Chiudono un gruppo e ne aprono tre.
La grande illusione delle lotte transfemministe sui social
Standing ovation per niente?
C’è sempre un applauso quando un gruppo o un sito viene chiuso. È successo anche con “Mia Moglie”, la community Facebook con decine di migliaia di iscritti dove uomini si scambiavano immagini intime delle proprie compagne senza consenso. Dopo la denuncia pubblica e il clamore che ne è seguito, il gruppo è stato rimosso dalla piattaforma in meno di quarantotto ore. I giornali hanno parlato subito di vittoria, di giustizia digitale, di un segnale finalmente arrivato dall’alto.
Ma dietro a quell’applauso c’è un’illusione. Una chiusura del genere non è la fine di un fenomeno, ma un gesto simbolico che colpisce la facciata e lascia intatta la struttura. È il modo in cui i social gestiscono i conflitti: offrono uno “shot” di giustizia immediata, ma senza intaccare davvero le dinamiche che lo hanno reso possibile. Non è colpa di chi si sente sollevato leggendo quei titoli, anzi, il problema è che il sistema costruisce volutamente quell’effetto di sollievo. E così la storia finisce sempre allo stesso modo: la piattaforma si prende i meriti, il pubblico tira un sospiro di sollievo, e chi ha subito resta con tutto il peso addosso.
Chiuso ieri, riaperto oggi.
La chiusura di “Mia Moglie” non ha fermato nulla. In meno di ventiquattr’ore il gruppo è ricomparso sotto altre forme. Spostato su Telegram, replicato in nuove stanze private su Facebook, distribuito in chat più difficili da intercettare. È la dinamica classica di questi ambienti: lo shut down diventa subito reboot.
Non è un dettaglio, è il cuore del problema. L’atto simbolico produce uno spostamento, non una fine. Si chiude la porta di casa, e loro rientrano dalla finestra. Il gruppo “sparisce” (o ci prova quantomeno) dalla vista dei giornali e dal radar dell’opinione pubblica, ma la comunità resta intatta e anzi diventa più chiusa, più compatta, più difficile da osservare. L’applauso per la “giustizia digitale” si spegne in poche ore, mentre la rete clandestina riprende a girare come se nulla fosse accaduto.
La rivoluzione a tempo di like: mobilitazioni lampo, vittorie usa e getta.
C’è un paradosso che attraversa molte lotte femministe in rete: la capacità di accendere mobilitazioni immediate, forti, visibili, ma allo stesso tempo la difficoltà di andare oltre la superficie. Si denuncia un gruppo, si pretende la chiusura di una pagina, si ottiene l’oscuramento ed è una vittoria simbolica che lascia intatto il sistema che ha reso possibile quella violenza digitale.
Non è mancanza di consapevolezza, ma il limite strutturale di uno spazio ( ovvero quello dei social) che impone la logica del qui e ora, della risposta immediata e spettacolare. Le piattaforme alimentano questa dinamica perché trasformano ogni atto politico in una performance.
Così la lotta si concentra sull’oggetto più visibile - il gruppo, il profilo, il sito - e non sull’infrastruttura che lo sostiene, sui flussi di denaro, sugli attori che garantiscono che domani riapparirà altrove.
Il risultato è che si ottengono successi che rassicurano chi partecipa alla mobilitazione, ma che non toccano davvero le condizioni di fondo. È la grande illusione: credere che il nemico sia stato abbattuto, mentre in realtà si è solo spostato di lato.
Non è un gruppetto di maniaci: è un hub che macina click, abbonamenti e pubblicità.
Lo avevo già raccontato nei miei articoli precedenti (“Tu che leggi: i tuoi nudes potrebbero essere già online” e “Ti stanno spiando mentre ti spogli? Probabile”): la divulgazione non consensuale non è un incidente della rete, ma un sistema strutturato. Picha.eu, attivo dal 2007, è un esempio lampante di questa logica: un forum che da quasi vent’anni si rigenera e cresce grazie a un’infrastruttura progettata per resistere e monetizzare.
