Cosa c’entra la Sardegna con Epstein?
La Costa Smeralda come enclave dell’élite: tra berlusconismo e silenzi istituzionali
Benvenutə su “Scrollo, ergo dubito” una newsletter indipendente che prova a decostruire il potere quando si traveste da normalità, quando entra nel linguaggio, nei media, nella politica e nell’intrattenimento e quando si fa passare per semplice buonsenso.
Qui troverai analisi, articoli sui loro meccanismi, interessi e cornici narrative e come mai certe cose finiscono per diventare accettabili, inevitabili, perfino desiderabili.
È un progetto portato avanti da una persona sola, senza sponsor, redazioni o finanziatori nascosti.
Questa parte del blog resterà sempre gratuita e se vuoi sostenere il mio lavoro puoi farlo tramite Backstage, la sezione sul dietro le quinte, oppure offrirmi un caffè.
Perché proprio la Sardegna?
Negli anni ‘60 Karim Aga Khan IV in Sardegna individua una zona povera, marginale, quasi priva di infrastrutture e la trasforma attraverso il Consorzio Costa Smeralda in un’enclave privata di lusso internazionale. Da qui nasce un dispositivo economico di lusso ed il consorzio non si limita a edificare alberghi e ville, ma impone un ordine: regole architettoniche, codici estetici, criteri di accesso, modalità precise di utilizzo dello spazio. Decide cosa può esistere, cosa deve restare invisibile, cosa non deve proprio arrivare. È un sistema di gestione del territorio para-privata che agisce su un territorio formalmente pubblico ma sostanzialmente sottratto alla vita locale e alle sue priorità. Uno degli elementi più funzionali di questo modello è l’assenza di una municipalità forte perché la Costa Smeralda non ha un centro amministrativo riconoscibile, non ha una piazza politica, non produce una vita civica autonoma e per chi vive il territorio ma anzi è frammentata tra comuni diversi, con competenze spezzate e responsabilità diluite, mentre il vero potere di indirizzo resta nelle mani di soggetti privati, consorzi, fondazioni, grandi proprietà. Questo vuoto istituzionale è una condizione strutturale: meno Stato percepito significa più discrezionalità, meno controlli coordinati, più spazio per negoziazioni informali e silenzi condivisi. A rendere operativo questo assetto c’è l’infrastruttura materiale del lusso con i porti turistici pensati per superyacht, yacht club a accesso selettivo, eliporti, piste informali, proprietà schermate da ettari di verde, ingressi dal mare, strade interne non segnalate. La mobilità non attraversa lo spazio pubblico, lo aggira. Si arriva e si parte senza stazioni, senza piazze, senza corridoi obbligati. Il territorio è progettato per ridurre l’attrito sociale e la visibilità casuale, cioè due delle poche cose che, in contesti ordinari, producono racconto, testimonianza, memoria. Dentro questo ecosistema si sono innestati nel tempo capitali esteri di ogni provenienza come fondi internazionali, dinastie economiche, celebrità globali e in modo sempre più strutturato dagli anni Duemila, oligarchi russi e patrimoni legati all’area post-sovietica. Ville acquistate, yacht stanziali, estati che si ripetono, relazioni che si consolidano. Non presenze episodiche, ma una frequentazione stabile che non costruisce economia locale, non rafforza servizi, non redistribuisce nulla ma produce invece una delle più alte concentrazioni di ricchezza opaca e difficilmente tracciabile del Mediterraneo. In questo senso la Costa Smeralda non è una semplice località turistica di lusso ma un luogo che concentra potere economico, relazioni informali, corpi, desideri e affari in uno spazio progettato per minimizzare interferenze esterne. Un luogo dove il lusso non serve solo a esibire status, ma a garantire che ciò che accade resti separato dal mondo comune, dalla storia condivisa, dalla possibilità stessa di essere messo a verbale.
