promessa di un progetto “ambizioso” e la rassicurazione che il contributo economico non sarebbe finito “in tasca all’editore”, ma reinvestito nel libro e nella campagna promozionale.
L’editoria a pagamento si configura quando è l’autore a sostenere i costi di pubblicazione del proprio libro, tramite un contributo economico diretto, anziché essere retribuito o supportato da un editore in base al valore dell’opera. Dal punto di vista legale, non esiste in Italia una definizione normativa precisa che distingua in modo vincolante tra editoria tradizionale, editoria a pagamento e self-publishing assistito. Questo vuoto normativo è reso possibile dal fatto che la legge sul diritto d’autore (Legge 633/1941) e il codice civile regolano solo i contratti editoriali nei termini di diritti e obblighi tra autore ed editore, ma non disciplinano i criteri economici alla base dell’accordo (cioè: chi paga chi). Inoltre, nessuna normativa impone agli editori l’obbligo di trasparenza preventiva nel presentare il proprio modello di business all’autore, né esiste un albo pubblico che distingua editori “a pagamento” da editori “no pay”. Di conseguenza, molti contratti camuffano l’investimento richiesto come “contributo” o “co-produzione”, creando asimmetrie informative che lasciano l’autore in posizione svantaggiata e favoriscono la normalizzazione dell’idea che pagare per pubblicare sia accettabile o addirittura necessario.
Qualche giorno dopo è avvenuta questa conversazione su Messenger, ve la pubblico così per com’è - con tutto il dolore e con tutta la rabbia.
Da un messaggio in cui si parlava di contratti e pubblicazioni, si passa improvvisamente a battute a sfondo sessuale mascherate da ironia, come il riferimento a “suggellare l’alleanza con un bel 69”. Quando a scrivere non è un amico, ma la persona con cui stai firmando un accordo editoriale per pubblicare un libro che nasce da una fragilità profonda, c’è qualcosa che si incrina. Non è solo il tono inadeguato. È il fatto che il potere contrattuale, in quel momento, è tutto da una parte sola. E che io, esordiente di ventitré anni, avrei dovuto ridere, lasciar correre, o peggio ancora: farmelo andare bene.
Questo tipo di dinamiche è purtroppo tutt’altro che isolato. Quando c’è un asimmetria di potere – economica, editoriale, professionale – ogni parola fuori luogo ha un peso. Non stiamo parlando solo di una battuta fuori posto, ma della trasformazione di un contesto professionale in uno spazio dove il corpo, la disponibilità, il flirt entrano nel discorso contrattuale come se fosse normale. È questa la vera distorsione: la normalizzazione. L’idea che chi ha in mano il tuo futuro editoriale possa permettersi quel tipo di linguaggio, e che il tuo rifiuto debba passare attraverso una giustificazione emotiva (“sono appena uscita da una convivenza”) per non compromettere tutto.
Questa vicenda, personale e specifica, parla però di qualcosa di sistemico. Parla del modo in cui molte relazioni professionali nel mondo culturale vengono gestite in totale assenza di limiti, codici etici o strutture di tutela. Parla del fatto che per una giovane donna che prova a farsi spazio con un racconto sincero e vulnerabile, l’unico modo per difendere la propria storia è spesso quello di fingersi impermeabile, adulta, pronta. Quando invece si avrebbe bisogno, semplicemente, che il patto editoriale fosse uno spazio di rispetto. Solo quello.
Chiudo questa prima parte ricordando che sto esercitando un diritto tutelato dagli articoli 21 e 15 della Costituzione italiana e dagli articoli 85 e 97 del GDPR europeo, che garantiscono la libertà di espressione, di racconto e di cronaca.
Questa storia mi riguarda in prima persona ed è parte di un discorso più ampio, necessario, che vorrei analizzare.
Il 12 Dicembre 2025 ho pubblicato la seconda parte di questo argomento, la puoi trovare qui:
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Dimmi che questo scarto di umanità è stato arrestato, ti prego.
Mi dispiace tantissimo che tu (e chiunque altra) ti sia trovata in questa sitazione. Sono cose che non dovrebbero mai succedere, in nessun ambito lavorativo.
Mi dispiace e spero davvero in un risvolto positivo nelle partí successive