Dietro la facciata apparentemente amatoriale, le analisi tecniche (non è che sono chissà quale mostro di cultura informatica, basta usare urlDNA o altri tool) mostrano un sito radicato in servizi perfettamente legittimi.
Dominio registrato su GoDaddy con estensione .eu, protetto da Cloudflare che ne nasconde il vero server, costruito su XenForo, una piattaforma professionale per forum. La gestione tecnica non è lasciata al caso: persino la cache è disabilitata con stratagemmi che impediscono di congelare le pagine, costringendo a ricaricarle ogni volta e rendendo il sito più difficile da archiviare.
Ma il cuore di Picha non è solo la community: è l’economia che la sostiene.
Il forum è disseminato di banner pubblicitari di siti per adulti e circuiti borderline; accanto a questo, esiste un profilo ufficiale su OnlyFans, accessibile con un abbonamento di circa cinque euro al mese. Pagando, non si ottiene materiale esclusivo di qualche creator, ma l’accesso diretto a uno dei principali server di contenuti del network, una sorta di porta d’ingresso “premium” a materiale che resta comunque non consensuale. È un ribaltamento cinico, spietato e killer:
usare la piattaforma pensata per il consenso delle sex worker come vetrina per veicolare contenuti rubati e generare profitti extra.
Accanto a forum e OnlyFans, c’è anche PichaTube, che appare come il “sito principale” del circuito video. Qui l’architettura del guadagno si consolida perché il traffico massiccio attratto dai contenuti gratuiti, monetizzato con inserzioni e affiliazioni.
Picha, OnlyFans e PichaTube formano così una triade di canali complementari, ognuno con la sua funzione: community e raccolta sul forum, abbonamenti su OnlyFans, distribuzione video e pubblicità su PichaTube.
Non è dunque un semplice spazio di scambio, ma un hub digitale con più linee di ricavo, integrato in una rete che si estende su Telegram e Mega per lo storage e che sfrutta infrastrutture globali per proteggersi. È questo che spiega la longevità di Picha: non è solo violenza organizzata, è un modello di business.
Chiudi le finestre ma resta l’archivio aperto.
Il forum è la vetrina, ma i contenuti veri non stanno dentro Picha. Stanno altrove, in depositi esterni che funzionano come casseforti digitali: Mega e Telegram. È lì che la rete si consolida e diventa quasi intoccabile.
Mega, nato sulle ceneri di Megaupload, è il file hosting perfetto per chi vuole conservare e diffondere materiale senza esporsi. La sua forza è anche il suo limite ovvero la crittografia end-to-end. Questo significa che i file caricati non sono leggibili nemmeno da Mega stesso: servono hash o link diretti per individuarli e chiedere la rimozione. Risultato? Interi archivi di foto e video (cartelle ordinate per nome, città, scuola, anno etc…si è terribile) restano disponibili per mesi, accessibili a chiunque abbia il link (non mi stupisce se esistono degli archivi fisici perché internet è un posto malvagio spesso). È un magazzino invisibile, che non si può svuotare senza una segnalazione puntuale e precisa.
Telegram, invece, è la versione più dinamica di questo stesso meccanismo. Canali pubblici e privati con migliaia di iscritti, bot automatici che archiviano e rilanciano file, link che collegano le cartelle Mega direttamente dentro le chat. Telegram non ha sede legale in Italia né in Europa, non collabora con le autorità nazionali e permette di creare account con numeri virtuali. Così i gruppi si ricostituiscono nel giro di poche ore: chiuso un canale, ne nascono due nuovi con lo stesso materiale già copiato e redistribuito. È una diaspora costante, che rende ogni tentativo di blocco un inseguimento infinito.
È questo intreccio a rendere Picha resistente. Il forum è solo il punto d’incontro, il luogo in cui si scambiano link e si alimenta la community. Ma il vero sistema è ibrido: i contenuti vivono su Mega, circolano su Telegram, rimbalzano su mirror e tornano a galla ogni volta.
Per questo anche quando il sito viene oscurato, il materiale non scompare: è già stato copiato, duplicato, replicato altrove.