Villa Certosa, per come è entrata nell’immaginario pubblico, non è solo “la villa di Berlusconi”. La cronaca giudiziaria e giornalistica degli anni del Rubygate ha descritto un sistema fatto di feste, serate, cene, intrattenimento, e soprattutto un reclutamento stabile, non ragazze che capitavano lì per caso ma un flusso fatto di intermediari, agenti, contatti, persone incaricate di selezionare, accompagnare, far arrivare, sistemare, e poi, a valle, gestire i pagamenti e le ricompense. Il punto non è l’aneddoto piccante come si è voluto far passare per anni e anni ma anzi il punto è la struttura logistica del traffico sessuale perché quando esiste una logistica allora esiste un’organizzazione e quando esiste un’organizzazione, il sesso smette di essere “privato” nel senso ingenuo del termine. Nel frattempo continuiamo a non vedere lo sfruttamento, o l’asimmetria, o la manipolazione, potete chiamarla come volete e questo non appare come deviazione dal potere ma anzi appare come una prassi compatibile con il potere. Questa compatibilità è l’unico vero scandalo. In Italia l’effetto istituzionale viene trattato come rumore di fondo: le inchieste ci sono state, i fascicoli pure, ma l’uscita pubblica è quasi sempre un miscuglio di assoluzioni, prescrizioni, derubricazioni e archiviazioni. Quindi “mancanza di prove” spesso vuol dire solo questo: non siamo riusciti, non abbiamo voluto, o non era più possibile dimostrare tutto dentro i tempi e le gabbie del diritto. E la prescrizione è l’oblio legale perfetto, soprattutto quando le persone hanno paura, dipendenze economiche, accordi impliciti e mille ragioni per non parlare subito.
Zappadu, a differenza del paparazzo da spiaggia che ruba lo scatto da lontano, è stato raccontato come uno che scatta da dentro, con accesso, con prossimità, con la possibilità di fotografare momenti che non sono “celebrità in vacanza” ma vita privata di persone potenti in un ecosistema costruito per non essere attraversato da sguardi esterni. La questione non è solo ciò che è uscito ma bensì è ciò che è rimasto chiuso e non diffuso, perché lui ha sostenuto per anni di avere un archivio enorme di fotografie legate a feste, ospiti, contesti di villa, barche, piscine, corpi che dovrebbero rimanere fuori dall’inquadratura pubblica. Nonostante sui numeri precisi di fotografie si litiga, la sostanza è questa: esiste del materiale, esiste un archivio, esiste la possibilità che l’immagine smentisca la versione ufficiale dei luoghi. Poi succede la parte più interessante: ci sono stati sequestri, cause civili, denunce, richieste di blocco, contenziosi, multe, anni di carte. In questi contesti la giustizia non serviva solo a stabilire chi ha ragione, serviva a rendere la pubblicazione un campo minato perché anche quando un’immagine è vera, anche quando è tecnicamente autentica, può essere resa inutilizzabile a forza di tempo, costi, rischio, quindi l’effetto finale è la dissuasione. La privacy diventa un’arma selettiva, un potere di classe che viene applicato in modo asimmetrico, perché non è la privacy di “chiunque”, è la privacy di chi ha strumenti per farla valere fino a trasformarla in silenzio.
Il vero complotto sotto gli occhi di tutti
Quello che dimostra questa storia è molto più semplice delle teorie che parlano di cannibalismo e tunnel sotterranei in cui venivano gettati bambini abortiti.
Serenadoe___ in “Vi spiego gli Epstein Files: la storia, le fake news, e tutto ciò che contengono davvero” disponibile dentro la piattaforma di Selvaggia Lucarelli
Quando si entra negli Epstein Files il primo errore da evitare è quello che i complottisti fanno sempre e che i difensori del silenzio usano come alibi, ovvero scambiare un documento per una sentenza o, al contrario, fingere che un documento non significhi nulla solo perché non è una prova penale. Qui bisogna stare nel mezzo, che è anche il punto più scomodo e più difficile da spiegare. Nei materiali desecretati legati a Jeffrey Epstein la Sardegna compare più volte, non come luogo del crimine e nemmeno come rivelazione clamorosa, ma come spazio attraversato, frequentato, pianificato perché sono visionabili email, scambi logistici, riferimenti a imbarcazioni, trattative per yacht prodotti a Olbia, contatti con broker nautici, organizzazione di spostamenti, presenze stagionali. Non c’è un singolo documento che dica “qui è successo questo”, c’è una costellazione di tracce minori che indicano una presenza reiterata, normale, non emergenziale. La Sardegna sembra emergere in questi file come luogo perfettamente compatibile con lo stile di vita e con il sistema di Epstein: un posto dove passare, fermarsi, ricevere ospiti, muoversi via mare, dove il tempo è dilatato e la logistica è flessibile. Questo serve dirlo senza far finta di fare show: documento non significa prova penale e bisogna leggerli senza isterie perché i file potrebbero mostrare che la Sardegna rientra nel comfort operativo di Epstein, transito e villeggiatura in contesti a bassa interferenza pubblica, come altri luoghi isolati che frequentava. Spazi dove il confine tra vacanza, lavoro, relazione e abuso può restare ambiguo abbastanza a lungo da non diventare mai un fascicolo. Gli Epstein Files non dimostrano un crimine “in Sardegna”, mostrano perché la Sardegna è compatibile con un sistema predatorio che vive di mobilità privata, selezione sociale, isolamento e discrezione.
Sempre negli Epstein Files compaiono nomi che non raccontano un singolo episodio ma piuttosto una geografia e queste non figure misteriose bensì mediatori sociali, facilitatori, persone che abitano stabilmente il punto di contatto tra finanza, politica, intrattenimento e lusso globale. Tra questi nomi ritorna Paolo Zampolli, già noto come connettore tra mondo della moda, diplomazia informale e grandi patrimoni perché Zampolli è una figura che emerge nei documenti per la sua funzione di cerniera fatta di agenzie, modelle, cene, presentazioni, viaggi, tutto passa attraverso persone come lui, che rendono il transito sociale fluido, non problematico, non degno di nota. Accanto a lui compaiono figure femminili ricorrenti, tra cui Anastasia Konchakovskaya, inserite stabilmente in quel circuito di relazioni dove la distinzione tra lavoro, compagnia, vacanza e disponibilità resta volutamente ambigua e qui non serve che i documenti specifichino ruoli o funzioni perché il punto non è cosa fanno formalmente ma il fatto che siano sempre lì, sempre accessibili, sempre integrate nel contesto. Dentro questo stesso perimetro entra anche Flavio Briatore come figura ricorrente dell’ecosistema dove Briatore incarna da decenni una forma di “normalità” del jet set internazionale fatta di hospitality di lusso, yachting, club esclusivi, località selezionate, contatti trasversali tra mondi diversi che non dovrebbero parlarsi così facilmente. È un nodo sociale ma non delinea non un colpevole di alcun reato ed è proprio questo il punto: il valore analitico di Briatore non sta in un’azione specifica, ma nella sua posizione. È uno di quei soggetti che rendono tutto ordinario perché dove passano loro, nulla sembra fuori posto e le presenze diventano frequentazioni, gli incontri diventano mondanità, la prossimità tra potere, denaro e corpi viene percepita come paesaggio naturale. Nessuno chiede perché certe persone siano lì, nessuno chiede a che titolo, nessuno verbalizza, è la normalizzazione che ha fatto il lavoro sporco. In questo senso i contatti ricorrenti sono più importanti delle singole accuse e mostrano come certi ambienti funzionino per accumulo di abitudini ma non per eventi traumatici. La Costa Smeralda, i club, gli yacht, gli hotel di lusso non sono solo scenografie ma spazi di continuità relazionale dove tutto può accadere senza mai apparire come deviazione ed è esattamente qui che il potere diventa davvero inattaccabile: quando smette di sembrare straordinario.