Guardate che non è impossibile fare qualcosa, solo che è scomodo (e non si ha davvero voglia)
Dire che “non si può fare nulla” è falso. Gli strumenti esistono già, ma non vengono usati con decisione. In Italia la diffusione non consensuale di immagini sessualmente esplicite è un reato dal 2019: l’articolo 612-ter del codice penale, introdotto con il cosiddetto Codice Rosso, punisce chiunque condivida o renda pubblici contenuti destinati a rimanere privati. Una Procura, su denuncia o anche d’ufficio, può aprire un fascicolo e disporre il sequestro preventivo di un sito, ordinando la rimozione dei contenuti e la consegna dei log per risalire agli autori.
Accanto alla leva penale c’è quella della privacy. Ogni immagine intima diffusa senza consenso è un dato sensibile trattato illegalmente: il Garante può ordinare la cancellazione immediata e irrogare sanzioni pesanti. Non solo in Italia: attraverso i meccanismi del GDPR, gli ordini possono estendersi a tutti i Paesi membri, costringendo piattaforme e hosting europei a intervenire.
Dal 2024 poi, con l’entrata in vigore del Digital Services Act, lo Stato ha in mano un’arma in più. AGCOM, come autorità di coordinamento nazionale, può emettere ordini vincolanti a provider e intermediari, obbligandoli non solo a rimuovere in tempi rapidi, ma anche a impedire che i contenuti ricompaiano. È la prima volta che una norma europea impone responsabilità dirette a colossi come Cloudflare o agli stessi registrar dei domini.
Infine, c’è la questione economica. Picha non sopravvive solo perché trova hosting, ma perché fa soldi. Attraverso pubblicità, banner, affiliazioni, OnlyFans e siti satellite come PichaTube. Colpire questi flussi significa togliere ossigeno all’intero sistema: sequestri per equivalente, ordini alle reti pubblicitarie di interrompere la collaborazione, blocco degli account collegati. È la strategia usata in passato contro il gioco d’azzardo illegale e contro i mercati di droga online: se non puoi spegnere il sito, puoi almeno prosciugare i soldi che lo tengono vivo.
Il paradosso è che tutte queste leve sono già lì, pronte all’uso. Ma richiedono volontà politica, cooperazione internazionale e risorse investigative dedicate. Molto più impegnativo che limitarsi a un post indignato o a un titolo di giornale.
C’è un paradosso che mi abita ogni volta che scrivo di questi temi.
Internet, per me, è sempre stata una figata proprio perché è un luogo libero: uno spazio dove poter essere chi si vuole, senza vincoli, senza dover chiedere il permesso.
È un ambiente che ha dato voce a chi non ce l’aveva (a me personalmente internet ha salvato la vita in più occasioni), che ha permesso a comunità marginalizzate di esistere, di riconoscersi, di organizzarsi. La libertà di espressione online è ciò che ha reso possibile anche le lotte transfemministe di cui sto parlando, i movimenti che si sono formati e rafforzati proprio grazie a quella apertura radicale.
La contraddizione è che la stessa libertà, lo stesso anonimato, diventano anche lo strumento perfetto per chi vuole abusarne. Telegram, ad esempio: io sono un grande fan della sua architettura e della possibilità che offre di rimanere anonimi. È una piattaforma che per molti attivisti, dissidenti politici, minoranze perseguitate, ha significato sopravvivenza. Eppure, è anche lo stesso luogo dove fioriscono i canali che distribuiscono materiale non consensuale, che archiviano corpi come se fossero file, che moltiplicano la violenza.
Questa è la parte difficile da accettare: non ci sono risposte semplici a domande complicate. Non credo alle soluzioni nette “basta chiudere Telegram” o “basta censurare Internet” perché significherebbe perdere anche ciò che rende la rete uno spazio unico. Ma allo stesso tempo non posso fingere che questa libertà non abbia un costo altissimo, pagato soprattutto dalle vittime.
A questo punto la domanda è inevitabile: se Picha è attivo dal 2007, se tutti lo conoscono, se persino un’analisi superficiale ne rivela l’infrastruttura, perché nessuno lo butta giù davvero?
La risposta è che la macchina statale non funziona dove servirebbe, e preferisce limitarsi a colpi simbolici. Le chiusure mediatiche, i gruppi Facebook rimossi in quarantotto ore, gli shout-out che diventano notizia: sono tutte mosse che danno l’impressione di un’azione rapida, mentre in realtà lasciano intatto il cuore del problema. Con Picha, la differenza è che non parliamo di un gruppo improvvisato, ma di un sito che da quasi vent’anni ha consolidato la propria posizione, costruendo relazioni con registrar, piattaforme pubblicitarie, sistemi di hosting. Non si abbatte con una segnalazione, ma con indagini lunghe, costose, coordinate.
Il paradosso è che questo sito non è nascosto. Chiunque ne conosce l’esistenza: utenti, giornalisti, attivisti, forze dell’ordine. È sotto gli occhi di tutti, e proprio per questo fa ancora più impressione che nessuno abbia mai premuto sul serio l’acceleratore. È come se la sua longevità lo avesse trasformato in un “rumore di fondo”, un fenomeno accettato, tollerato. Lo sanno tutti, ma nessuno lo tocca.
Dietro questa inerzia ci sono motivi politici e pratici.
Politici, perché andare fino in fondo significherebbe disturbare grandi attori globali (Cloudflare, i registrar, gli ad network) costringendoli a prendersi responsabilità che preferiscono non avere. Pratici, perché le risorse investigative non vengono allocate per fenomeni percepiti come “marginali”, confinati al digitale, nonostante i danni reali e concreti sulle vite delle vittime.
Così Picha rimane lì, dal 2007, invecchiando insieme a Internet e replicando la sua architettura ogni volta che qualcuno prova a oscurarlo. Un monumento alla passività istituzionale, una prova lampante che la giustizia digitale preferisce inseguire la superficie invece di colpire il sistema.
Alla fine tutto torna al paradosso. Internet è lo spazio che ci ha dato libertà, che ha permesso a minoranze e movimenti di esistere. È lo stesso luogo che però, nelle sue pieghe più buie, alimenta archivi come Picha e canali che prosperano su Mega e Telegram. Libertà e violenza convivono nello stesso ecosistema, ed è questo che rende impossibile rispondere con soluzioni semplici a problemi così complessi.
Proprio per questo penso che chi vuole occuparsi di attivismo digitale non possa limitarsi alla superficie. Qualche nozione di informatica di base, almeno i rudimenti di come funzionano i domini, gli hosting, i sistemi di protezione, è indispensabile. Perché se non si capisce come funziona l’infrastruttura, si resta intrappolati nel teatro degli shout-out: si solleva la folla, si grida allo scandalo, si ottiene la chiusura di un gruppo pubblico. Ma nel frattempo il sistema continua a girare, più nascosto e più resistente di prima.
C’è anche un’altra responsabilità, ancora più delicata.
Quando quei gruppi vengono screennati e rilanciati sui social come “denuncia”, non ci si rende conto che ogni screenshot porta con sé orde di curiosi. Gente che, attratta dalla curiosità morbosa, finisce per cercare i contenuti originali. Così le vittime, invece di essere protette, vengono esposte una seconda volta: il loro corpo diventa di nuovo visibile, la loro umiliazione raddoppiata. Denunciare senza pensare alle conseguenze significa, in molti casi, consegnare nuove armi agli stessi predatori.
Per questo serve un ragionamento collettivo, non gerarchico, non guidato dall’“illuminato” che dall’alto manda la folla inferocita con i forconi.
Serve costruire comunità digitali che sappiano distinguere tra gesto simbolico e azione strutturale, tra clamore e protezione. Serve capire che la rete non si cambia solo con un post o con un ban, ma con un lavoro che unisce tecnica, politica e cultura.
Altrimenti resteremo sempre nello stesso ciclo: un applauso per la chiusura, un nuovo link che si apre, un’altra vittima che resta sola davanti a un archivio che non muore mai.