Il punto però non è inchiodare un nome a un luogo ma il punto è guardare come funzionano i sistemi quando hanno abbastanza soldi da non dover mai spiegare niente a nessuno ed è qui la cosa diventa più interessante perché anche senza contatto diretto documentato, il berlusconismo e il modello Epstein si muovono dentro lo stesso tipo di ecosistema, fatto di selezione sociale, intermediari, casting travestiti da mondanità, spostamenti continui, luoghi che non chiedono conto, logistica che ti fa sparire senza passare dal pubblico ed io personalmente ho trovato strano che non sia nominato direttamente negli scambi che per ora hanno rilasciato. Il sistema delle Olgettine (il termine è stato utilizzato dai media italiani per indicare un gruppo di giovani donne, showgirl, modelle, aspiranti attrici che frequentavano le residenze di Silvio Berlusconi, in particolare Villa San Martino ad Arcore, tra il 2010 e il 2011, e che risiedevano in appartamenti in via Olgettina a Milano, messi a disposizione dall’allora Presidente del Consiglio) per come emerge dalle carte italiane comparato al modello Epstein, per come emerge dalle carte americane, non devono per forza essere collegati da una regia comune per essere comparabili ma funzionano con meccanismi compatibili perché sembra che la materia prima è sia sempre la stessa fatta di ragazze molto giovani, spesso straniere, spesso in bilico tra promessa e precarietà, reclutate da qualcuno che “conosce qualcuno”, messe in movimento tra case, feste, ville, hotel, barche, e tenute dentro un circuito dove il consenso non è una firma su un foglio, è un compromesso quotidiano dentro un rapporto di potere radicalmente sbilanciato. Ecco perché i due sistemi si sfiorano senza toccarsi (al momento) e proprio per questo sono così comodi. Non hai bisogno di una rete unica per ottenere lo stesso risultato, ti basta un ambiente che produca opacità in automatico e la Costa Smeralda, come infrastruttura, è quel tipo di ambiente e non perché “succede sicuramente qualcosa” ma perché se dovesse succedere è uno dei pochi posti dove può succedere senza diventare mai un fatto verificabile ed è questa è la parte che conta.
È documentato che, a partire dagli anni Duemila, la Costa Smeralda diventa una delle destinazioni stabili dell’élite economica russa. Ville acquistate o affittate per lunghi periodi, yacht ormeggiati ogni estate a Porto Cervo, equipaggi che tornano di stagione in stagione, servizi di sicurezza privati e una presenza che non ha nulla di occasionale. Non si tratta di turismo di lusso mordi e fuggi, ma di un radicamento discreto e ripetuto, che usa l’isola come base estiva, luogo di relazioni e spazio di rappresentanza. Tra i nomi che emergono dalla cronaca economica e politica c’è Oleg Deripaska, oligarca vicino al Cremlino, più volte avvistato in Sardegna negli stessi anni in cui i rapporti tra lui e Silvio Berlusconi erano pubblici e politicamente rilevanti. Berlusconi e Putin si incontrano più volte anche sull’isola, in contesti privati, e la Sardegna diventa uno dei teatri simbolici della loro relazione personale, che va oltre la diplomazia formale e si intreccia con affari, energia, relazioni informali. Questo è il perimetro del documentato. Oltre questo perimetro, tutto si fa più opaco. Non esistono atti giudiziari che indichino la Costa Smeralda come sede di operazioni illegali russe, né prove di traffici specifici condotti sull’isola e non ci sono intercettazioni, imputazioni o procedimenti che trasformino la presenza degli oligarchi in un capo d’accusa. Ed è importante dirlo, perché l’assenza di prove non è una dimenticanza ma un dato, però allo stesso tempo, è proprio questa assenza a rendere la Costa Smeralda interessante come spazio. L’isola funziona come terreno neutro, giurisdizionalmente periferico ma politicamente centrale, dove élite di provenienza diversa possono coesistere senza dover rendere conto a una sfera pubblica forte. Qui le relazioni non passano dalle ambasciate, ma dai porti turistici, dalle ville, dai club, dalle cene private e non lasciano verbali, lasciano abitudini.
Nei dossier che circolano in ambito investigativo europeo, in particolare nell’inchiesta aperta da ambienti giudiziari polacchi e ripresa da analisti dell’intelligence, Epstein viene descritto non come un “agente” in senso classico ma come una figura di intersezione. Un uomo che si muoveva in spazi dove affari, sesso, denaro e relazioni informali erano strumenti, non effetti collaterali. Il punto centrale è il concetto di kompromat che non serve necessariamente a ricattare subito qualcuno, serve a costruire una potenziale leva futura. Informazioni sessuali compromettenti, relazioni asimmetriche, situazioni ambigue documentate o documentabili diventano una forma di capitale ed è in questo schema, il sesso non è un vizio privato ma una tecnologia geopolitica, perché produce dipendenza, silenzio, esposizione. Le ipotesi investigative che riguardano Epstein parlano di contatti con ambienti russi negli anni ‘90 e ‘00 di frequentazioni di contesti finanziari e mondani in cui la presenza di modelle molto giovani, spesso provenienti dall’Est Europa. Tuttavia, ed è fondamentale dirlo, queste ipotesi restano tali e per ora non esistono prove giudiziarie definitive che dimostrino che Epstein agisse per conto di uno Stato o che fosse parte organica di un’operazione di intelligence russa, esiste però un contesto documentato in cui certi metodi erano considerati normali. Il sesso, in questi contesti, non è mai solo sesso: è linguaggio, è scambio, è selezione. Ma questo non significa che ogni luogo dove avviene diventi automaticamente parte di una strategia geopolitica, significa che certi luoghi, per come sono costruiti, sono compatibili con più usi, tutti accomunati da una cosa sola che è la difficoltà di produrre prova, responsabilità, memoria.
Se questi mondi si frequentano, si incrociano, si annusano, perché Berlusconi, Epstein e l’ecosistema degli oligarchi non finiscono mai nello stesso fascicolo, nello stesso procedimento, nello stesso racconto giudiziario. Non esiste “il caso”, esistono perimetri, che sono nazionali, penali, burocratici. Berlusconi viene trattato come “costume”, come reati che scadono, come un sistema che si spegne in prescrizione o si scioglie in assoluzioni mentre Epstein viene trattato negli Stati Uniti, come predatore seriale con anche minori con un focus che taglia via tutto quello che non sta dentro la categoria utile al tribunale. Gli oligarchi, quando compaiono, entrano dalla porta dell’economia e della geopolitica ma non da quella della perseguibilità. È una divisione del lavoro perfetta: ognuno guarda il suo pezzo, nessuno guarda l’insieme perché collegare davvero questi mondi significherebbe ammettere che esistono spazi transnazionali dove il potere opera con regole proprie e significherebbe anche dirci che il lusso è infrastruttura portante, che certe pratiche sopravvivono proprio perché si muovono tra giurisdizioni, tra residenze, tra yacht, tra aeroporti, tra ville che non sono “luoghi” ma dispositivi. Nessuna istituzione ha voglia di aprire quella porta, perché dietro ci sono domande ingestibili su omissioni, complicità, convenienze, silenzi. Per questo una rete unica non emerge. Non perché non ci siano contatti, prossimità, compatibilità, ma perché il sistema è progettato per non farli apparire nello stesso quadro. La frammentazione non è un bug, è una feature. E in quel design l’invisibilità non è un incidente, è la condizione necessaria. Ed è qui che torna utile il “perno negativo” dell’Associated Press sugli Epstein Files e sull’FBI perché anche quando hai anni di indagini, montagne di email, registri, sequestri, il salto da abuso seriale a traffico per terzi resta spesso il punto cieco. Non perché sia implausibile anzi ma perché la prova giudiziaria è un animale diverso: vuole catene verificabili, giurisdizioni che cooperano, tempi compatibili, soldi tracciabili, testimoni che parlano prima di essere bruciati o comprati dal silenzio. Se il contesto è costruito per spezzare queste catene, la verità resta intuibile e insieme imprendibile.
Nel resto del mondo le carte vengono rilette, le inchieste riaperte, i collegamenti almeno messi in discussione mentre in Italia, come spesso accade, quando il potere è di casa, non si chiarisce nulla perché non si comincia nemmeno a fare le domande.








Grazie, da sarda e da attivista. Condividerò molto volentieri. In Sardegna il cammino verso l'emancipazione e l'indipendenza sarà lungo e tortuoso. Ma è quello su cui cammino ormai da qualche anno.
Grazie per la newsletter